Il tuttofare

L’ultima volta che ho provato a isolare una lampada d’emergenza a casa mia sono arrivati i vigili del fuoco. Non avevo nessuna intenzione di sostituire la batteria di quella luce, operazione che per quanto mi riguarda richiede una laurea in ingegneria aeronautica, volevo solo evitare che lampeggiasse in quella maniera così fastidiosa. Presi lo scaletto, attivai la torcia del cellulare – perché per prima cosa avevo staccato il contatore della corrente – e salii a ispezionare quell’oggetto misterioso. Poiché la luce era poca, scesi a prendere il cellulare e costatai che, ai lati del coperchio trasparente, c’erano due linguette incantatrici che aspettavano solo di essere premute. In un mondo ideale, premendo leggermente quelle due innocue linguette di plastica dura – una alla volta – il coperchio sarebbe uscito dal suo alloggio come una saponetta dalla sua custodia, nella dura realtà, invece, pur premendo con tutte le forze quelle maledette linguette, il coperchio rimaneva ben saldo a quella maledetta lampada.  Provai prima con una sola mano, poi, dopo aver messo il cellulare in bocca, spinsi con tutte e due le mani, senza ottenere nessun risultato. Il coperchio non si mosse di un solo millimetro, così, andai a recuperare un cacciavite fisso e risalii sulla scala. Con l’aiuto del cacciavite riuscii a malapena a piegare la linguetta ma lo stesso il coperchio non voleva saperne di uscire dall’alloggio. Quando le prime gocce di sudore iniziarono a oscurarmi la vista, un colpo deciso di cacciavite ruppe una delle due linguette e il contraccolpo mi fece cadere il cellulare da bocca. L’impatto con il pavimento ruppe il resistentissimo vetro gorilla glass del mio Samsung, così la rabbia oscurò ancora di più la mia vista. Accecato dal sudore e dalla rabbia, ruppi anche l’altra linguetta e finalmente il coperchio trasparente uscì dall’alloggio con una facilità irritante. La lampada senza coperchio presentava un fondo bianco con circa venti viti ma il mio occhio attento cadde sul connettore elettrico alla base della lampadina. Staccato quello, la luce smise di lampeggiare e così, rimesso a posto il coperchio che, senza linguette era un po’ instabile nel suo alloggio, scesi finalmente dalla scala.

«Lampeggio risolto» scrissi fiero a mia moglie e andai a lavoro.

Dopo due ore mi chiamò il mio vicino. «C’è del fumo che esce dal tuo appartamento» mi disse con un tono preoccupato.

«Vengo subito» gli risposi e senza confessare a nessuno il vero motivo, tornai di fretta a casa.

Al mio arrivo il camion dei vigili del fuoco era parcheggiato sotto il mio palazzo. Nel portone la puzza di plastica bruciata era asfissiante e due vigili del fuoco – con le maschere antigas – mi aspettavano impazienti fuori alla mia porta.

Aprii con terrore la porta d’ingresso e i due agenti si fiondarono dentro casa. Il fumo proveniva proprio da quella funesta lampada di emergenza, così il primo pompiere, con un’ascia, frantumò il coperchio e il secondo spruzzò della polvere dall’estintore che aveva in braccio.

«Sono cinesi?» mi chiese uno dei due vigili.

«Si» risposi prontamente sfruttando quell’assist inatteso.

«Allora le controlli tutte. Capita che questi prodotti non rispettino gli standard europei sulla sicurezza» disse l’agente porgendomi un modulo da firmare. «Sono costretto a farle pagare l’intervento» aggiunse vedendo la mia faccia perplessa, «non c’era un pericolo imminente di danno a persone e a cose. La prossima volta valuti meglio la situazione prima di chiamarci».

«È stato Vicidomini» riuscii a farfugliare mentre i vigili del fuoco uscivano dal mio appartamento.  Per colpa del mio vicino impiccione, mi trovavo con una fattura di duecento euro che, sommate al vetro del cellulare, alla parete annerita da tinteggiare e alla lampada da sostituire, facevano più di mille euro di danni. Quel giorno però, avevo un problema più grave: dovevo risolvere tutto prima che mia moglie rientrasse dal lavoro.

«Chiami subito Gaetano» mi disse Vicidomini che, come sempre, si era materializzato dal nulla. Aveva seguito l’intervento dei vigili del fuoco dal mio pianerottolo e, appena i due agenti avevano abbandonato la scena del delitto, era entrato nel mio appartamento per valutare i danni.

«Chi?» chiesi io molto infastidito dall’ennesima intrusione non richiesta.

«Gaetano, il tuttofare» mi rispose candidamente lui porgendomi un biglietto da visita. «Ho trovato il volantino sotto la mia porta».

Il tuttofare arrivò in dodici minuti esatti, eseguì tutti i lavori alla perfezione in sole due ore e, come se non bastasse, con la gelida professionalità di Mr Wolf in Pulp Fiction, pulì tutto ciò che aveva sporcato. Era bastato mandargli una foto della lampada d’emergenza su WhatsApp e tutti i miei problemi erano stati risolti. «Io sono Mr Wolf e risolvo i problemi», la frase cult del film di Quentin Tarantino calzava a pennello con la situazione in cui mi ero cacciato.

Da quel momento ero diventato l’idolo di mia moglie. Lei che da sempre mi guardava con sospetto ogni volta che prendevo la mia fantomatica cassetta degli attrezzi, che ogni volta cercava di dissuadermi anche dal più semplice dei lavoretti domestici, iniziò a fidarsi delle mie capacità. Lei che giustamente mi aveva nascosto chissà dove il mio amato trapano, perché una volta eravamo stati costretti a rifare l’impianto idrico di uno dei due bagni, che odiava i quadri appesi tutti storti, che non ne poteva più di cambiare il motore delle tapparelle ogni volta che provavo ad aggiustarle, dovette ricredersi sulle mie abilità manuali.  Io, per giustificare quell’improvviso cambio di rotta, passavo le ore sul canale Youtube di Rulof fai date, fingendo interesse per tutti quei tutorial incomprensibili. Per non farle capire che il vero tuttofare era Gaetano, quando c’era qualche lavoretto da fare in casa, le chiedevo di restare da solo, per concentrarmi meglio senza nessuno tra i piedi. All’inizio a lei non piaceva quest’idea ma poi, vedendo gli ottimi risultati e soprattutto come ero bravo a lasciare tutto pulito e in ordine, iniziò a uscire con più frequenza: i pomeriggi andava a fare shopping e la sera, molto spesso, lo passava con le amiche. Grazie a Gaetano siamo pure tornati a fare spese da Ikea che mia moglie mi aveva vietato categoricamente di frequentare perché ogni volta che compravamo qualcosa lì, puntualmente, lo distruggevo nel mio tentativo maldestro di montarlo. Ogni volta era sempre la stessa storia: compravamo un nuovo mobiletto dal nome impronunciabile, passavo due weekend  interi a tentare di montarlo e alla fine lo portavo all’isola ecologica. Ero diventato lo zimbello di tutti gli operatori ecologici del comune.

Adesso però mi godo la mia rivincita, dopo due anni, infatti, mia moglie si fida talmente tanto di me che è lei stessa a chiedermi piccoli accorgimenti da fare in casa. A volte, sembra quasi che le faccia piacere scovare qualche cosa che non funziona in casa.  Di sera a cena discutiamo delle modifiche da fare ai bagni, delle nuove tende parasole da installare, dei filtri dei condizionatori da pulire, dei nuovi arredi da comprare da Ikea. Stranamente la chat di WhatsApp “Mr Wolf”, piena di foto dei nostri problemi domestici, non le desta alcun sospetto, si è subito fidata della scusa che ho trovato: le ho detto che è un mio collega al quale chiedo consigli.

Gaetano è un tuttofare molto caro ma da quando l’ho conosciuto la mia vita è cambiata in meglio: mia moglie tesse continuamente le mie lodi, perfino a suo padre e alle sue amiche del cuore, e in più, adesso, ho tanto tempo libero da dedicare ai miei passatempi preferiti.

Oggi pomeriggio mentre mia moglie è andata alla mostra su Salvador Dalì a Palazzo Fondi e Gaetano è impegnato a sostituire la rete di due zanzariere, io mi godo il sole dal mio balcone. Ho un posticino  tranquillo, lontano da occhi indiscreti che mi permette di osservare tutto il quartiere senza essere visto. Ho comprato un nuovissimo binocolo Nikon Monarch 5 e riesco a spiare anche le persone che sono a diversi chilometri da me. Mi diverto a guardare le persone che camminano per strada e con questo gioiello di tecnologia riesco perfino a vedere le persone che sono sul traghetto che sta arrivando da Procida.

Gaetano il tuttofare finisce il suo lavoro in meno di un’ora. «Sono cento euro» mi dice mentre raccoglie tutti i suoi attrezzi sparsi sul pavimento della cucina.

Pago quella somma sproporzionatamente costosa con piacere – una seduta di terapia di coppia mi sarebbe costata molto di più – e ringrazio il mio tuttofare che, come sempre, non ha lasciato alcuna traccia del suo intervento riparatore. Quando Gaetano è uscito dal mio appartamento, prendo un’altra birra ghiacciata e ritorno al sole caldo del mio balcone. Il traghetto è attraccato al porto e le persone sbarcano in maniera ordinata. Curiosando tra la folla che c’è al porto, mi sembra di intravedere mia moglie. Metto meglio fuoco e ho la certezza che sia lei, forse è tornata prima dalla mostra e sta aspettando una sua amica che è scesa dal traghetto. Nessuno dei passeggeri del traghetto però sembra attirare la sua attenzione, forse è lì semplicemente per respirare un po’ di iodio.  Intanto il flusso di passeggeri in arrivo è finito e i marinai si predispongono per l’accoglienza di quelli in partenza. Mia moglie sembra riconoscere qualcuno che arriva dall’altra parte del porto, gli sorride e poi gli va incontro. Scopro con terrore che l’uomo che le va incontro di spalle è Gaetano il tuttofare. Quando raggiunge mia moglie le passa cinquanta euro con un gesto impercettibile che non sfugge al mio occhio infallibile e si mette in fila con gli altri passeggeri in partenza. Mia moglie intasca la mia banconota e si allontana dalla zona d’imbarco nel modo più discreto che può, il suo sorriso beffardo è l’ultima cosa che il mio binocolo 16x ultra moderno registra prima che lo scaraventi giù dal sesto piano.

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Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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