Generazione taxi

«Papà è stanco» ripeteva ogni giorno mia madre quando mio padre tornava dal cantiere. Il messaggio era chiaro: io e mio fratello dovevamo lasciarlo riposare in pace. Avevamo imparato a giocare in silenzio, senza far rumore, e mentre nostro padre si godeva il suo sonno pomeridiano, noi facevamo la guerra con soldatini sordomuti. Col tempo avevamo perfezionato il nostro personalissimo linguaggio dei segni. Mio fratello mi mostrava un due capovolto e, se lo agitava verso sinistra, io capivo che dovevo portare la fanteria sul fronte ovest.  In quegli anni di mutismo forzato, io e mio fratello odiavamo il cantiere dove lavorava nostro padre: non sopportavamo l’idea che quel lavoro così duro non gli permettesse di giocare con i propri figli.

«Papà è stanco» ripeteva ogni sabato mia madre quando chiedevamo a mio padre di accompagnarci alla partita di basket. Mi ricordo che guardavamo con invidia gli altri papà sugli spalti. Beati loro che non erano schiavi di quel cantiere maledetto.  Quando rientravamo a casa, non potevamo raccontare nulla a nostro padre che il sabato lo dedicava ai suoi amati francobolli: aveva bisogno di rilassarsi dopo una settimana di lavori forzati al cantiere.  La sua collezione faceva invidia a tutti i suoi amici ed era talmente preziosa che, io e mio fratello, potevamo soltanto guardarla da lontano.

«Papà è stanco» ripeteva ogni domenica mia madre quando chiedevamo a mio padre di portarci all’Edenlandia. La domenica mattina lui la dedicava al tennis. «Nella vita di un uomo lo sport è importante» era pronta a ribattere mia madre quando le chiedevamo come facesse mio padre a giocare a tennis nonostante fosse così stanco. La domenica pomeriggio non uscivamo mai perché mio padre doveva prepararsi psicologicamente ad affrontare una nuova settimana di durissimo lavoro al cantiere.

L’assenza ingiustificata del capo famiglia – definizione che stride con la gestione totalmente matriarcale del focolaio domestico – è stata una piaga della mia generazione e, per fortuna, sembra un fenomeno in via di estinzione.  Oggi il papà, non solo è presente, ma assolve compiti che fino a trent’anni fa erano di competenza prevalentemente femminile. Un salto generazionale che non ha interessato, ahimè, solo i genitori ma che soprattutto ha mutato mostruosamente le esigenze dei nostri figli. Il sogno di paternità si è ben presto trasformato in un incubo: i nostri figli non hanno bisogno di un padre presente, di carezze, di un amico di giochi, di qualcuno che gli legga le favole di sera, ai nostri figli serve un tassista 24h su 24h.

Mia moglie ha compilato un calendario settimanale – con luogo di destinazione e iniziale del passeggero – che io ho attaccato sul cruscotto della mia auto.

Ore Lunedì Martedì Mercoledì Giovedì Venerdì Sabato Domenica
08:00 Scuola A Scuola A Scuola A Scuola A Scuola A
08:30 Scuola N Scuola N Scuola N Scuola N Scuola N Teatro A**
09:30 Piscina N Scout N
10:30 Chiesa A
13:30 Scuola A Scuola A Scuola A Scuola A Scuola A Scout N
14:30 Scuola N Scuola N Scuola N Scuola N Scuola N
15:30 Palestra A Palestra A
17:00 Corso N Corso A Corso N Teatro N* Palestra A
19:00 Piscina N Piscina N Piscina N
*solo il primo Venerdì del mese – ** solo l’ultimo Sabato del mese

Ovviamente con l’aiuto dei post-it, aggiungo tutti gli appuntamenti extra come  compleanni, visite mediche e eventi di vario tipo.

Il sabato e la domenica ho anche il turno notturno – dalle 20:00 alle 02:00 – che è gestito tramite gruppo WhatsApp dai miei due figli. L’invio della posizione GPS e l’orario preferito per il ritiro sono inviati alla chat Radio Taxi che ho in comune con loro. Non è semplice far combaciare gli orari e il traffico di Napoli, in quelle ore di movida notturna, complica molto gli spostamenti. Tutto il weekend lo passo in auto e per rendere il mio lavoro un po’ più confortevole, ho trasformato la mia vettura in un vero e proprio taxi: c’è il frigobar, una scorta di patatine e noccioline, il thermos sempre pieno di caffè, qualche panino preparato da mia moglie, un paio di ottimi libri, la settimana enigmistica, una coperta per le serate particolarmente fredde, un ventilatore per quelle calde, un cuscino per quelle particolarmente lunghe e il tablet con SkyGo e Netflix.

Stasera che è sabato mia moglie mi ha preparato un panino con la parmigiana di melanzane. Il traffico è particolarmente intenso per colpa di una pioggia torrenziale che sta cadendo su Napoli da un paio di ore. Ancora un poco di pioggia e le strade della città saranno completamente allagate. Ho appena lasciato mia figlia a una festa nel quartiere che si trova nella zona opposta della città dove avevamo accompagnato mio figlio a un concerto. Cerco un posto sul navigatore che sia esattamente al centro dei miei due unici clienti e, con il traffico che c’è, scopro che ci metterò un’ora per raggiungerlo. Un’ora per percorrere pochi chilometri, un’ora per farmi perdere l’anticipo del sabato e per prolungare l’attesa della mia fugace cena. Del resto chissà quanti altri padri-tassisti ci saranno imbottigliati nel traffico come me. Siamo noi la causa del traffico che attanaglia le metropoli. Di mattina accompagniamo quei pigri viziati a scuola, di pomeriggio li accompagniamo controvoglia in palestra – perché nella vita di un uomo lo sport è importante – o a corsi inutili, che piacciono principalmente a noi.  Come se non bastasse la sera li obblighiamo a incontrare altri giovani annoiati.  Basterebbe fermare questo flusso di anime scontente per risolvere i problemi del traffico e dell’inquinamento delle città.  Tanto lo so che i miei figli se ne starebbero tranquillamente a casa, chiusi nelle loro cattedrali social che sono diventate le loro stanze, a rilassarsi, dopo una giornata zeppa di impegni al quale li ho condannati proprio io.

Quando giungo a destinazione, il parcheggio del Carrefour  – aperto 24h su 24h – é pieno di taxi come il mio. La tribù dei genitori erranti, anche stasera, è molto nutrita. Gente condannata a vivere in auto che nei weekend non dorme più. Un esercito di orfani sociali che la paternità ha trasformato in zombie. Saluto qualche faccia conosciuta e  apparecchio la tavola sui sedili posteriori. «Se risparmiamo sul carburante ci sono le coperture per il corso di poesia haiku» sta urlando nel vivavoce  il papà senza fissa dimora che ha parcheggiato alla mia destra.  Stasera non ho voglia di sorbirmi le sue discussioni sull’economia domestica e chiudo tutti i finestrini. Una birra ghiacciata e un buon panino sono quello che ci vuole per affrontare al meglio la nottata.

Proprio mentre mi sto gustando il primo boccone, mi arriva un messaggio sulla chat Radio Taxi: «Corso Garibaldi, 25. Vieni subito. Concerto rinviato. Pub allagato». Metto da parte il panino e la birra e riparto.

«Zara 87 in 30 minuti» è il messaggio vocale che mando a mio figlio mentre il navigatore mi segnala che invece ci vorrà almeno un’ora. Ho scelto quel nome perché una volta ero appassionato di cinema: è un omaggio al grande Alberto Sordi.  Devo dire che da quando faccio il tassinaro come lui, qualche film su Netflix ho ricominciato a vederlo. E’ uno dei pochi vantaggi della Generazione Taxi.

Intanto il traffico è pure aumentato e mentre impreco pensando alla mia parmigiana che si raffredda, invidio mio padre che il sabato sera lo passava davanti alla TV a vedere Fantastico. Ricordo che a noi bambini era concesso di vedere soltanto la sigla iniziale. «Papà è stanco, ha bisogno di vedere un po’ di TV. Lo lasciate in santa pace?» era il consiglio di mia madre che metteva fine al nostro sabato sera. Io e mio fratello passavamo buona parte della serata a fantasticare sul lavoro duro che aspettava mio padre al cantiere dopo il weekend.

«Sarà una specie di miniera» sussurravo io.

«Ma no, tornerebbe sporco di carbone» rispondeva, a gesti, mio fratello.

«Lo frusteranno?»

«Avrebbe i segni sulla schiena.»

«Forse è una cava di tufo come quella che abbiamo visto a Licola con il nonno.»

«L’hai visto il cantiere di papà quando siamo andati dal dentista? Ti sembra una cava? Lì dentro si costruiscono macchine da scrivere!».

«Allora saranno macchine molto pesanti» rispondevo io, prima di addormentarmi. In quegli anni facevo sempre lo stesso incubo: sognavo mio padre inseguito da lettere giganti, cadute dalla catena di montaggio di quel maledetto cantiere. Quanto l’ho odiato da bambino quel cantiere. L’ho talmente odiato che giurai a me stesso di non usare mai una macchina da scrivere.   Quel giuramento durò solo qualche anno, fino a quando, l’Ingegner Adriano Olivetti  in persona, invitò tutte le famiglie dei dipendenti a visitare la sua fabbrica modello. Era un caldo sabato di giugno e quel giorno, io e mio fratello, scoprimmo che nostro padre faceva l’impiegato e la cosa più pesante che alzava tutti i giorni, era una penna Bic.

 


Gianluca Papadia è autore di molti racconti vincitori di premi letterari. Ha pubblicato il libro:

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.