Black Friday

Il megastore apre alle 10, tra pochi minuti. Io sono in fila dalle 6 di questa mattina, sono il numero 17. Il primo della fila dorme in piedi, avrà passato la notte qui. Non so come abbiamo fatto questi sedici scappati da casa ad arrivare prima di me. Io non potevo arrivare prima, dalla mezzanotte ho avuto molto da fare. Ho aperto un nuovo conto bancario, il terzo, ma un’altra carta di credito mi serviva.  Ho stipulato un nuovo contratto telefonico, una sim di riserva può sempre servire. Ho stipulato un’assicurazione sulla vita, ne ho già due ma questa era in sostanza gratis.  Ho prenotato il mio checkup annuale al centro diagnostico. Ho acquistato una depilazione laser definitiva alle orecchie, non ho ancora questo problema estetico ma il coupon ha validità due anni e può essere anche convertito in una depilazione brasiliana all’inguine. Ho preso due biglietti aerei per Dusseldorf, anche detta la città più triste d’Europa, valgono solo il Mercoledì ma con quei soldi non compravi nemmeno un abbonamento settimanale alla metro. Venendo qua ho fatto anche il pieno di gasolio, oggi c’è il 5% di sconto e i punti sono triplicati. Carburante a parte, tutte queste cose non mi servono ma il brivido di acquistarle a prezzi scontatissimi mi fa sentire vivo.

La vigilanza è in assetto da guerra, i dipendenti del centro commerciale hanno creato due cordoni umani per agevolare l’afflusso al negozio. Sembra di essere al G8. Dietro di me ci saranno duecento persone, la pressione sale, qualcuno comincia a spingere. Partono i primi cori ultras, le mie mani cominciano a tremare. Studio i miei avversari, quelli che mi precedono. La vecchia davanti a me indossa gli anfibi, cazzuta la nonnina. Quando scatterà il via, la supererò senza pietà. Gli altri 15 li vedo tosti. Sono tutti giovanissimi, nessuno di loro ha l’età per avere un figlio undicenne. «Ho iscritto mio figlio alla Sezione H» vorrei urlargli, che ne sanno questi quattro mocciosi di quello che ho dovuto passare per iscrivere mio figlio alla scuola media.

Uno dei responsabili del negozio esce con un megafono.

«Vorrei pregare quelli delle ultime file di non spingere, grazie» urla facendoci sobbalzare, «regoleremo l’accesso a gruppi di 15 persone».


Non sento più le parole di quell’uomo perché attorno a me scoppia il caos. Tutti cercano di conquistare posizioni migliori. Cerco di resistere ma la pressione dietro di me è insopportabile. Qualcuno cade ed è calpestato dalla folla. Sento l’eco delle ambulanze in lontananza ma non posso girarmi. La nonnina ha impugnato l’ombrello e colpisce con una furia inaspettata quelli che cercano di superarla. Mi aggrappo a lei per proteggermi dalla folla inferocita. Lei mi pesta un piede col tacco rinforzato del suo anfibio. Il dolore è insopportabile e devo mollare la presa. Lontano dalla vecchia sono in balia dei miei nemici e, con un piede fuori uso, perdo posizioni. Potevo farmi prestare le scarpe antinfortunistiche dal mio amico ingegnere. Con quella punta d’acciaio, con un calcio avrei rotto tibia e perone a quella vecchia megera. Quelli delle ultime file tentano di forzare il cordone umano alla nostra destra ma i ragazzini sottopagati resistono con eroismo.

«Vi prego, non spingete. Se non vi calmate, oggi il negozio resterà chiuso» dice il responsabile con il megafono mentre gli uomini della vigilanza indossano le maschere antigas. La situazione si va pian piano calmando. Cerco di contare quante persone mi precedono ma la fila ormai è molto disordinata. A Napoli abbiamo un serio problema con le file, figuriamoci in una situazione difficile come questa.

«Fino a quando non formerete di nuovo una fila ordinata, il negozio resterà chiuso» dice la voce metallica ma nessuno si muove di un millimetro.

«Non mollare mai, non mollare mai» è il coro spontaneo che parte dalle retrovie, la vigilanza è costretta a intervenire.

Uno di loro mi pianta una manganellata nella schiena e sono costretto a cedere il posto al mio vicino. Senza accorgermene ero uscito dalla fila che adesso sembra essere tornata abbastanza ordinata. Il dolore alla schiena e al piede destro sono insopportabili. Mentre bevo una fiala di Toradol, riesco a contare quante persone sono davanti a me. Sono trentesimo, se le mie gambe non cedono per la stanchezza, entrerò nel secondo gruppo. La vecchia con gli anfibi non la vedo più. Sarà stata travolta dalla folla inferocita. Sicuramente starà facendosi curare in qualche ambulanza.

Uno sparo sancisce l’apertura del negozio.

«Ognuno di voi può acquistare un solo articolo» grida l’uomo col megafono mentre i primi quindici fortunati cominciano a entrare.

Un facinoroso delle ultime posizioni, cerca di forzare il blocco degli agenti ed è preso a manganellate e portato via con la forza. Anche quest’anno non ce l’ho fatta a essere nel primo gruppo. Come l’anno scorso dovrò accontentarmi di uno spremiagrumi elettrico o di una piastra per capelli. Non so cosa ci sia in offerta oggi in questo negozio ma la delusione per non avercela fatta è comunque tanta. Un finto lavavetri si cala dal tetto del megastore con l’impalcatura elettrica ma è subito individuato. Abbandono la fila sotto gli occhi increduli di tutti. Alzo le mani per far capire agli uomini della vigilanza che mi arrendo.

«Grazie, grazie, grazie» urla l’uomo che era in fila dietro di me. E’ in ginocchio, ha una mano sul cuore e piange di gioia.

Non riesco a camminare, devo passare dal pronto soccorso a controllare se ho qualcosa di rotto. Il parcheggio è pieno e ci metto un po’ per ritrovare la mia bambina col cellulare. L’accesso al parcheggio è sbarrato, si può solo uscire. Fuori dal parcheggio centinaia di auto sono in attesa di entrare. Qualcuno ha appiccato il fuoco ai cassonetti della spazzatura in segno di protesta, i vigili del fuoco già sono in azione. Non riesco a guidare per le fitte al piede destro. Ripenso alla vecchia che mi avrà rotto l’alluce con il suo stivaletto militare. Mi sembra di vederla che è schiacciata dalla calca. Mi sembra di vedere la sua faccia tumefatta ma non è la mia immaginazione, la vedo veramente. La vecchia è in piedi sulla fermata dell’autobus e sta parlando al telefono: un Iphone nuovo di zecca, appesa al suo braccio, c’è una busta con il logo del negozio di elettronica. Reprimo il mio desiderio di investirla e mi fermo sul ciglio della strada.

«Dove l’hai preso?» le sputo dal finestrino.

Lei, senza smettere di parlare al telefono, indica la busta del megastore.

«A che ti serve un Iphone nuovo?» sbraito non riuscendo a trattenere il mio attacco d’ira.

Lei, infastidita della mia insistenza, si scusa con il suo interlocutore ed esclama sfacciatamente: «quello che ho preso l’anno scorso non mi piaceva più».

«Anche l’anno scorso sei riuscita a entrare? Mi spieghi come diavolo hai fatto? Non ti ho vista entrare in quel maledetto negozio» urlo fino a raschiarmi la gola e sto per uscire ma il suono terrificante di un clacson mi fa cambiare idea. La vecchia lancia la busta che aveva al braccio sul sediolino al mio fianco  e sale sull’autobus fermo dietro la mia auto. L’autista, che finalmente ha tolto la mano dal clacson,  mi supera e mi mostra il dito medio.

Ho ancora il suono del clacson che mi rimbomba nella mente e  con le mani tremanti apro la busta e tiro fuori una maglietta e un cappellino rossi con lo stesso logo: sono quelli che indossano i dipendenti di questo maledetto megastore.

 

Gianluca Papadia è autore di molti racconti vincitori di premi letterari. Ha pubblicato il libro:

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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