Entrevue

Mi chiede un’intervista, e io non so cosa possa dare in pasto alla stampa se non il mio accento francese e i miei racconti su Ambrojo.

«Lei è una contessa, Madame (bien, ma allora chiamatemi Comtesse, e poi che pessima usanza qui in Italia dare agli estranei del “lei”, è così bello il “vous”, mon Dieu!): è raro trovare una nobile che si definisca ancora tale – e il suo appellativo, Comtesse, giacché non conosciamo il suo nome vero, dimostra quanto lei tenga ancora al titolo – seppur figlia legittima della Repubblica».

Io rido. «Figlia legittima non-dico-di-cosa, ma di certo non della Repubblica. Je suis apatride. “Apolide” dite voi?».

Mi guarda, ha sul volto un mezzo sorriso, alza il sopracciglio, sposta leggermente il busto all’indietro. È una giornalista dosata, la voce bassa, gli occhi fissi su un punto. Ma questi gesti non li comanda. È stupita, forse scandalizzata. Ma davvero le persone normali pensano che quelle come me possano amare la République? Mi viene voglia di dirle: ma chouchou, sono io che dovrei essere scandalizzata, ma per fortuna non ho questa capacità. Sai, noi contesse amiamo le indecenze.

«Conoscete Virginia Woolf, mia cara?», le dico con un fare leggermente paternalistico di cui mi accorgo solo dopo averlo usato. Velocemente, oltretutto, me ne chiedo il motivo, e mi rispondo, sorridendo, che la giornalista mi fa una certa tenerezza per il fatto di non essersi accorta di quanto io sia La Comtesse, il che può essere preso come sineddoche. Rido da sola, lei continua a guardarmi. Rido mentre penso a lei e alla sua ingenuità – oppure è presunzione? – per aver pensato di trovarsi davanti a una donna comune, un po’ frustrata, molto arrogante, estremamente fuori tempo. E intanto la osservo. Ha i capelli rossicci – buon segno, è una libertina nell’anima. Lo capisco anche da come muove le labbra, dal ciuffetto riccio che cade dallo chignon morbido, proprio sulle spalle, che lo accolgono con durezza invece, squadrate, ritte, sicure. E le mani. Ha mani lunghe, bianche, unghie ben curate ma poco appariscenti. Très bien. Ha un anello al dito anulare ma non è una vera. Libertina single o poco incline ai rituali sociali. Non proprio come me. Io ne sono incline, bien sûr, così ho la scusa per ribellarmici. Alla mia età sono ancora così maledettamente capricieuse.

Vita Sackville-West e Virginia Woolf

«Virginia Woolf, dice?».

«Oui, Virginia Woolf, dico. La scrittrice inglese che nacque a cavallo tra il XIX e il XX secolo e morì suicida nel fiume Ouse. Che scrisse La signora Dalloway, e Gita al faro, e Una stanza tutta per sé, e…». Mi blocca, nervosa. Ci credo, sono stata terrible, vraiment terrible.

«So chi è Virginia Woolf, non faccia l’elenco dei suoi romanzi».

«Ma non ho nominato il più importante», le dico con la mano guantata davanti alle labbra, ridacchiando un pochino. «Orlando».

Abbassa lo sguardo, le gote arrossiscono. Touchée.

«È il mio preferito. Ma ora, se vogliamo continuare l’intervista, dovete permettermi, ma chère, di raccontarvi di Virginia Woolf e di Vita Sackville-West, cui è dedicato l’Orlando».

Il camino riscalda la stanza, e noi, accomodate sui divani capitonné color ecru, sciogliamo nel fuoco i rispettivi riserbi. Ambrojo ci versa due scotch in onore della Woolf. Anche la mia nuova amica si abitua presto all’invadenza del mio maggiordomo. «E poi, bere scotch in tre è più divertente», mi dice sciogliendo sulle spalle ormai nude lo chignon rossiccio.

L’immagine di copertina è tratta da un frame del film Orlando del 1992.

La Comtesse

La Comtesse

Che è una diva lo sa lei, che è cinica e sottile lo sanno gli altri. Non ha nome ma una stanza di tacchi a spillo. Mystère noir e sang bleu.

1 commento

  • Manuela
    6 Dic 2018 a 21:44

    Orlando, uno dei suoi libri più belli.
    Complimenti per il pezzo.
    Adoro Virginia Woolf in tutte le sue forme: donna, scrittrice, pensiero, falena, onda, e poi acqua.

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