A Cuba lo chiamavano papà

Era notte quando ho appoggiato il primo piede nella sua Cuba. L’aria umida ti aggrediva i bronchi, e l’automobile che mi avevano consegnato era troppo occidentale per non farmi apparire straniera. Le luci spente sugli stradoni dalle buche incolmabili erano sostituite da prostitute felici di farlo. Ma come? Sì, felici di essere puttane. Quel fardello della morale religiosa mica importava troppo lì, a L’Habana, davanti a un cartello con scritto Hasta la victoria siempre.

Lo spagnolo lo parlavo da italiana, ed era l’unica cosa che mi serviva quella notte, perché il retaggio culturale che mi ero portata nel bagaglio non aveva nulla da darmi. Mi ero accorta che era molto meglio imparare a danzare. Con gli occhi, con le gambe, con le mani, con l’obiettivo della macchina fotografica. Ballare su quelle buche fonde, ballare con quei colori contrastati, ballare con il cuore che non deve provare pietà per le ragazzine che ti chiedono saponette, perché la pietà è un sentimento ignobile e loro erano ben vestite, ben pettinate, beneducate, nonostante la miseria.

Camminavo sulle strade antiche, di una bellezza decadente e disperata, belle e pietose. Camminavo ballando, appunto, e pensavo al mio romanzo, quello che ero venuta a cercare lì, in quel posto, senza nemmeno capirlo quel posto. L’Habana, i paesini con una strada sola e dritta, le persone raccolte sull’autostrada e portate chissà dove, che ti parlano sperando di ottenere un favore, un’utilità, da te che sei lì per sentirti fortunato di ciò che hai a casa.

«Papà ci protegge». Chi è papà, di orwelliana memoria con un occhio al centro di quel mondo che crolla? È vecchio, papà, pensavo. Perché questa Cuba non è proprio come me la immaginavo io, mentre la percorrevo in lungo e in largo con quella macchina bianca che si sporcava indecentemente di asfalto. E papà non ha più il polso deciso, pensavo, perché gli uomini che lavorano per lui cercano di arrotondare consigliandoti case private in cui mangiare e dormire, e la morsa si allentava anche su di loro.

«Papà è uno solo. Raúl non è papà». Accetto in silenzio quel verdetto, e me ne compiaccio. Papà è uno solo, pensavo, lungo quelle strade che ha reso praticabili anche per me, dentro le scuole che incontro in ogni paese, nella pacata dignità che è scritta in ogni cartellino consegnato al negoziante per il timbro, nella moneta che solo io posso usare, perché sono straniera. In quel cibo pessimo ma abbondante, nelle aragoste che pago cinquanta dollari a casa di una che senza due tavoli in più avrebbe fatto solo la madre e la moglie, e so che quei cinquanta dollari sono poco meno di un furto ma non me la prendo.

Chi è papà? Uno che alle 22.29 del 25 novembre 2016 è morto. Dieci anni dopo quel mio primo piede appoggiato sul suo mondo.

Hasta la victoria.

Siempre.

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Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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