Arance Manduriane

Arancia meccanica, Stanley Kubrick, 1971 (Fonte YouTube)

Per una serie di ragioni, se dovessimo dare un nome all’attualità del momento non potremmo far altro che scegliere Arancia Meccanica (A Clockwork Orange, per attenerci all’originale), il titolo di un romanzo dello scrittore inglese Anthony Burgess. Le ragioni sono riconducibili alla Bbc, alla quale l’International Anthony Burgess Foundation ha affidato il compito di annunciare il ritrovamento di un sequel inedito dell’omonimo romanzo, ai cinquant’anni della pubblicazione del romanzo in Italia, al rimando al rifacimento filmico al quale la cronaca di Manduria ricorre nei suoi articoli per raccontare una brutta storia di delinquenza minorile e non.

Il sequel faceva parte del corposo lotto di carte, documenti e testi che Burgess custodiva nella sua casa a Bracciano e che, dopo la sua morte, venne trasferito a Manchester sede della Fondazione a lui intitolata. Rinvenuto proprio durante il lungo e complesso lavoro di catalogazione e di studio dei reperti, il testo inedito, A Clockwork Condition, si compone di circa duecento pagine e la sua stesura risale ai primi anni ‘70 e, verosimilmente, potrebbe essere stata l’uscita nei cinema del film di Stanley Kubrick a portare l’autore a rimettere mano all’opera pubblicata per la prima volta nel 1962.

Si tratta per lo più di bozze e di note in cui vengono riportate ulteriori riflessioni sulla condizione umana e sulle tematiche già trattate nel suo tanto acclamato quanto controverso romanzo, con ampi spazi dedicati all’esplorazione della genesi del male e del crimine, fino alle risultanti derivanti dalla punizione e ai possibili effetti destabilizzanti e corruttori della cultura visiva.

Il testo si rivela importante per una maggiore comprensione del romanzo originale che terminava con la scarcerazione del protagonista e il confronto con una nuova condizione di vita. Traspaiono dalle pagine, oltre una certa preoccupazione per gli effetti della tecnologia e in particolare dei media, del cinema e della televisione, anche le controversie relative all’adattamento cinematografico di Arancia Meccanica del 1971. Il film cult, interpretato da Malcolm McDowell, venne inizialmente accusato di aver ispirato crimini violenti e perciò rimosso, nel 1974, dalle sale cinematografiche del Regno Unito. Soltanto l’anno successivo la morte di Kubrick, nel 2000, la pellicola tornò nei cinema e venne pubblicata anche in Home Video.

Tra gli appunti riportati alla luce emergono anche dettagli relativi alla scelta del titolo  del romanzo: “Nel 1945, di ritorno dall’esercito, ho sentito un ottantenne cockney in un pub londinese affermare che qualcuno era folle come un uomo a orologeria”. “Orange” quindi va intesa in Nadsat, uno slang inventato dallo scrittore mescolando vocaboli inglesi e contaminazioni russe, e significa “Uomo” e non “Arancia”. L’uomo come un meccanismo, un aggeggio a orologeria, caricabile secondo le circostanze.

Cinquant’anni di libro dalla prima edizione italiana pubblicata nel 1969 da Einaudi col titolo Un’arancia a orologeria e, nel 2005,  riedito con il titolo Arancia Meccanica, come il film. Tematica prevalente è il dualismo e la libertà di scelta tra male-bene insito nella persona e il romanzo è un’allegoria sulla violenza e le frustrazioni nel mondo contemporaneo, sul rapporto impari tra istinto e regole civili, sull’omologazione dei comportamenti sociali. Senza questa libertà di scelta l’uomo è ridotto a essere un’arancia meccanica, un individuo amabile nell’apparenza ma che nasconde in sé un marchingegno a molla pronto a scattare negativamente a ogni sollecitazione anche minima. Che siano sollecitazioni provenienti da “Dio, dal Diavolo o dallo Stato onnipotente” esse faranno dell’uomo soltanto un semplice acritico esecutore secondo la regola : “Quando un uomo non può scegliere cessa di essere un uomo”.

Ambientato in un futuro distopico il romanzo si apre con la presentazione del personaggio-chiave Alex, un ragazzo della borghesia inglese che, con i membri della sua banda, i suoi tre Drughi, vagabonda di notte per le strade compiendo atti di violenza e rapine per puro divertimento. Allo stesso modo si apre il film inquadrando il protagonista con i suoi occhi azzurri, solo uno pesantemente truccato, i capelli biondi, lo sguardo beffardo, sfidante, sadico di chi sa che nessuno verrà risparmiato.  Quasi una scena fissa e breve capace di trasmettere il senso di tutto il racconto che si snoderà attraverso le due anime di Alex e il dualismo tra il bianco, simbolo di purezza, e il bianco delle uniformi dei drughi, a metà strada tra quello di un poliziotto e di un supereroe, e del “latte +”, il latte alterato dalle droghe, che diventa il colore della purezza e dell’infanzia degenerata, con la musica di Beethoven che si snoda per tutto l’arco temporale della pellicola a coprire, a commentare, a sottolineare, a evocare azioni di feroce violenza e il sapiente utilizzo delle parole che ricoprono la brutalità riducendo gli atti persecutori a null’altro che “un po’ di vita e qualche sana risata” e lo stupro a un simpatico “su e giù”. È il racconto di un circo perverso e malato dove si muovono folli bestie e spietati ammaestratori in una spirale continua che si snoda in un mondo vuoto, strade deserte, appartamenti grandi dove spogliarsi dei freni inibitori e innalzarsi lungo la parabola ascendente dell’euforia e la discendente della disperazione che porterà Alex ad accettare la Cura Ludovico,  il metodo governativo finalizzato alla repressione degli istinti violenti. Palpebre tenute aperte da pinze, elettrodi attorno al cranio, collirio per continuare a guardare immagini e filmati, per sottofondo il suono della Nona Sinfonia di Beethoven, Alex verrà costretto a nutrirsi della stessa violenza da lui perpetrata, ininterrottamente ridotto a  bulimico di immagini disturbanti di stupri, violenze, parate naziste, sottoposto al riflesso condizionato della non violenza con altra violenza. Ritenuto guarito e riammesso nel mondo civile, incapace di difendersi, si trasformerà da carnefice a vittima lasciando allo spettatore l’interrogativo, la domanda centrale al film e cioè se sia più umano un vero violento o un essere privato del libero arbitrio.

La comitiva degli orfanelli, quattordici ragazzi, due appena maggiorenni, gli altri tra i quattordici e i sedici anni. Gli Alex di Manduria se, come ci racconta la cronaca, i filmati  in mano agli inquirenti sono paragonabili a scene da Arancia Meccanica: tortura, scherno, risate, minacce, intimidazioni, umiliazioni, spintoni, calci e pugni in un crescendo, sera dopo sera, per mesi, forse addirittura per anni, fino alla violenza estrema,  alla morte dopo diciotto giorni di agonia. Ragazzi che hanno scelto deliberatamente lo sport sbagliato: scambiare un uomo per un pallone da prendere a calci fino a bucarlo. Violenti per gioco e per noia.

Storia di straordinaria invisibilità sulla bocca di tanti. Invisibile Antonio, la vittima, affetto da quello che viene definito un disturbo psichico e perciò fragile, debole, incapace di difendersi e terrorizzato al punto da dormire su una sedia e ridotto a una schiavitù morale tale da non uscire più di casa, neanche per andare a fare la spesa e potersi alimentare; invisibile tanto da non essere in carico ai servizi sociali; probabilmente invisibile anche per i suoi parenti. Invisibili le grida di richiesta di aiuto. Invisibile ma per tutti il pazzo, lu pacciu, in dialetto. Invisibili i ragazzi e le loro angherie perpetrate spesso anche di giorno, per strada, davanti a testimoni che hanno prontamente preferito girare la testa altrove come scimmie ammaestrate nell’esercizio del non vedo, non sento, non parlo.

È storia di invisibilità, di indifferenza, di distacco, di disprezzo dell’altro, di minimizzazione, di disimpegno morale, di azzeramento dell’empatia, di rottura del patto sociale tra persone civili.

È storia di vuoto profondo scavato dall’assenza di valori e derubricato in noia da paese, da riempire con qualcosa di adrenalinico, documentabile via chat, la vigliaccheria elevata ad atto pseudo eroico da filmare e far circolare in cerca di consensi: noi siamo noi e tu, Antonio, cosa sei? Un meno di niente, uno zero sociale.

È storia di silenzio assordante in una società omertosa ed emarginante, dove calano a picco il concetto di “ragazzi di buona famiglia”, e con la necessità urgente di rivedere il “senso” che vogliamo dare a “buona famiglia”, insieme alla mancata o troppo fallace sinergia pedagogica tra le principali  agenzie educative e formative, famiglia-scuola-chiesa-centri di aggregazione. Cala a picco l’appartenenza alla comunità, al vicinato, al tessuto sociale strada-parrocchia, il senso del soccorso, la mano non tesa per la salvezza.

Vogliamo ancora parlare di Manduria come un set di Arancia Meccanica?

Vogliamo ancora paragonare l’Alex interpretato da Malcolm McDowell quando dice che “Era ora di eseguire il numero visita a sorpresa: un po’ di vita, qualche risata e una scorpacciata di ultraviolenza” con gli Alex nostrani quando in chat scrivono: “Che facciamo?” Risposta: Stasera sciamu tutti dallu pacciu”?

No. A Manduria siamo andati oltre, anche se con i dovuti e doverosi distinguo. Non è solo una brutta storia tra Antonio e gli Alex organizzati in banda. È storia di una intera comunità che direttamente o indirettamente sapeva, magari sussurrava, ma fondamentalmente taceva.

A Manduria è di scena una storia ancora più difficile. La storia del fallimento di un’intera cittadinanza.

 

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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