I beni più importanti della nostra società sono tutti proprietà comune del popolo. Tutti i mezzi di produzione e di trasporto come officine, miniere, foreste, campi, ferrovie e navi, appartengono al popolo e tutti gli edifici adibiti a servizi culturali e sanitari come le scuole, gli ospedali e i teatri, sono ugualmente proprietà del popolo. Non servono solo la generazione attuale ma serviranno anche a quelle a venire. Questi beni comuni costituiscono un capitale prezioso ed indispensabile affinché tutti i membri della collettività possono usufruire di una vita facile. Di conseguenza, per amare la collettività, occorre saper amare i suoi beni comuni.

Kim II-sung, politico nordcoreano 1912 -1994

Ci vuole orecchio


La notizia non è di quelle che fanno boom, anzi! Passa nei Tg periodicamente quasi come un trafiletto, un’informativa accessoria, una varia ed eventuale da ordine del giorno di riunione condominiale dove se ne parla da tanto ma non si mette mai seriamente a verbale una possibile soluzione. La voce narrante, a turno, è sempre quella delle associazioni di categoria o dei sindacati: Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale), Anaao (Associazione Medici e Dirigenti del SSN), Enpam (Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri), Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e rilascia dati numerici, previsioni, stime, come scricchiolii di un diverso Ponte Morandi che sembra dover implodere nei prossimi anni nella Sanità italiana per carenza di medici. Al momento nessuna voce politica sembra aver raccolto seriamente il problema e tentato almeno una qualche risposta di conforto come se le attenzioni della politica fossero volte verso altri problemi. I problemi sono sempre altri, più che una battuta, qui, è un dato di fatto: neanche un vedremo, un si potrebbe, un si cercherà, dalle solite facce note.

Stando ai dati Ansa, in Italia, nei prossimi cinque anni, circa 45mila medici, tra quelli impegnati sul territorio e gli ospedalieri, appenderanno il camice al chiodo per entrare nella nuova dimensione di pensionati, o per età o perché incentivati dalla neonata Quota 100. L’ondata dei pensionamenti non sarebbe di per sé un dato preoccupante se non affiorasse, parallelamente, un altro problema: le uscite stimate sembra che non saranno compensate, a sufficienza, dalle nuove assunzioni.

In base alle proiezioni, l’anno nero, l’annus horribilis, sarà il 2022, quando si registrerà il massimo picco di uscite per i medici di base che lascerà nell’affanno un po’ l’intero Paese e in una seria criticità alcune Regioni come Piemonte, Lombardia, Toscana, Puglia, Sicilia. Nelle proiezioni a dieci anni l’emorragia, in aumento esponenziale, si attesta sugli oltre 80mila posti vacanti tra medici di famiglia e medici ospedalieri e si stima che oltre 14 milioni di italiani si ritroveranno senza medico di base.

C’era da aspettarselo? Affermativo! C’era da aspettarselo.

Da sempre il mercato del lavoro in ambito sanitario soffre di una cronica mancanza di fondi, di tagli, di azzeramento, o riduzione al minimo, del turnover che porta a turni pesanti, di scarse opportunità di carriera. Già attualmente mancano i medici di Pronto Soccorso, anestesisti, ortopedici, ginecologi e medici di base. Ogni anno le Università sfornano circa 10mila medici ma l’offerta di specializzazione non copre a sufficienza il numero delle domande (6200 posti nel 2018; 7100 nel 2019; 9000 i prossimi, con la nuova Legge di Bilancio), lasciando nell’imbuto formativo, che si accumula negli anni, la rimanenza, i cosiddetti “camici grigi”. Si entra in una Scuola di Specializzazione mediante un concorso nazionale del Ministero dell’Istruzione che consente di ottenere una borsa di studio per praticare una specializzazione in ospedale. Terminato il ciclo di studi si può partecipare ai concorsi per essere assunti a tempo indeterminato presso qualche struttura. La condizione sine qua non è che poi, effettivamente, ci siano dei posti messi a concorso ai quali poter partecipare. Forse è anche per questo che specialità come chirurgia toracica o anestesia e rianimazione registrano, secondo un recente censimento della Asl (Associazione Liberi Specializzandi), una bassa attrattiva rispetto a discipline come chirurgia plastica o pediatria, con saturazione prevedibile dei posti disponibili, per l’alternativa di sbocco redditizio anche nel privato.

La trafila è lunga anche per i medici di famiglia. Dal 1994, dopo l’Esame di Stato per l’abilitazione, un ulteriore esame selettivo permette di accedere al corso di formazione specifica in Medicina Generale che viene organizzato e finanziato con borse di studio dalle Regioni. Al termine del percorso si può entrare nelle graduatorie regionali e convenzionarsi con il Sistema Sanitario Nazionale come medico di famiglia al liberarsi di un posto. Sempre che il posto si liberi.

In definitiva l’imbuto formativo post-laurea tende a gonfiarsi di fronte a poche prospettive certe e tanti giocano la carta della ricerca di uno spazio lavorativo all’estero. Si stima che a uscire dal Paese siano circa 1500 medici all’anno il che, secondo il segretario dell’Anaao Assomed, “è come se regalassimo 1500 Ferrari all’anno ai Paesi stranieri perché formare un medico per sei anni di università costa circa 150mila euro alla collettività e mandare questi laureati all’estero equivale a regalare lo sforzo fatto per la loro formazione”.

Stiamo pagando lo scotto non tanto di mancanza di competenze ma piuttosto di una non oculata programmazione, di politiche del lavoro contraddittorie tra ciò che veramente servirebbe e i fondi per una attuazione soddisfacente, di inefficace gestione delle risorse, di quelle risorse che non aspettano altro che un inserimento lavorativo stringendo in mano quel benedetto pezzo di carta. Purghiamo lo scotto della Legge Finanziaria per il 2007 che aveva fissato un tetto di spesa alle Regioni per il personale sanitario impedendo, di fatto, di attuare le assunzioni necessarie per far funzionare bene il SSN e facendo aumentare ulteriormente l’età media dei medici, già avanzata rispetto alla media europea. Lo scotto di non aver formato medici a sufficienza di fronte ad un esodo inevitabile, ma anche prevedibile, e che, adesso, sembra biblico.

È evidente che, senza misure correttive mirate e a breve termine ci si troverà costretti a “importare” pediatri, igienisti, cardiologi, chirurghi, ginecologi e altre figure professionali da quel discount rappresentato dai Paesi Baltici, dove i medici locali aspettano con ansia di trasferirsi in cerca di redditi maggiori.

Il Veneto e il Molise, per far fronte alla penuria di medici che lascia scoperti interi bacini di utenza, e in assenza di concorsi, hanno ultimamente fatto ricorso ai lavoratori già in pensione con contratti a tempo determinato, in attesa dell’evolversi degli eventi e che qualche cosa si sblocchi rispetto alle rigidità strutturali presenti.

Senza interventi non solo immediati ma anche fortemente innovativi, non si potranno attenuare le conseguenze negative sulla quantità e qualità dei servizi erogati ai cittadini, con le liste di attesa che si allungheranno ulteriormente di mesi, le chiusure dei punti nascita, il declassamento degli ospedali, le carenze dei presidi sul territorio.

Le Asl e le aziende ospedaliere non hanno più alibi che tengano: devono redigere le loro piante organiche, bandire concorsi per le specializzazioni carenti in organico per garantire continuità di servizio, permettere agli specialisti di superare il loro stato di precariato attraverso la stabilizzazione dei contratti atipici.

La legge 23 dicembre 1978, la 883, istituiva il Sistema Sanitario Nazionale con decorrenza 1 luglio 1980. Sopprimeva il vecchio sistema mutualistico e dava attuazione all’art.32 della Costituzione Italiana: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Il SSN compie, a giorni, 39 anni. Da sistema all’avanguardia in Europa, e non solo, si è trasformato, o meglio lo si è lasciato andare. Bene all’inizio, con il tempo ha accusato degli acciacchi tipici del quando da “sistema salute” lo si è trasformato, man mano, in “sistema economico aziendale” senza dare ogni tanto quel colpo al cerchio e uno alla botte perché tutto filasse al meglio; senza quel ci vuole orecchio alla Jannacci nel valutare le inevitabili necessità per rimanere fiore all’occhiello della Sanità nel panorama mondiale. Come quei matrimoni partiti alla grande e che, dopo quarant’anni, magari si festeggia, in qualche modo, lo stare lì ma intanto ci si chiede come mai si sia finiti così e non ci si riconosce più.

È ora di correre ai ripari. È necessario non condannare l’Italia all’eterna emergenza.

Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

2 commenti

  • Giovanni Odino
    Giovanni Odino
    27 Giugno 2019 a 22:50

    Tutto giusto, ma alla fine della lettura si ha l’impressione che sia tutto causato da errori di programmazione, da miopia burocratica, da dirigenti inadeguati, da vuoti legislativi e non viene nominata la principale causa di tutto questo: la corruzione e la sorella concussione. Nelle zone dove il malaffare entra più facilmente in contatto con il pubblico, la Sanità ne è devastata. Le risorse pubbliche, dirottate a favore di singoli soggetti, basterebbero, in una gestione oculata e onesta, a mantenere il Servizio Sanitario al livello d’eccellenza dal quale si sta allontanando. Quindi, prima e quasi unica causa il malaffare, eliminando il quale si disporrebbe delle risorse per i corsi di specializzazione e per le altre attività.

  • Attilia Patri
    Attilia Patri
    28 Giugno 2019 a 09:32

    Ineccepibile osservazione.
    Su malaffare, corruzione, concussione, interesse privato nella res pubblica, si è voluto soprassedere di proposito ritenendo che ne sia impregnato, diventando costante, qualsiasi sistema.
    Non mancheranno di certo occasioni future per fare un punto della situazione. Naturalmente per quel che si può.

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