Dabbawala

I dabbawala, letteralmente “uno che porta un contenitore”, sono gli addetti al trasporto dei contenitori per il pranzo che, con un’organizzazione logistica da fare invidia ai grandi colossi del settore, ogni giorno portano da mangiare agli impiegati di Mumbai in India. Dopo aver prelevato i contenitori dalle abitazioni dei clienti, i dabbawala li trasportano in bicicletta o con carretti a mano fino alla stazione ferroviaria più vicina. Qui i contenitori sono smistati in base alla destinazione e trasportati via treno a un altro punto di raccolta.

Dopo un altro smistamento, i dabbawala trasportano i contenitori fino all’ufficio di destinazione, in tempo per la pausa pranzo. Lo stesso procedimento di trasporto avviene nel pomeriggio, per riportare i contenitori vuoti a casa dei clienti. Il dabbawala è il braccio armato delle femmine indiane che, proprio come succede a Napoli, hanno questa fissa di preparare la marenna ai propri uomini.

A Napoli la marenna non è un semplice panino, a Napoli la marenna è un gesto d’amore.

Se devi andare a lavoro, non potendo contare sull’aiuto dei dabbawala, la femmina napoletana si sveglierà tutti i giorni alle 5 per prepararti un panino che può sfamare una squadra di calcio.

E se tu provi a ribellarti, lei sarà pronta a risponderti: «Se non ce la fai a mangiarlo tutto, lo butti».

Lo butto? E come fai a buttare un fagotto che emana quell’odore ammaliante?

Dopo essere stato a contatto tutta la mattina con quel cartoccio invitante, quell’odore ammaliante ormai ti è entrato nella testa.

Anche il packaging è studiato per avere un effetto allucinogeno sui tuoi neuroni: la marenna è avvolta nella carta del pane che, già da sola, basta a evocare immagini di abbuffate e pranzi luculliani.

Anche se il peso è proporzionato al lavoro da svolgere, la marenna non può essere dietetica, la marenna deve contenere almeno due ingredienti, e uno dei due è il contorno avanzato dalla cena della sera precedente.

Quando arriva il momento di mangiarlo, non riusciresti mai a privarti di quella gioia immensa.

Al contrario di Mumbai, dove i dabbawala lavorano principalmente per gli impiegati, a Napoli la marenna è qualcosa che interessa tutti gli strati sociali.

La marenna è democratica e non guarda in faccia a nessuno, a prescindere dalle condizioni psicofisiche, di etnia, di orientamento sessuale e sesso, di convinzioni religiose o filosofiche.

E se per le femmine indiane la preoccupazione di sfamare il proprio uomo si limita al pranzo da portare al lavoro, a Napoli, la marenna è una preoccupazione costante che tocca il suo apice quando devi affrontare uno “spostamento”.

Attenzione ho scritto “spostamento” e non “viaggio”, perché che tu debba andare a Roma o nel Sahara, scalare l’Himalaya o prendere la metro, la femmina napoletana non ti lascerà mai a stomaco vuoto.

«E se ti succede qualcosa, ‘a nonna? Almeno hai qualcosa da mangiare» ripeteva sempre mia nonna quando mi preparava la sua marenna food porn: cuzzetiello di pane con polpo al sugo di pomodorini freschi. Per anni ho avuto vergogna di confessare ai miei amici cosa ci fosse in quel mezzo pezzo di pane.

L’uso del cuzzetiello di pane svuotato della mollica, che poi sarà usata come tappo, è una tradizione antica, che nasce quando non ancora erano stati inventati i thermos. Probabilmente, se fosse stata adottata anche in India, i dabbawala, punto di forza dell’economia di Mumbai, non sarebbero mai esistiti. La pietanza così conservata, infatti, rimane calda e può essere consumata anche con coltello e forchetta. In quel caso, il pane, zuppo di condimento, diventa una scarpetta da asporto.

Allo stadio mostravo con orgoglio la marenna dei campioni: polpette al sugo e peperoni. Un pasto leggero che mi avrebbe accompagnato per tutta la giornata. Una tradizione a dir poco scaramantica che, consumata sulle gradinate della Curva B dello Stadio San Paolo, aveva anche un effetto antidepressivo in caso di sconfitta della mia squadra del cuore.

La regina di tutte le marenne resta sempre la frittata di pasta: un piatto completo adatto a tutte le stagioni, che può essere consumato sia caldo sia freddo. Mia nonna aveva una padella industriale che usava solo per questo scopo e se all’epoca fosse esistito Facebook, avrei inondato i social di foto di frittate mostruose da far impallidire il protagonista di Man vs Food.

Aver vissuto un’infanzia con una nonna, una madre, una zia, pronta a friggere qualsiasi tipo di pasta, condita nei modi più diversi, ha avuto un impatto pazzesco sulle nuove generazioni. Penso, per esempio, ai dodici chili di patate che quest’anno mi sono dovuto portare fino in Croazia.  Per paura di non trovare materie prime degne della nostra tradizione, ogni anno, tonnellate di alimenti sono traghettate in giro per l’Europa, e la metà della quale – com’è successo alle mie patate – torna inesorabilmente al punto di partenza. Penso, per esempio, alla mia amica Annarella, che pure oggi mi ha preparato una marenna degna della memoria di mia nonna. Ogni volta che vengo a Milano, trova sempre il modo di sorprendermi.

«Sono melanzane sott’olio?» mi chiede il mio vicino di posto sull’Italo 9923 da Milano a  Napoli. Capisco che è un uomo del sud al quale mancano tante le nostre buone abitudini.

«Mia nonna le faceva uguali, li riconosco dal profumo» aggiunge il signore di fronte a me, senza darmi il tempo di rispondere. Sto ancora cercando di finire il primo boccone e non riesco a parlare perché ho la bocca piena.

«Il nonno aveva un piccolo orto e le melanzane crescevano senza semi, avevano un sapore…» aggiunge il quarto viaggiatore.

Da uomini del sud dovrebbero capire che la marenna ha bisogno di molta attenzione. Non puoi distrarti, altrimenti l’olio non perdona.

«Quando scendo giù, me ne porto sempre un paio di chili» continua imperterrito il tizio alla mia sinistra. Mi sembra di essere finito in un video di Casa Surace.

Finalmente riesco a ingoiare il boccone e, dopo essermi pulito le mani, prendo dalla borsa altri tre fagotti. Non ho bisogno di chiedere niente a nessuno, gli occhi degli altri tre viaggiatori, mi hanno già risposto.

Anche questa volta, l’Annarella Survival Kit prevede quattro panini, due frutti e mezzo dolce fatto in casa, perché, anche se il viaggio dura solo 4 ore, non si sa mai. La femmina napoletana, pure se vive a Milano da trent’anni, troverà sempre il modo di sfamare un vagone intero di pendolari in viaggio verso casa.



Gianluca Papadia è autore di molti racconti vincitori di premi letterari. Ha pubblicato il libro:

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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