Elizabeth Taylor is not beautiful, she is pretty. I was beautiful.

Ava Gardner. The Secret Conversations

Ava Gardner, I was Beautiful

Guardo il cielo che mi manda le prime gocce di pioggia mentre passeggio per Grabtown, una piccola comunità nella Contea di Johnston, in North Carolina. In verità, pure il freddo è pungente. Non credo ci siano molti gradi sopra lo zero. Ho lasciato tutti gli strumenti a casa, quindi non ho nulla di più e nulla di meno della vostra (abbastanza) primitiva tecnologia. Non prendetevela a male, sia chiaro, l’evoluzione ogni tanto si interrompe e in altre fasi diventa veloce. La nostra è più avanti.

Ho sempre avuto una forte curiosità verso il mondo dell’arte e della cultura, e in particolare verso il cinema, con i suoi miti e le sue leggende, con tutte le storie più o meno nascoste e quelle conosciute da tutti. Poi, per mia possibilità, sono essere anche presente nei momenti in cui le cose accadono. O sono lì lì per succedere.

Sono particolarmente incuriosito dall’umana ricerca del successo, dall’atteggiamento con cui si vive fino ad abusarne e, come sempre accade, il ritorno nell’oblio che poche volte si trasforma nel mito e spesso avviene per eventi traumatici.

Ero fuori dalla casa di Marylin in Fifth Helena Drive di Brentwood, in quella calda sera di agosto, ed ero all’ultimo spettacolo di Jayne a Biloxi prima dell’incidente; sono stato a salutare Hedy, la mia preferita, sulla sua stella in Hollywood Boulevard, il momento più alto del suo riconoscimento artistico. Oggi tocca ad Ava Lavinia, un secondo nome che amava molto. Provìbabilmente se sapesse del mio debole per Hedy mi guarderebbe male, e io so già che lo giustificherei dicendole: be’, era una scienziata.

Lei (intendo: Ava) – che quando le chiesero se Liz Taylor fosse bella rispose che era giusto carina, perché era lei a essere bella semmai – non so se mi perdonerebbe, ad ogni modo. Ava era bella per davvero. Lei, ultima dei sette figli della famiglia di origini scozzesi di Jonas e Mary Elizabeth detta Molly, lei, nata il 24 dicembre del 1922, lei, che, malgrado la povertà, le disgrazie economiche della famiglia, era riuscita a studiare all’Atlantic Christian College

Ava Gardner e Mickey Rooney il giorno del matrimonio il 10 gennaio 1942

L’ombrello comincia a lasciar cadere le prime gocce sul mio braccio destro mentre ripenso all’occasione che le cambia la vita. È ospite di Beatrice detta “Bappie”, la sorella che abita a New York ed è sposata con Larry Tarr, un fotografo con il negozio sulla Fifth Avenue che non perde tempo e la ritrae. Espone la sua foto e un fattorino, Barney Duhan, si invaghisce e promette di sottoporre le foto ai suoi capi che hanno contatti con i produttori della MGM. Tarr realizza un altro book, lo stampa e lo consegna all’emissario. Quello che potrebbe apparire una falsa promessa in realtà avviene: scocca la scintilla. Per Ava Lavinia (siamo nel 1941 e lei ha solo 18 anni) arriva il primo contratto e il trasferimento a Hollywood. Passa il provino muto, l’accento forte del Sud da sistemare può penalizzare, diverse piccole parti quasi sempre non accreditate, in quella che voi chiamate gavetta, e subito un matrimonio, con quello che verrà definito l’eterno ragazzo: Mickey Rooney, che ha da poco compiuto 20 anni, segnano l’inizio della sua ascesa. La storia dura poco, solo un anno, perché Ava si stanca presto, non certo del troppo appetito sessuale del marito nei suoi confronti, quanto per quello che evidenzia con le altre che incontra soprattutto se molto più giovani di lei. Nel 1945 si risposa e lo fa con un musicista e attore: Artie Shaw. Anche qui il divorzio arriva dopo un anno di litigi, gelosie, tradimenti di lui e molto sesso. Proprio il 1946 è l’anno della svolta: prima Whistle StopSangue all’alba e The KillersI gangster dopo, la consacrano e la carriera spicca il volo. La seconda pellicola la recita con un’altra stella emergente, Burt Lancaster, ed è l’adattamento del racconto di Ernest Hemingway con cui, qualche anno più tardi avrà una storia di grandi bevute, molto tabacco e molto sesso.

Mentre torno a fissare il cielo, a respirare un’aria pulita, fredda e che mi riempie gradevolmente i polmoni, non resisto alla tentazione di una caramella all’anice, un’altra mia debolezza. Prima di proseguire nella mia camminata nel cimitero, il Sunset Memorial Park, dove entrerò tra poco, e segnalarvi nel frattempo alcuni dei film più famosi di Ava, mi sono interrogato sul valore dell’amore e della persona che più ritieni giusta per te. Non vi tedio sui modi di Kepler e passo oltre ma per lei il legame di questo tipo è stato con Frank Sinatra. Restano sposati dal 1951 al 1957, in modo così tumultuoso che nel 1953 la Gardner si trasferisce in Spagna, che visita e dove impara la lingua. A Madrid rimedia pure un calcio da un toro che le rovina la guancia. Una sbronza di troppo (a suo dire) la fa finire a letto con il torero Luis Miguel Dominguin. Il dolore per il tradimento, i successivi litigi, la mancanza del perdono da parte di Sinatra (poi si scoprirà che la storia più o meno nascosta era durata per tre anni fino al fatidico 1956) portano alla separazione l’anno successivo: ma tra i due rimane comunque un filo sottile che li lega.

Passo indietro, stavo per dimenticarlo: nel 1954 lui ottiene l’Oscar per Da qui all’eternità, lei lo sfiora con Mogambo (la statuetta finisce tra le mani di Audrey Hepburn per Vacanze romane). The Voice per lei tenta due volte il suicidio e quando Ava muore, avendo saputo che era immancabile la sua foto sul comodino, confessa ai suoi intimi che avrebbe dovuto essere lì. La biografia Ava, my story, rilasciata incompleta pur di non vendersi i gioielli, preferendoli forse a una parte della reputazione, per ironia della sorte esce comunque postuma verso la fine del 1990.

Quello con Sinatra è stato l’ultimo matrimonio, i maligni le affibbiarono l’etichetta di quella che ebbe sì solo tre mariti ma che cambiò gli amanti come i vestiti. L’elenco di attori (e non solo) è davvero lungo, tra cui anche l’italiano Walter Chiari. Insomma, i suoi capelli castano scuro, gli occhi verdi con uno sguardo quasi orientale andato un po’ perduto per il troppo alcool, la voce profonda, i suoi 168 cm di altezza e il fascino avevano attirato molta attenzione ricambiata. In fondo, quando disse che era arrivata al matrimonio vergine ma si sarebbe abbondantemente rifatta dopo, aveva reso bene l’idea.

Nel 1998 è uscito un libro di Autumn Stephens, Drama Queens: Wild Women of the Silver Screen: in copertina compaiono Liz Taylor, Marylin Monroe e Sophia Loren. Proprio ancora rivolta alla Taylor e a se stessa, Ava a pagina 48 rilascia questa frase:

Some people say Liz and I are whores. But we are saints. We do not hide loves hypocritically, and when we loyal and faithful to our men.

La contessa scalza e La notte dell’Iguana, qui siamo già nel 1964, La Bibbia fino al Cassandra Crossing del 1976 restano gli atri film tra i più ricordati. Mentre il silenzio mi avvolge non sono molto lontano da dove è stata sepolta ma ho ancora qualcosa da raccontarvi: la poca fiducia sul suo talento da parte dei produttori, che non sempre hanno creduto in lei, a dire il vero diva dai molti capricci: alla fine tra comparsate, corti e lungometraggi sono 65 i suoi film ma non molti quelli memorabili per sceneggiatura. Ava si era imposta di rifiutare qualsiasi parte di nudo: contattata per Il laureato si rifiutò di accettare la scena in cui Mrs. Robinson seduce Benjamin Braddock: ad accettare fu Anne Bancroft, più giovane di lei di quasi dieci: insomma fu lei la MILF, come dite voi, a “iniziare” Dustin Hoffman. Lavinia aveva la passione per la corrida, non solo per i toreri, e per i cani di razza corgi: il primo glielo aveva regalato Sinatra prima di sposarla e da quel momento ne ha sempre tenuto uno vicino. Forse per giocare un po’ con la sfrontatezza dei costumi, non sempre apprezzata da una certa società dei suoi tempi e la bellezza, tendeva a utilizzare pure un linguaggio volgare. Questo mi fa sorridere un po’, forse era un altro modo per essere ribelle.

Nel 1986 l’ictus le pregiudica la parte sinistra del corpo e ne limita la vita a cui si aggiungono i polmoni di un’accanita fumatrice, forse l’essere cresciuta in una fattoria dove si coltivava tabacco l’aveva condizionata, e anche loro iniziano a creare complicazioni. La tranquilla e defilata vita londinese, oramai lontana dalle luci ma mai caduta nell’oblio di Sinatra che le offre l’opportunità di visite mediche approfondite, inizia nel 1968 con al fianco la sorella Bappie, che l’aveva vista cogliere il volo grazie alle foto del marito. Ava muore di polmonite intorno alle 11.30 italiane del 25 gennaio  1990 nella sua casa vicino ad Hyde Park al 34 di Ennismore Gardens dove ha vissuto gli ultimi 18 anni.

Nel 2013 è uscita la biografia ultimata scritta con Peter Evans: Ava Gardner: The Secret Conversations.

La lapide della sepoltura di Ava Gadner.

Vi ho raccontato un’altra donna, che ha fatto scandalo senza nasconderlo, provocando e vivendo la propria parabola personale. Anche lei mi ha affascinato non c’è che dire. Intanto il mio braccio destro è ormai quasi zuppo di pioggia ma ci tenevo a non sciupare ciò che tengo con cura con la mia mano sinistra sotto l’ombrello: mi chino sulla sua piccola lapide così semplice e appoggio un mazzo di bucaneve: ero uno dei suoi soprannomi, credo che questi fiori le facciano piacere. Accarrezzo la pietra e la saluto. Anche oggi è ora di tornare.

A Smithfield potete trovare il Museo a lei dedicato, l’Ava Gardner Museum, le informazioni sono qui



Fabio Muzzio

Fabio Muzzio

Comunica per passione o per deformazione, professionista in fermento e dj ormai mancato. Ironicamente umanista, mediamente fatalista.

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