Faraona in casseruola

Dopo i tortelloni alla bolognese, ecco il secondo, La faraona in casseruola, che Carlotta, la protagonista femminile del mio romanzo: È caduto un pilota nel giardino, cucina la notte di San Giovanni. La preparazione è permeata di pensieri d’amore e di ritualità magiche che attingono alla religione vudù.

Nota: Le ricette sono presentate così come inserite nel romanzo e potrebbero mancare di qualche informazione.

Gli omissis indicano dove non sono state riportate parti del romanzo.

       Omissis

«Vorrei una bella faraona. Viva.»

«Una faraona viva? Ma è sufficiente che venga a comprarla quando la deve cucinare e gliela faccio trovare macellata e pulita di fresco.»

«La voglio come animale da cortile» mentì Carlotta «la lascerei libera nel giardino.»

«Boh. Contenta lei. Mi dica quale preferisce.»

Carlotta indicò la prescelta. Angela la catturò, le legò le zampe e la porse a Carlotta raccomandandole di stare attenta al becco.

«Le faraone sono cattive» disse.

«Meglio così» rispose Carlotta. Pagò e sistemò con cautela l’animale nel bagagliaio della sua auto.

       Omissis

Si tolse il vestito, le scarpe e la biancheria intima. Indossò l’abito nero guardandosi allo specchio a figura intera che si trovava sul muro a lato dell’armadio. Rimase scalza. Ritornò in cucina dove prelevò, da un cassetto, un coltello di grandi dimensioni, poi, sempre a piedi nudi, andò in garage. Aprì gli sportelli posteriori della Clubman e afferrò la faraona per le zampe. Si diresse alla veranda. Era convinta che avrebbe potuto fare qualcosa per aiutare il destino, per far sì che questo interesse, questa attrazione, diventasse un legame indissolubile. Spostò il tavolo dalla posizione in mezzo alla veranda e lo accostò al muro della casa. Appoggiò la faraona sopra di esso. L’animale si agitò un poco, poi si calmò, quasi rassegnato.

Carlotta era nata il giorno del solstizio d’estate. Forse per questa ragione, si era sempre mostrata sensibile all’aspetto magico della natura. Che l’elicottero fosse caduto nel suo giardino proprio quel giorno, e che il pilota si fosse sentito così attratto da lei, le era sembrato un evidente segno soprannaturale. Anche la data di nascita di lui, il giorno del solstizio d’inverno, la percepiva come collocata in una logica di segni ultraterreni. Quella mattina, l’aveva chiesta al pilota con la sensazione che sarebbe stata una data importante, che avrebbe contribuito a chiarire quel senso d’ineluttabilità che lei sentiva nelle cose che stavano accadendo. E la risposta era stata, per lei, una conferma alle sue sensazioni.

Si lasciò avvolgere da un leggero e piacevole velo di senso magico e si adagiò in quel suo personale Sogno di una notte di mezza estate, dove i confini tra realtà e sogno si confondevano e dissolvevano.

Prese quattro grandi candele, di quelle con la cera gialla annegata in un barattolo a base larga che si accendono all’aperto come antizanzare. Diede fuoco agli stoppini e le posizionò ai lati della veranda. Prese il paio di occhiali da sole Ray-Ban, che si trovavano appoggiati sulla balaustra. Erano del pilota che li aveva persi durante l’incidente. Carlotta li aveva ritrovati in giardino, dopo che avevano recuperato il relitto, e li aveva conservati. Li pose per terra al centro del piancito. Con la mano sinistra strinse il collo della faraona nel pugno tenendola ferma sul piano di legno del tavolo e con la destra, che teneva il coltello come una mannaia per l’esecuzione di un condannato a morte, calò un colpo secco per reciderle il collo appena sopra la stretta del suo pugno. Mantenne la presa e, mentre finivano gli spasmi del corpo dell’animale, camminò rapida intorno alla veranda lasciando schizzare il sangue sul perimetro. Poi ritornò al centro dello spazio, si portò sulla verticale degli occhiali e vi lasciò colare il sangue sopra.

Carlotta si sentiva pervadere da una euforica energia. Tutto quello che faceva le veniva naturale: stava chiedendo alle forze vitali, che lei sapeva esistere intorno e dentro di noi, di assisterla e credeva fermamente che sarebbe stata esaudita. Quella specie di rito era il risultato del ricordo degli studi compiuti e delle letture della sera prima e del pomeriggio. Disse, a mezza voce, con tono monocorde, guardando gli occhiali come se fossero gli occhi di Edoardo: «Non vedrai più che me, non vedrai più che i miei occhi, non vedrai più che attraverso i miei occhi.» Poi distolse lo sguardo dal basso e levò il viso al cielo. Rimanendo sempre sulla verticale degli occhiali, sollevò il vestito fino a scoprire le cosce e allargò le gambe. «Berrai solo di me, mangerai solo di me, ti sazierai solo di me.»

Terminò così quel rito misto di religione e paganesimo, di superstizione e spiritualità. Buttò la testa della faraona nel bidone della spazzatura e andò nel garage dove appese il corpo al rubinetto del lavandino per farlo finire di dissanguare. Prese un paio di stracci, riempì un secchio d’acqua e tornò nella veranda che ripulì accuratamente da ogni traccia di sangue. Spense le candele, riposizionò il tavolo al centro e vi appoggiò sopra, anche loro accuratamente ripuliti, gli occhiali.

       Omissis

Andò a prendere la faraona nel lavandino del garage dove l’aveva lasciata a scolare il sangue. Tornata in cucina. la immerse per qualche secondo in una grossa pentola piena di acqua bollente per facilitarne la spiumatura, operazione che la impegnò per una ventina di minuti.

Impugnò un coltello dalla lama sottile e ben affilata e incise la parte bassa della pancia per eviscerarne accuratamente l’interno. In seguito, eliminò il collo, le zampe, la coda e il grasso intorno a essa. Tagliò le ali, le cosce e le sovraccosce. Divise in due il petto e il busto. Ora i pezzi della faraona erano davanti a lei. Prese, da sotto il banco della cucina, una grande casseruola in acciaio. Preparò un trito di aglio, rosmarino e salvia e lo mise a rosolare in una generosa dose di olio d’oliva extravergine del Golfo del Tigullio. Passò, per essere sicura che si eliminassero tutti i residui del piumaggio, i pezzi della faraona sulla fiamma.

Riaprì il capace frigorifero, ne estrasse un bel pezzo di morbida, dolce, deliziosa pancetta dell’Oltrepò. La dispose con cura sul carrello dell’affettatrice a mano, solidamente ancorata al mobile basso della cucina, impugnò il manico del volano e lo girò con decisione producendo il movimento alternato del carrello. Smise quando ebbe tagliato una fetta per ogni pezzo di carne della faraona, più uno.

Depose i pezzi di carne, avvolti con cura nella pancetta, dentro la casseruola dove già rosolavano le erbe.

Aggiunse anche la fetta in esubero e una salsiccia, di quelle speziate, ben sbriciolata.

Prese un limone di Sorrento che un fruttivendolo di Casteggio aveva il vezzo di procurare per lei e pochi altri clienti. Tagliò qualche pezzetto di scorza senza parte bianca e le mise nel tegame, poi strizzò il sugo di metà frutto sul preparato. Girò una volta i pezzi della faraona, facendo attenzione a mantenervi la pancetta intorno e, quando tutto fu ben rosolato, coprì a metà con del vino bianco Riesling Italico, tipico della zona.

Dopo circa tre quarti d’ora, il liquido si era asciugato e la faraona risultò cotta perfettamente. Carlotta spense il fuoco e lasciò la casseruola, coperta, sul fornello.

       Omissis

Carlotta accese una fiamma grande sotto la faraona. Doveva ridarle un po’ di temperatura. Dopo una breve scaldata, spense e portò in tavola in tavola direttamente la casseruola.

Edoardo aveva riempito a metà due larghi calici.

«Buttafuoco con la faraona» disse. «Mi sembrava lì apposta.»

«Proprio così. Ti sei accorto che l’ho leggermente rinfrescato? Spero che non ti dispiaccia, anche se è sconsigliato dagli esperti.»

«Hai fatto bene. È appena più fresco della temperatura consigliata.»

«Dimmi perché hai scelto il Buttafuoco.»

«Mi ha fatto venire in mente che ha qualcosa del tuo sentore.»

«Del mio sentore?» Carlotta prese la bottiglia e accese la luce che Edoardo aveva spento.

Girò la bottiglia e lesse l’etichetta: «Alla vista di colore rosso rubino vivace con riflessi violacei.»

Lo guardò. «Direi che alla vista dovrebbe essere più un rosé.»

«Ho detto come sentore, non come aspetto» ribadì con tono serio Edoardo.

«All’olfatto» proseguì Carlotta, «buona intensità, penetrante, con una leggera nota di liquirizia, confettura di ribes con sfumature speziate. Allora?»

«Buona intensità, penetrante, sfumature speziate e una nota di liquirizia. Ti confermo. Non mi ricordo quale sia il profumo del ribes e su quello non mi pronuncio. Se hai del succo poi potrei verificare se è presente.»

Carlotta proseguì a leggere. «Al gusto: corposo, netto, rotondo e robusto.»

Lo guardò con quella espressione che solo le donne riescono a fare. Quel misto di innocenza e di malizia che fa perdere il sonno agli uomini. «Qui posso affermare che a me ricorda te.»

Presero i calici. Lui odorò e disse: «Mmm… è proprio così: sentore di liquirizia.»

Lei ne bevve un sorso e continuò: «Mmm… è proprio così: corposo e robusto.» Risero entrambi e si servirono ancora sia di pezzi di faraona sia di bicchieri di vino.

       Omissis

Ritornarono, si potrebbe dire di comune accordo, al cibo sulla tavola. Passarono all’uso delle mani. Il buon sapore della carne in casseruola, mangiato così, rendeva tutto il suo potenziale. Edoardo non si trattenne e usò un pezzo di pane con la mollica morbida per raccogliere il buonissimo paciugo nel fondo della casseruola.

«Porta via, per carità. Sarei capace di asciugarla» disse succhiandosi le dita per togliere i residui di sugo.

       Omissis

Le solite domande che si fanno all’inizio di una conoscenza che si percepisce importante. Con la diminuzione della faraona in casseruola e del Buttafuoco nella bottiglia, aumentò in proporzione inversa la conoscenza che ognuno aveva dell’altro. O meglio, la conoscenza di tutti quegli avvenimenti e situazioni che disegnano una persona nel suo sembrare agli altri. Non parlarono dei loro aspetti più intimi, più protetti. Quelli avevano appena iniziato a esplorarli con le loro intese fisiche.

 

Giovanni Odino

Giovanni Odino

Pilota di elicotteri in pensione, spigolatore errante in campi reali o immaginari della vita, dipinge e scrive storie, poesie, haiku e favole.

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