E più non chiedere

Che dovrebbero fare ebete calvo?

Tu che ammicchi ogni sera con sorrisi

di supponenza da schermi sbiaditi.

Starsene a cuccia sotto i tronchi aridi

su cui siede il tuo culo di carogna?

Vuoi che dicano il senso, che si schierino

per poi contaminare il loro alito

con la peste del tuo e vomitare

sordide calunnie da bocca sterile?

Non hai capito? O l’hai capito bene?

Vogliono te, vogliono farti a pezzi

e seppellire i brandelli nel freddo

della terra scavata dai tuoi artigli!

E più non chiedere, servo di Satana!

 

Non ci troviamo nel V canto dell’Inferno, all’ingresso del secondo cerchio, dove Virgilio intima il silenzio a Minosse, “quel conoscitor delle peccata”, anche se, come in quel posto “d’ogni luce muto”, si sentono i venti furibondi molestare e sbatacchiare le anime dei dannati. Ci troviamo invece qui, ne “l’inferno che abitiamo tutti i giorni”, nelle città non più invisibili, così ricolme di miasmi, su questa terra martoriata, maltrattata, imputridita dalla corruzione di una generazione che ha divorato tutto, senza remore, e ora non può che essere condannata almeno a tacere.

La generazione che per non soffrire ha scelto quella che Italo Calvino indicava come la strada più facile: “accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.”

Una nuova generazione ci aiuterà ad imboccare la strada più difficile e rischiosa, quella che

“esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

 

Diego Bello

Diego Bello

Nato a Brindisi nel 1960, appassionato di poesia, nel 1996 pubblica la sua prima raccolta, con il titolo Necessita volare.

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