I Brasadè dell’Oltrepò

Nel mio romanzo “È caduto un pilota nel giardino”, compaiono, oltre alla protagonista, altre figure femminili, provette cuoche e amanti appassionate. Elisabetta Ferrari offre a Edoardo, il pilota, dei dolcetti fatti in casa accompagnati da… tutta sé stessa! Ma leggiamo la ricetta di una delle tante versioni delle Brasadè dell’Oltrepò e scopriamo come poterle gustare appieno.

Nota: Le ricette sono presentate così come inserite nel romanzo e potrebbero mancare di qualche informazione.

Gli omissis indicano dove non sono state riportate parti del romanzo.

       Omissis

«Un dolcetto? Prendi una Brasadè» disse Elisabetta che spostò una scatola di metallo dal mobile pensile della cucina al tavolo.

«Buono!» commentò Edoardo, dopo aver assaggiato uno dei dolcetti secchi che vi erano contenuti.

«Sono ciambelline poco dolci. Sono diffuse in queste colline con differenze nella ricetta da un paese all’altro e da una famiglia all’altra. Io faccio una versione simile alle Brasadè di Broni o di Mornico. O a tutte e due, o a nessuna delle due» cercò di spiegare Elisabetta. «Una ricettina semplicissima: s’impastano due uova, centocinquanta grammi di zucchero e altrettanto di burro, un pizzico di sale e una bustina di lievito vanigliato con quattrocento grammi di farina. Un poco di latte tenendo presente che l’impasto deve risultare consistente. Si formano dei cordoncini dal diametro di circa due centimetri, vengono chiusi a guisa di ciambellina con il buco, poi s’infornano a centottanta gradi per… non saprei dire quanto tempo, forse una ventina di minuti. Io aspetto solo che siano belle dorate.»

Ne prese una dalla scatola e ne mangiò un pezzetto. «Vanno bene la mattina a colazione o il pomeriggio come spezza fame. O in qualsiasi momento. Ottime con il vino Sangue di Giuda o con un Moscato. Ma, ora, io te le consiglio con il caffè e con l’ammazzacaffè. Prendi tu la grappa dalla credenza alle tue spalle? Io accendo sotto la moka.»

Edoardo aveva intuito che, dietro la foga con la quale Elisabetta gli aveva parlato dei dolcetti, c’era un sottofondo di agitazione. Forse per l’attesa di qualcosa che era nell’aria ma che ancora non si era svelata. O forse aspettava il suo primo passo.

Fece scorrere il vetro trasparente dietro il quale s’intravvedevano le bottiglie di liquore. Prese la grappa di moscato in primo piano e due bicchierini di vetro sfaccettato. Se ne versò appena un goccio e l’assaggiò.

«Gusto morbido e gradevole» disse assaporando nella bocca la piccola quantità. Poi chiese: «Sai cosa penso?»

Elisabetta lo guardò con aria interrogativa, scuotendo la testa in senso negativo.

Edoardo le si avvicinò, si versò un’altra piccola quantità di grappa, la fece disperdere nella bocca, poi si chinò verso Elisabetta e la baciò. Lei non lo rifiutò. Agevolò l’ingresso della lingua, lasciò entrare la saliva al sapore di grappa, ne assaporò il gusto e rispose al bacio.

«Scusa, non sarei riuscito a spiegartelo altrimenti» disse Edoardo che intanto era tornato a sedersi.

«Spiegare cosa?»

«Che la dolcezza della grappa mi aveva fatto venire voglia di gustarla sulla tua lingua.»

«Ti sei spiegato benissimo» rispose.

Elisabetta andò alla finestra, accostò le imposte esterne lasciando aperti i vetri. Ritornò al fornello e spense la fiamma sotto la caffettiera che borbottava segnalando che il caffè era salito. Versò la grappa nei due bicchierini.

Con mossa elegante raccolse il vestito fino ai fianchi. Sorrideva e aveva le labbra socchiuse. Sedette a cavalcioni sulle gambe di Edoardo che ne osservava le movenze diventare sempre più morbide. Bevve un sorso di grappa e lo baciò. Giocò con la lingua intorno a quella di lui cercando a tratti di succhiarla all’interno della sua bocca. Quando si staccò guardò Edoardo negli occhi senza dire nulla. Finì la grappa rimasta nel bicchierino.

«Lo desideravo e tu l’hai capito» disse.

Edoardo non rispose. La guardava accarezzando le abbronzate e ben formate cosce che si stringevano alle sue. Iniziò a slacciarle la fila di bottoni del vestito scoprendo un fisico più formoso di quello che sembrava a prima vista. Le slacciò il reggiseno e l’aiutò a liberarsene insieme al camice. Lei gli tolse la maglietta, poi gli allentò la cintura e gli fece scorrere la lampo dei jeans. Edoardo fece forza con le gambe a terra e, con un movimento agevolato dalla donna, riuscì a far scivolare jeans e slip sotto le ginocchia. La trattenne contro di sé con il braccio sinistro  mentre con l’altro si liberava degli indumenti, delle scarpe e dei calzini.

Elisabetta si alzò in piedi per il tempo necessario a liberarsi delle mutandine e dei sandali. Poi riprese la posizione a cavalcioni. Rimasero per un po’ così, accarezzandosi e baciandosi reciprocamente, senza parlare, respirando l’uno l’odore dell’altro, avvolti nella penombra della cucina che aveva acquistato un’atmosfera complice e protettiva.

Appoggiandosi con una mano alle spalle di Edoardo, Elisabetta sollevò il bacino. Con la mano libera mantenne aperte le sue piccole labbra, poi si lasciò calare accogliendo il sesso di lui insieme a un brivido che le percorse l’intero corpo. I suoi movimenti furono inizialmente lenti e profondi poi acquistarono velocità e circolarità. Mentre Edoardo le accarezzava il seno, lei lo guardava restituendo ogni movimento che aumentava la pressione tra i sessi. Quando la dose di sensazioni ricevute fu sufficiente a calmare la prima forte ondata di desiderio, rallentò e adattò la posizione in modo da poter vedere il sesso di Edoardo che la penetrava. Ne seguì con attrazione e tenerezza i movimenti che lui aveva rallentato perché potesse osservarli meglio. Gli cercò i testicoli, li accarezzò mentre lo sentiva muoversi dentro di lei. A Edoardo sembrò una ragazza che assaporava ogni momento della sua prima esperienza. La tenne saldamente con le mani sui lombi aiutandola a spingere forte con il bacino. Elisabetta cominciò a emettere, a ogni ondeggio, un piccolo gemito che crebbe d’ampiezza e di frequenza. Venne con intensità, con sussulti e strette della vagina che fecero esplodere anche Edoardo. Elisabetta, nel sentire il liquido entrare in lei, si aggrappò all’amante per percepire le pulsazioni del sesso di lui nel suo profondo. Emise un ultimo lungo gemito e poi si appoggiò a Edoardo dandogli una serie di baci sul collo, sulle guance, sulla bocca. «Lo sapevo» disse, «lo sapevo.»

La tenne così, restituendole i baci, accarezzandole la schiena con movimenti leggeri.

Omissis

«Metto su dell’altro caffè  perché è diventato freddo.»

«Ti spiace se accendo un sigaretto? Tu fumi?»

«Qualche volta, ma se non fumo non ne sento la mancanza.»

«Vuoi provarne uno?»

«No, grazie. Ora no» rispose mettendo davanti a Edoardo un posacenere di peltro. «Mangiamo queste Brasadè

«Speravo che me lo chiedessi. Prenderei anche un altro poco di grappa.»

«Prendi pure come desideri. Tra poco arriva il caffè.»

«È cominciato con uno, e finisce con un altro bicchiere di grappa.»

Le parole gli uscirono dalla bocca insieme al fumo azzurrognolo del sigaretto. «Ci pensi a cosa può esserci tra i due? Due bicchierini di liquore con in mezzo un pezzo d’infinito. Guarda com’è piccolo.» Li sollevò ambedue in alto e guardandoli disse ancora: «Un pezzo d’infinito. Che non si può neanche dire così, poi. Un pezzo d’infinito è sempre infinito. Quindi se ne conclude che due bicchierini di grappa sono separati dall’infinito.»

Elisabetta ascoltava Edoardo senza parlare. Non capiva bene questo strano discorso. Anzi, aveva capito benissimo che con il secondo bicchierino la storia si concludeva. Non aveva pensato diversamente e non gliene voleva per questo. Quello che era successo era stato voluto da lei e adesso si trovava in quello stato di benessere indotto dalla gratificazione che riceve una donna quando ha conferma di poter sedurre gli uomini. Meglio se sono uomini gradevoli e affascinanti. Come Edoardo. Elisabetta stava provando un sentimento che assomigliava più alla riconoscenza che all’amore.

«Facciamo luce» disse allargando le imposte alla finestra.

La carica erotica nell’aria era ormai svanita, era stata sostituita da un sensazione di tranquilla confidenza.

Elisabetta versò il caffè fumante nelle due tazzine. «Mi spieghi quella storia dell’infinito? Mi devo essere persa qualcosa.»

«Non farci caso. Delle volte mi vengono questi pensieri e li dico così come mi passano per la testa.»

«Quindi?»

«Quindi l’infinito, l’universo, il creato, chiamalo come vuoi, quella immensità nella quale insistiamo anche noi, che esaminata, osservata, da un ipotetico punto di vista esterno, che già lo si capisce, non sarebbe possibile: se è immensa non si può starne fuori, altrimenti ci sarebbe un’immensità più immensa, e non lo sarebbe neanche dal punto di vista delle leggi dello spazio-tempo, che tutto racchiudono dentro di loro e nulla permettono al di fuori. Ma noi siamo umani e abbiamo la possibilità di pensare in modo trascendente e possiamo immaginarci oltre il tempo e lo spazio…»

«Se osservata da fuori?» s’inserì Elisabetta che fece anche la mossa di stringere il pugno con significato di non tergiversare, di andare avanti.

«Se pensata, se osservata da fuori, saremmo così insignificanti, meno che microscopici, che non riusciremmo a trovare traccia di noi. Un paradosso: l’osservatore che scruta il suo mondo e non vi trova traccia di sé. Premesso questo, poi mi accorgo di impastoiarmi e di non riuscire a venirne fuori. Ma adesso ci riprovo.»

Edoardo si fermò come a riordinare le idee. Ne approfittò per bere il caffè e tirare una boccata dal sigaretto. Guardò la cenere compatta che non voleva staccarsi. Diede un colpetto per farla depositare nel posacenere, poi riprese: «Ma se dall’esterno non potremmo praticamente notare la nostra presenza, non significa che non ci siamo. Noi esistiamo, eccome. Quindi la visione corretta è dall’interno. Guardare partendo da noi. Prima mi sono accorto che tra un bicchierino e l’altro, noi ci siamo stati, all’interno del mondo, intendo. Ho avuto l’immagine che due umani, maschio e femmina, sono parte dell’universo quando fanno l’amore. Quando danno seguito al comportamento per il quale sono nati. L’orgasmo li avvicina al senso della vita, al senso del perché ci sono, al senso dell’universo, al senso dell’immensità, al senso dell’infinito.» Sorrise a Elisabetta. «Tra i due bicchierini di grappa, mi hai regalato un pezzetto d’infinito.»

«Ma non hai detto che non ci può essere un pezzo d’infinito?»

«Diciamolo meglio, allora.» Edoardo levò il braccio in alto con in mano il bicchierino di liquore e disse: «Sempre più in alto… sempre più in alto… concludendo… concludendo… non un pezzetto d’infinito, ma l’infinito in un pezzetto di tempo.»

«Ma non avevi detto che spazio e tempo sono praticamente la stessa cosa?»

«Appunto. È la stessa cosa.»

Elisabetta non disse più nulla. Si limitò a guardare Edoardo. Pensò che quel pilota sarebbe piaciuto anche a suo marito. Nella camera da letto conservava ancora i suoi libri di astronomia e di astrofisica e nell’armadio c’era il piccolo ed economico telescopio con il quale osservava le stelle. Ricacciò in fondo la nota di nostalgia che cercava d’assalirla.

«Vado, Elisabetta. Io…» iniziò Edoardo.

«No. Va bene così» lo interruppe lei alzandosi dalla sedia e allungando la mano sulla bocca di lui in un gesto eloquente. «Non diciamo nulla che non potremmo poi portare con noi. Va bene così.»

Edoardo si alzò, le diede un bacio sulla guancia e uscì.

 

Da È caduto un pilota nel giardino abbiamo estratto altre ricette: I tortelloni alla bolognese, La faraona in casseruola e la Crema di mascarpone con la Mostarda alla senape.

Giovanni Odino

Giovanni Odino

Pilota di elicotteri in pensione, spigolatore errante in campi reali o immaginari della vita, dipinge e scrive storie, poesie, haiku e favole.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.