Capodanno in piazza

Il Capodanno in piazza è sempre una scelta coraggiosa: uscire da casa dopo aver mangiato e bevuto tanto, è un’impresa da guinness dei primati. Le strade sono immerse in una nebbia surreale. L’aria è irrespirabile e le strade sono invase di rifiuti.  C’è gente che da due giorni è collegata su meteo.it sperando in una pioggia che la salvi da questa punizione.   L’auto, se ti va bene, la lasci a cinque chilometri dalla piazza e il percorso che ti separa dalla festa, è sempre molto rischioso: la gente si diverte a lanciare dal balcone gli ultimi petardi in testa ai malcapitati passanti. Facendo lo slalom tra botti inesplosi, principi d’incendio e montagne di cocci di piatti rotti, arrivi in piazza con l’umore giusto. Quando finalmente vedi che altri coraggiosi hanno affrontato mille avversità per giungere fino a lì, ti senti meglio. Sei felice, saluti gli amici, fai gli auguri a tutti perché ti fa piacere, non essere l’unico coglione che alle due di notte si è messo in auto per arrivare fino a lì. La piazza è piena, la musica è assordante, ma nessuno sa veramente chi stia parlando dal palco. Lo speaker non aiuta, perché ha l’entusiasmo di un quindicenne a un raduno di ex alpini. L’avranno pagato poco. Si vede che tutti stanno pensando “ma chi diavolo me l’ha fatto fare?”, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo. Qualcuno rimpiange la tombolata con gli zii sordi, altri, invece, con anni di esperienza alle spalle, riescono a dormire in piedi. I più sfacciati fingono di andare in bagno per fare una pennichella sulla tazza di toilette puzzolenti. I più tranquilli sono quelli talmente ubriachi che, convinti di essere da tutt’altra parte, esclamano pensierosi:«’o vuleva bene tanta gente, peccato che è muort proprio a Capodanno.»


Le facce da zombie dei tuoi amici dicono molto di più di tante parole. La mancanza di sonno ha effetti devastanti sulla psiche delle persone.

Alla domanda «quest’anno chi canta?» tutti cambiano discorso. Nessuno si è preoccupato di sapere quale cantante sfigato ha accettato l’ingaggio da fame del Comune. «Poteva spendere questi soldi per aggiustare le strade» è il commento degli oppositori politici che strumentalizzano ogni cosa. «Poteva chiamare Vasco Rossi» quello degli incontentabili cronici.

Il freddo comincia a farsi tagliente anche perché siamo tutti in fase digestiva avanzata. La gente balla per riscaldarsi, anche se non c’è spazio a sufficienza. Tutti sono intenti a fare selfie per testimoniare il gesto eroico che li ha spinti ad affrontare queste temperature polari. I più giovani hanno pure il fegato, inteso come organo del corpo umano, di bere ancora.

A metà serata parte la giostra dei buoni propositi per l’anno che è appena iniziato. «L’anno prossimo mi faccio un viaggio» è, come sempre, quello più gettonato perché la speranza di non essere qui pure l’anno prossimo aiuta ad affrontare meglio l’anno che verrà.

Proprio nel più bello, lo speaker si ricorda che è qui per lavoro, e annuncia l’ospite d’eccezione.

Il gruppo rock – che pur contando una ventina di hits nei primi anni 2000 – pensa di esordire con pezzi meno noti che conoscono solo i fans più accaniti. La scelta non è condivisa dalla folla e partono i primi fischi.

«Cantaci 50 Special» grida un signore a qualche metro da noi.

«Quelli sono i Lunapop, cretino» gli dice una donna che molto probabilmente è sua moglie.

«E questi chi c…» riesce a pronunciare l’uomo prima che la donna lo trascini via.

Finalmente il gruppo si degna di suonare la loro hit più famosa, togliendo dall’imbarazzo tutta la piazza. Ancora nessuno si ricorda il nome della band ma il ritornello è di quelli fastidiosi che ti entrano nella mente e non se ne vanno più. Io sono troppo giovane per conoscere queste canzoni e per colpa di due stronzi sono qui al freddo invece di essere al caldo nel mio letto. E’ la terza volta che mi trascinano in questo caos. Loro lo sanno che tutte queste persone mi mettono ansia, ma se ne fregano.  Mi ricorderò di questi momenti soprattutto quando si faranno vecchi e non andrò a trovarli nemmeno a Natale. Per vendicarmi di queste notti all’addiaccio, li condannerò alle sevizie di una badante sottopagata. Non avrò pietà di loro giacché a soli tre anni devo dormire nel mio passeggino, con una musica di merda nelle orecchie e una temperatura da far impallidire i pinguini al polo sud.

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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