Eros e Cibo

Quando, a metà degli anni Novanta, lessi il saggio Il cibo e l’amore, scritto dal famoso psichiatra Villy Pasini, capii finalmente il perché della mia simpatia per quella metà del cielo curiosa della cucina e che amava girare per trattorie. Il cibo e il sesso sono interconnessi e come ci si rapporta con l’uno è rivelatore di come si reagisce all’altro, e viceversa.

Nel mio romanzo È caduto un pilota nel giardino, ho inserito una serie di situazioni, descrivendone sia una aspetto, sia l’altro, dove Eros e Cibo entrano a tinte forti nei rapporti tra i protagonisti. Per non appesantire lo scritto, possono mancare di qualche informazione, necessitando, quindi, per essere realizzate da parte dei lettori, di un minimo di competenza. Gli [omissis] indicano dove non sono riportate parti del romanzo.

Carlotta, la protagonista femminile, la notte di San Giovanni, prepara una cena, permeata di pensieri d’amore e di ritualità, per colui che ritiene dovrà diventare l’uomo della sua vita. La preparazione dei tortelloni alla bolognese rispetta la ricetta tradizionale e conserva tutta la sensualità delle terre emiliane.

Ecco come li prepara Carlotta.

[Omissis]

Carlotta sentiva crescere dentro di sé l’emozione per l’incontro. Decise che era ora di dedicarsi alla preparazione della cena. Dopo alcuni prodotti reperiti nei negozi vicini, per la ricotta di latte vaccino, il mascarpone e il burro, si recò direttamente in un piccolo caseificio poco distante. La loro qualità beneficiava della bontà del latte conferito dai piccoli allevatori che utilizzavano il fieno dei prati della zona per l’alimentazione delle proprie mucche. La ricotta di latte di pecora la comprò in un altro caseificio, collegato a un piccolo allevamento di ovini, distante una ventina di chilometri in direzione della Liguria.

Le due ricotte sarebbero servite per il ripieno dei tortelloni e il burro per condirli, mentre il mascarpone sarebbe entrato nella preparazione del dessert. Valeva la pena di impiegare il tempo necessario per andare da quei produttori: il risultato avrebbe ripagato ampiamente dell’impegno.

[Omissis]

Questi sono a posto, ora prepariamo il ripieno dei tortelloni.

Voleva che il ripieno seguisse la storica ricetta bolognese che richiedeva un poco d’aglio. Non tutti lo gradivano, ma lei amava quell’aroma ed era sicura che sarebbe piaciuto anche a Edoardo. Aprì le due confezioni di ricotta e ne prelevò un etto da ognuna. Tritò finemente un pugnetto di prezzemolo e mezzo spicchio dell’odoroso bulbo. Impastò tutto in una piccola terrina insieme a trenta grammi di parmigiano-reggiano grattugiato, un piccolo tuorlo sbattuto e un pizzico di sale.

Mentre impastava il ripieno, il ricordo di loro nella doccia le aveva acuito il desiderio, già stuzzicato dal liquido della mostarda che aveva assaggiato prima. Carlotta raccolse un poco del suo umore intimo, generato dal ricordo dell’amore con Edoardo, e lo impastò nel ripieno dei tortelloni. Ripensò a quello che era successo nella veranda.

Questo viene dal mio amore, lo troverai nel tuo cibo e lo vorrai per sempre come tuo cibo.

Mise l’impasto in frigorifero all’interno di un piatto fondo coperto con uno piano.

Prese due etti di farina di grano tenero tipo “0”, li dispose a monticello sul tagliere di legno appoggiato sul massiccio tavolo che aveva voluto nella cucina per lavorare sopra una base stabile.

Formò una conca al centro della farina e vi ruppe due uova all’interno ponendo molta attenzione che non vi cadesse dentro neanche un pezzetto dei gusci. Con una forchetta le sbatté delicatamente, poi cominciò a impastare con cura, amalgamando la farina con le dita e allargando, via via, il cratere centrale. Carlotta non usava l’impastatrice, le piaceva usare le mani. Riconosceva la consistenza dell’impasto e sapeva quando la proporzione tra la parte liquida e la farina era corretta. Non aggiungeva, alla moda emiliana, sale.

Quando il bordo della fontana si ridusse al limite della possibilità di contenere la parte liquida interna, con il lato del palmo della mano raccolse dai lati esterni la farina andando a ricoprire il tutto. Lavorò la massa, lontana dalle correnti d’aria perché non si seccasse, ancora per circa cinque minuti. Alla fine le diede la forma di un panetto che lasciò a riposare in una terrina coperta.

[Omissis]

La fisicità necessaria ai lavori di cucina era un elemento importante in quell’equilibrio che Carlotta aveva trovato nei giorni sempre uguali successivi al suo esaurito matrimonio e dopo gli altri, forzatamente interrotti, tentativi di rapporti affettivi. Le piaceva lavorare in cucina ed era gratificata dai risultati che otteneva con le sue azioni. Il cibo nato dalle sue fatiche, connesso ai prodotti della terra e ai cicli stagionali, la teneva unita al senso profondo dell’esistenza. Il nutrimento del corpo come cura del contenitore dell’anima: così percepiva il suo lavoro.

Alle otto e mezza decise che poteva confezionare i tortelloni. Non doveva passare troppo tempo dalla fine della preparazione alla loro cottura.

Infarinò il tagliere e vi posizionò sopra il panetto di impasto che aveva lasciato a riposare. Sfilò il mattarello dalla custodia. Lo impugnò con le due mani abbastanza vicine tra loro. Tenne gli avambracci divaricati, con i gomiti distanti dal corpo, così la pressione sul mattarello veniva data dalla parte di palmo in corrispondenza dei pollici. Carlotta accompagnava la forza delle mani con movimenti alternati dei fianchi, premeva ma non tratteneva il mattarello.

Non succederà un’altra volta. Non lo permetterò.

Sincronizzò idealmente l’alternanza delle pressioni sul sottile cilindro di legno con il forte ricordo dei ritmici movimenti che Edoardo le aveva lasciato dentro quando avevano fatto all’amore.

Con forza e sapienza allargò l’impasto verso l’esterno ruotandolo di un quarto di giro ogni venti secondi. Quando lo spessore della sfoglia divenne sottile a sufficienza, la tagliò in riquadri di circa otto centimetri di lato. Prese il ripieno conservato in frigorifero e ne sistemò una quantità pari a una piccola noce al centro di ogni quadrato. Ne preparò due dozzine che chiuse rapidamente per evitare che la pasta si seccasse. Prima li ripiegò a triangolo pressando sui bordi, poi girò i lembi intorno al dito indice sovrapponendo le due estremità su cui fece pressione perché si attaccassero per bene. Ne risultò la classica forma a tortello. Li lasciò in frigorifero su di un vassoio spolverato di semola di grano duro, per evitare che si appiccicassero alla base.

[Omissis]

Recuperò la bottiglia della passata preparata l’agosto dell’anno prima: pomodori di varietà diverse, sale, qualche foglia di basilico e nient’altro. Ne versò una buona quantità in un pentolino che mise sul fuoco a fiamma bassa. Prese dal frigo il panetto di burro comprato nel caseificio la mattina, che lasciò sul piano di lavoro. Una pentola quasi piena d’acqua messa a scaldare completò questo inizio di preparazione.

[Omissis]

«Vado a prendere il primo.» Carlotta gli diede un altro leggero bacio e si alzò facendo scorrere una carezza sul suo viso. Aveva ben chiaro l’effetto che aveva provocato e ne era felice.

Edoardo sentì distintamente aumentare le pulsazioni. La guardò allontanarsi. Si versò un altro flûte di spumante.

Lei tolse i tortelloni dal frigo e li buttò nell’acqua bollente salata. Spense il fuoco sotto il pentolino della passata di pomodoro e vi inglobò una generosa parte del panetto di burro. Dopo qualche minuto i tortelloni vennero a galla; li raccolse con la ramina e li depose in una zuppiera unitamente al sugo. Prese un piatto, vi aggiustò un pezzo di parmigiano-reggiano stagionato e una grattugia. Portò tutto con sé in veranda.

«Eccomi» disse Carlotta soddisfatta. Prese un cucchiaione da servizio e mise una dozzina di tortelloni nel piatto di Edoardo. «Tortelloni di ricotta conditi burro e oro, burro e pomodoro, come Bologna docet. Il parmigiano è a parte, puoi grattugiartene la quantità che desideri, ma è consigliato da niente a poco. Come vino continuiamo con il tuo brut; secondo me è perfetto.»

Edoardo aveva lavorato tutto il giorno ed era rimasto al solo panino di del pranzo. Si lanciò sui tortelloni con lo stesso impegno che metteva nel volare con l’elicottero sui vigneti. E con lo stesso impegno finì tutto. «Buonissimi. Sbaglio o c’è una nota di aglio? Ci sta a meraviglia.»

«Speravo che ti piacesse» disse Carlotta.

«Scherzi? Lo amo… e pure le donne che ne odorano.» Così dicendo, Edoardo si sporse verso Carlotta. Fece la mossa di annusarla e poi la baciò. Le passò la lingua sopra le labbra, come a ripulirle. Mise un dito nella zuppiera, raccolse un po’ di sugo e glielo portò alla bocca. Lei la socchiuse per permettergli di entrarvi un poco così da poterlo succhiare. Le diede un lungo bacio, rigirando la lingua, in quel saporito pastrocchio, insieme alla sua.

«Hai un sapore buonissimo» disse.

«Anche tu» disse Carlotta «e io lo posso ben dire.»

L’allusione, diretta e maliziosa al ricordo di loro due sotto la doccia, ebbe un effetto dirompente su Edoardo. Si alzò, trovò l’interruttore, spense la luce lasciando che la veranda rimanesse illuminata solo dalle tremule fiammelle delle quattro candele ai suoi vertici e dalla residua luminosità del cielo. Ritornò da Carlotta e disse: «Questa è una condizione di disparità che deve essere subito appianata.» Le ruotò la poltroncina di lato, in modo che non fosse più diretta alla tavola, s’inginocchiò di fronte e con le mani entrò sotto la gonna risalendo dai polpacci alle cosce e ancora più su. Sentì che Carlotta allargava le gambe per agevolarlo nella sua azione. Si accorse che non indossava le mutandine. Arrivò con le mani fino al retro del bacino, la tirò verso di sé facendole prendere una posizione semisdraiata sulla poltroncina. Raccolse la gonna alla vita fino a scoprirle il sesso, che si aprì rosa e umido nello scuro del pelo rigoglioso. Edoardo vi affondò la bocca e ne gustò, adeguandosi ai movimenti che lei imprimeva al bacino.

Sentì le sue mani sulla nuca e udì le sue parole: «Caro… caro. Bevi da me… avrai sete solo di me.»

Poi le stesse mani lo fermarono.

«Va bene, adesso che conosci il mio sapore, possiamo mangiare il secondo. Cosa ne dici?»

Edoardo la guardò e sorrise. «È un piacere guardarti da questa prospettiva» disse.

«Dopo potrai guardarmi da tutte le prospettive che vorrai» rispose Carlotta dandogli un colpetto sul naso con il dito indice.

 

Giovanni Odino

Giovanni Odino

Pilota di elicotteri in pensione, spigolatore errante in campi reali o immaginari della vita, dipinge e scrive storie, poesie, haiku e favole.

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