Finché morte non ci separi

Le conto: una, due, tre.

Come fanno, quelle maledette!

Una, due, tre, quattro.

Ci passo sopra uno straccio.

Mi fanno davvero pena, lui e quelle ragnatele sul soffitto. Cerco di toglierle, almeno loro, e Dio solo sa se ci metto tutta l’anima. Ma sono come Pietro: così ciondolanti, così appiccicose al contatto, provocano prurito e infastidiscono. E… hanno persino un suono: quando la brezza soffia, le stronze sono già pronte a vibrar tutte, vibrano, vibrano, e sembra quasi che si sbellichino dalle risate e che mi dicano: “Annaspi come la mosca che cerca di volar via da un piattino bagnato di latte!”. Ma non lo capite? Più le ascolto, più ci trovo somiglianze con quello lì, quell’ammasso di muscoli rammolliti sdraiato in pigiama sul divano! Ed io le ammazzo, le ammazzo eccome, e pure Pietro!

Eccole di nuovo sopra l’armadio della camera da letto.

Le conto: una, due, tre.

Ci risiamo.

Come fanno!

Una, due, tre, quattro.

Ci passo sopra uno straccio.

Le ammazzo!

Ma state sicuri che domani rispunteranno fuori, quelle odiose, più luccicanti, più appiccicose che mai.

Quale sia la trama dei ragni di questa casa è un mistero. I ragni mi stanno risucchiando tutte le energie. Mi fanno stare ogni santo giorno di questa cazzo di quarantena a fissare i soffitti, e poi dalle ragnatele, chissà per quale strana associazione di pensiero, passo a riflettere sul mio matrimonio, terribile matrimonio, che mi fa venire il disgusto al solo pronunciarne il suono… matrimonio!

Una, due, tre, quattro…

Una, due, tre…

Una, due…

Pulisco, spolvero, elimino le ragnatele.

Matrimonio.

Pulisco, spolvero, elimino le ragnatele.

Matrimonio.

Un momento, un momento, scusate, ho visto ora, ho visto adesso la sua foto poggiata qui, sul comò.

Mio Dio, come appare più nitido il ricordo quando la realtà è sfocata: era un Napoleone, non c’è dubbio, col mento importante e sporgente, naso aquilino, sguardo penetrante. Io, per scherzo, lo chiamavo Nappa, il mio Nappa, glorioso Nappa… e lui sempre per scherzo mi annusava dappertutto come un segugio in cerca del tesoro. Tesoro, tesorino, mi sussurrava. Ero io il suo tesoro, capite? Insomma Nappa era bello, bello come un sogno, un sogno bassino, diciamo, proprio come l’imperatore dei francesi. Io ero un tantino più alta di Pietro eppure, lo stesso, mi faceva mettere dei tacchi vertiginosi perché così: “Metti in risalto belle cosce e belle natiche!”, diceva lui. Ero una donna charmante, io, che vi credete: bionda, con pelle di perla, snella e… e… ecco… insomma… ve l’ho detto… charmante. Poi sapevo truccarmi bene: rossetto appena accennato, ombretto pesca, e tutto il resto. Ma che sto qui a divagare e divagare: in sintesi Nappa e il suo tesorino filavano bene. E poi… e poi… chi ha detto che Napoleone può vivere per sempre? Nappa è morto e al suo posto adesso c’è Nappone: grasso e peloso, col fiato corto che sa di fiori di campo ammuffiti. E il tesoro? S’è prosciugato! Il viso mio, povera me, pare che sia stato risucchiato da un buco nero: la bocca m’è diventata piccola, tipo un tratto di linea appena accennato, e tra il naso e le labbra m’è cresciuta quella peluria da signora matura e trascurata; e i capelli sono sempre biondi ma diradati: fanno pensare a una steppa!  E gli occhi… non ve l’ho detto com’erano azzurri e brillanti? Nappa diceva che sembravano due cristalli, invece adesso… adesso sono due laghetti fangosi con le borse che fanno da sponda.

Ecco, sempre la stessa storia, vedete? Ho afferrato la cornice, l’ho spolverata, ed il plexiglas trasuda albumina: il ritratto è diventato solo uno splash… splash, splash, tra le mie mani.

Rimane solo questa puzza di uovo marcio, che schifo!

Eccole ancora, merda, le ragnatele! Getto la cornice a terra e mi rimetto a lavoro, dal comò ripasso all’armadio.

Una, due, tre, quattro…

Una, due, tre…

Ancora una, due… lì, sono lì, possibile che non le vediate? Sono proprio lì!

Sì, lo so, sembro una fiera pazza: In gabbia, mi dico, “altrimenti giuro che uccido lui! Sì lo uccido!”

Eccolo che m’ha sentito: zitti, zitti, si sta alzando dal divano, sempre con tanta fatica; s’avvicina, zitti, zitti, io faccio finta di niente e continuo a passare il panno sul legno. Guardate come scodinzola mentre m’alliscia il braccio, e, oh, sento il fetore! Fremo e batto con le nocche sull’armadio, mi chiede qualcosa.

“Che facciamo per cena?”,

Che schifo, pensa alla cena!

“Finisco di pulire e poi vedo!”, gli rispondo col seccume d’un deserto nella voce e a tradimento le nocche battono più forte sull’anta di legno.

“Ma lascia stare i mobili, li hai spolverati ieri, l’altro ieri e giorni fa… ti sei fissata!”, osa dirmi ancora.

Allora gli attacco il disco: “Finisco e poi vedo, finisco e poi vedo”.

Credo d’averlo stordito perché non mi risponde.

E continua la sua vita da felice internato: si riaccomoda sul divano e sbadiglia stropicciandosi gli occhi lucidi e liquidi come quelli d’un bue.

Nappone, Nappone, penso.

La tv sta mandando in onda un documentario sul Kenya, l’aria sa di uovo marcio, la quarantena continua, la brezza entra, le porte sbattono, le ragnatele ridono, la cornice col sogno svanito sta a terra, la mosca ronza, e io annaspo, zzzzz, zzzz, zzzz!

Uccidi, uccidi le ragnatele, continua a uccidere le ragnatale, penso.

Eccole, le maledette.

Una, due, tre, quattro…

Matrimonio.

Una, due…tre…

Matrimonio.

Una due… matrimonio…

finché morte non ci separi!

Manuela Capotombolo

Manuela Capotombolo

I personaggi che inventa sono essenziali come le tasche di certi pantaloni. In fin dei conti è solo una mamma che scarabocchia.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.