Da Marcel Mauss al dono del terzo millennio

Tempo fa mio fratello mi chiese di aiutarlo con una traccia per un tema di scuola. Il titolo su cui si doveva confrontare era quello del dono, e in particolare: Riflessione sul dono. Si tratta di una pratica diffusa in ogni società, spesso con un valore rituale che lo rende obbligatorio. Il dono è un modo per parlare di sé, dei propri sentimenti, dei propri gusti. A volte è uno strumento per affermarsi sull’altro, mettendolo in una condizione di debito e riconoscenza. È un’utopia il dono gratuito nel mondo dell’utile?

Già: è un’utopia? Una delle definizioni che il dizionario della lingua italiana fornisce in riferimento al termine “dono” è: Quanto viene dato per pura liberalità, per concessione disinteressata o abnegazione, per grazia divina. Dunque il dono sussiste quando si ha, come motivazione, lo spirito di liberalità: e lo spirito di liberalità, per quanto sancito dalle norme del diritto privato, rimanda a qualcosa che viene concesso all’altro senza nulla avere in cambio, quindi senza obbligazione del destinatario del dono. Ma ciò che la traccia suggerisce va ben oltre lo spirito di liberalità.

Marcel Mauss nel 1924 scrisse un interessante saggio dal titolo: Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, nel quale sottolineava che il dono è la pratica sociale dello scambio di beni, e come tale prevede ci sia reciprocità, scandita in tre momenti ben precisi: il dare, il ricevere con l’accettazione da parte del destinatario, il ricambiare.

È qui che il dono si allontana dal puro spirito di liberalità, così come dal disinteresse – per tornare alla definizione del dizionario – e ancor di più dall’abnegazione. Il valore rituale del dono diventa quindi un simbolo della celebrazione di un evento ancor più sociale che personale, un evento cioè riconosciuto tra i valori sedimentati di una determinata società. Nella cultura consumistica nella quale viviamo non ha più importanza che la pratica del dono nasca da rituali religiosi o pagani. Ci siamo in parte dimenticati il motivo per cui celebriamo in modo più o meno plateale un evento piuttosto che un altro. È l’evento stesso a trascinare con sé l’obbligo di quello scambio di beni descritto da Mauss. Nel momento in cui questa pratica lascia il terreno del personale per diventare a tutti gli effetti sociale, crea il pretesto per diventare un modo per far parlare di sé, dei propri sentimenti, dei propri gusti, come suggerisce la traccia, ma è anche un efficace strumento per imporsi sull’altro, e non solo perché obbliga al debito – prima infatti ho detto: obbligazione – ma anche perché l’oggetto donato è un bene con valore economico di scambio, e più questo valore è alto, più rende il donante socialmente affermato.

Siamo ormai abituati a considerare il dono come qualcosa di imposto dalla società. Siamo anche abituati a considerare dono ciò che può essere acquistato con moneta di scambio. Questi due aspetti vanno a contrastare con la prima definizione fornita dal dizionario. E questo mi porta a dire che in effetti potrebbe sembrare utopica l’idea di un dono totalmente gratuito – ma leggi: privo di obbligazione – nel mondo occidentale del terzo millennio.

Eppure sempre più spesso, soprattutto in Rete, la creatività e il lavoro vengono richiesti gratuitamente da aziende e società, con riscontro da parte dei destinatari – normalmente i lavoratori più giovani – della richiesta. Sta cambiando la pratica sociale del dono, o è solo la nuova generazione a donare e a farne le spese?

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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