“Ai sensi della presente Convenzione si intende per fanciullo ogni essere umano avente un’età inferiore a diciott’anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile. Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. Gli Stati parti adottano tutti i provvedimenti appropriati affinché il fanciullo sia effettivamente tutelato contro ogni forma di discriminazione o di sanzione motivate dalla condizione sociale, dalle attività, opinioni professate o convinzioni dei suoi genitori, dei suoi rappresentanti legali o dei suoi familiari”.

Legge 27 maggio 1991, n.176 - art. 1 e 2

Come cemento umido

20 novembre, Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e trentesimo compleanno della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

Trent’anni fa, dunque, la Convenzione ONU riconosceva, per la prima volta, che anche i bambini godono di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici: bambini non più visti come semplici oggetti passivi da accudire e assistere ma veri e propri soggetti di diritti inalienabili, persone che hanno un proprio valore e una propria dignità. Bambini a cui veniva fatta la promessa di consentire loro di crescere e di esprimere al meglio il loro pieno potenziale attraverso la non discriminazione, il superiore interesse, il diritto alla vita, alla sopravvivenza

Eglantyne Jebb

e allo sviluppo, la salute, l’istruzione e il gioco, l’ascolto delle opinioni.

Il testo della Convenzione rappresentava la prosecuzione e il perfezionamento di precedenti trattati come la prima Carta dei Diritti del Bambino, scritta nel 1923 da Eglantyne Jebb, in seguito fondatrice di Save the Children e, di fatto, è la Convenzione più ratificata della Storia avendo aderito ad essa 196 Paesi, ovvero tutto il mondo tranne Stati Uniti e Somalia.

L’Italia ha aderito alla Convenzione, e all’assunzione delle responsabilità in essa indicate, il 27 maggio 1991 con la legge n.176. Successivamente, con la legge n.285 del 28 agosto 1997, “Disposizione per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” – considerata come il primo strumento di mutamento nel sistema delle politiche sociali italiane – verrà istituito il Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza con il quale valorizzare le risorse del territorio al fine di pianificare e realizzare progetti finalizzati al soddisfacimento dei bisogni dei minori e al loro benessere. Le aree di intervento individuate dalla legge sono quattro e vanno dai servizi di sostegno nella relazione genitori-figli, al contrasto della povertà e della violenza, alle misure alternative al ricovero dei minori in istituti educativo-assistenziali, all’innovazione e sperimentazione di servizi socio-educativi per la prima infanzia, ai servizi ricreativi ed educativi per il tempo libero, agli interventi per facilitare la vivibilità degli spazi urbani dando impulso a momenti di partecipazione dei bambini e dei ragazzi  alla vita della comunità locale.

20 novembre 2019, giornata in cui tirare le somme tra ciò che è stato promesso, realizzato, mancato. Somme che parlano di numeri, e cercheremo di scrivere solo gli indispensabili, che fotografano un Paese partendo dalle basi, dall’infanzia e dall’adolescenza, dal presente proiettato in un futuro neanche tanto lontano. Somme che nascono dalla confluenza di dati scaturiti da indagini, interviste, osservazioni sul territorio, di Demopolis – per l’impresa sociale “Con i bambini” in qualità di soggetto giuridico attuatore del “Fondo contro la povertà educativa minorile” istituito dall’ACRI nel 2017; i dati, recentissimi, sono stati presentati il 18 novembre – di Ocse-Pisa con i dati elaborati e resi noti nel mese di ottobre dall’Università di Tor Vergata per Save the Children Italia , di Istat nel rapporto di giugno 2019.

Tirando le somme ne esce un Paese quasi vietato ai minori dove negli ultimi dieci anni il numero di bambini e ragazzi in povertà assoluta è triplicato raggiungendo quota 1,2 milioni, dove ci sono sempre meno nascite, dove si riducono sempre più gli investimenti nella spesa sociale per l’infanzia e l’istruzione, dove cresce la dispersione scolastica e gli studenti sono costretti in scuole non sicure in un territorio fortemente sismico e ad alto rischio idrogeologico.

Per sgombrare ogni dubbio, quando si parla di povertà  assoluta non ci si riferisce alla povertà di valori o al generico peggioramento della qualità della vita ma alla situazione estrema in cui mancano gli elementi di base, dall’avere un pasto quotidiano sano, all’avere un ricambio di vestiti, una casa, una garanzia di istruzione. Povertà  assoluta: quella povertà dove non ci si può permettere di affrontare neanche le spese più essenziali e condurre uno standard di vita minimamente accettabile.

Una seconda forma di povertà, non meno grave della prima, è la povertà educativa minorile, la condizione in cui un bambino o un adolescente si trova privato del diritto all’apprendimento in senso lato, dalle opportunità culturali ed educative, al gioco. La povertà educativa minorile rappresenta la negazione o la compromissione del diritto ad apprendere, formarsi, sviluppare capacità e competenze, coltivare le proprie aspirazioni e talenti.

Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda, non solo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Nel breve periodo mina il diritto del minore alla realizzazione e alla gratificazione personale, nel medio spinge all’abbandono scolastico precoce, nel lungo riduce la probabilità sia di un inserimento occupazionale soddisfacente e duraturo sia a sottrarsi a condizioni di disagio economico e, un po’ come il cane che si morde la coda, come in un circolo vizioso, le disuguaglianze economiche, educative, culturali e sociali, tenderanno a tramandarsi dai genitori ai figli.

Se di Giornata di diritti dei minori si parla oggi, allora bisognerebbe puntare il dito sugli interventi concreti sul territorio, sulle reti sociali, sul rafforzamento del ruolo delle comunità educanti, sulla riqualificazione delle periferie e dei centri minori lasciati in stato di quasi abbandono perché, a parità di reddito delle famiglie,  una forte discriminante  è la possibilità di accesso, per i ragazzi, ai servizi essenziali  e di buona qualità istituiti nel territorio in cui si vive.

Bisognerebbe puntare il dito su una politica che si vorrebbe più responsabile e concreta; monitorare  sull’uso di risorse economiche pubbliche sempre piuttosto limitate perché lo sviluppo sostenibile, l’aiuto tangibile nelle situazioni di fragilità, è fatto di dinamiche economiche, sociali e ambientali armonicamente intrecciate. Offrire ai più giovani opportunità sotto forma di biblioteche, centri di ascolto, spazi di socializzazione, aggregazione e ricreazione, laboratori di orientamento scolastico, palestre dove non per forza può frequentare solo chi ha la possibilità di pagarsi l’abbonamento, con il coinvolgimento favorevole della comunità, rappresenta un enorme passo avanti nel contrastare la povertà e renderla sempre meno una vera e propria emergenza nazionale.

Se ci confrontiamo con gli altri Paesi europei siamo tra quelli che investono meno nell’istruzione, nell’infanzia e nella famiglia, e con forti divari anche a livello territoriale. L’Italia tra il 2009 e il 2012 ha abbassato la spesa pubblica in istruzione da oltre 70 miliardi annui a circa 65, cifra su cui si è attestata anche negli anni seguenti. Attualmente spende in istruzione il 3,9% del Pil contro una media europea del 4,7%; ci sorpassano Francia, Germania, Regno Unito che, nello stesso periodo di riferimento, hanno invece investito di più. Questi dati, pur non costituendo un indice della qualità del sistema educativo adottato all’estero, segnalano, comunque, scelte diverse da parte dei decisori.

In tutti i risultati, la scelta è l’origine. Possiamo parlare oggi, ieri, domani di diritti dei minori. I diritti non scappano. A volte scappano i risultati e le scelte per essere veramente coerenti nel concretizzarli.

Chiudo con una frase di Haim G. Ginott, insegnante, psicologo e psicoterapeuta:

“I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta”. Facciamo che siano impronte positive.



Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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