Henry Miller, Claude e Germaine

Professione: puttana

No, non accettiamo questo paragone. Parlare di donne e chiamarle puttane è troppo, anche se è quello il loro lavoro (cioè, la loro professione: fare la prostituta). Ma no, è un tabù che non vogliamo superare. E poi si sa che le puttane – se proprio dobbiamo chiamarle così! – non provano piacere nel fare ciò che fanno, sono obbligate, attanagliate nel ricatto morale della sopravvivenza. Schiave di un destino che estremizza la naturalezza dei rapporti tra esseri umani, insozzate dal maschilismo becero. Va bene, forse sto esagerando, se questo dev’essere il cappello introduttivo di una riflessione sul romanzo autobiografico di Henry Miller. E forse a Parigi, negli anni ’30, quindi circa un secolo fa, fare la puttana non era poi così ignobile. Come oggi.

Così Miller, che in Tropico del Cancro racconta la sua vita nell’inesistente Villa Borghese di Parigi (ci vuole un po’ per capire che non sta parlando di Roma) e del suo pellegrinaggio fra i vicoli di Montparnasse, Saint-Germain-des-Prés, Montmartre, quelle rues che l’americano trova troppo antiche, dall’odore di muffa, dal destino incrinato, crepato, ci pone – forse inconsapevolmente – una domanda dal secolo passato.

Non è il caso che scaraventa a Parigi persone come noi. Parigi è soltanto un palcoscenico artificiale, un palcoscenico rotante che permette allo spettatore di cogliere ogni fase del conflitto. Da sola Parigi non avvia alcun dramma. Cominciano altrove. Parigi è solamente il forcipe ostetrico che strappa dall’utero l’embrione vivo e lo mette nell’incubatrice. Parigi è la culla delle nascite artificiali.

In questa città-scenario, in questa aria malsana ma carica di erotismo, Miller incontra i due tipi di puttana. E ce li sottopone. Per lui Germaine è più puttana di Claude, ed è pure nel giusto.

Quando, in seguito, mi misi a scrivere la storia di Claude, non a Claude pensavo, ma a Germaine…

Perché Germaine è la puttana eroina, Claude quella triste. La prima sa che, suo malgrado, prova piacere in quello che fa, e non avrebbe preferito, chessò, fare la governante o la serva, o la mondina: non sarebbe stato più dignitoso, ma solo più noioso.

Ennui! Il peggio che provasse era questo. C’erano giorni, certo, che ne aveva la pancia piena, come si suol dire; ma niente più! Di solito se la godeva; o dava l’illusione di godersela. Certo, dipendeva anche dall’uomo con cui andava – o con cui veniva. Ma la cosa principale era un uomo. Un uomo! Questo bramava. Un uomo con qualcosa tra le gambe che le facesse il solletico, che la facesse torcere nell’orgasmo, la portasse ad afferrarsi la fregna cespugliosa con tutte e due le mani, e strofinarsela con gioia, con orgoglio, con vanto, con un senso di rapporto, con un senso di vita.

Claude è «una brava ragazza francese di media estrazione e di media intelligenza, ingannata in qualche modo dalla vita», ma il suo riserbo, la sua tristezza non le sono concessi.

La vedevo ogni sera seduta al suo solito posto, il sederino tondo annidato nel panchetto di felpa, provavo verso di lei una sorta di inesprimibile ribellione: una puttana – così mi sembrava – non ha il diritto di star lì seduta come una signora, ad aspettare pudicamente che qualcuno le si avvicini, sorbendo intanto sobriamente il suo chocolat.

Giunte alla fine del resoconto dettagliato di atti sessuali, feticci, abbigliamento, transazioni economiche, abitudini e lussurie, il dubbio ci rimane: siamo state irretite dalla scrittura febbrile e dal ritmo denso e compiuto che ci è entrato nell’intimo riuscendo a superare il fastidioso e sedimentato limite culturale, o una parte di noi grida ancora: misogino!? E non è più per il termine puttana, non è più per il paragone tra donne come fossero oggetti (o ragni: «non potevo neppur pensare d’innamorarmi di Germaine, allo stesso modo che non si può pensare d’innamorarsi di un ragno»). Non è forse nemmeno per quello strano sarcasmo che rende ridicola la figura femminile e il suo corpo. Forse, no, non è nulla di tutto questo. Forse è per la pretesa di giudizio da parte di un uomo, seppur si tratti di uno scrittore, che in fondo, ha tutto il diritto di giudicare, salvo non aver precedentemente goduto di quel giudizio.

Ma si sa, siamo nel terzo millennio, e il mondo è maledettamente complicato, terribilmente artefatto, spudoratamente bigotto in quella corazza arcaica che si chiama morale. Miller ora sarebbe solo un quarantenne con la sindrome di machismo, preso di mira da schiere di neofemministe, pronte a pubblicare meme virali che rappresentano la sua faccia e qualche frase circa la sua stupidità, pronte al linciaggio mediatico e ai talk show delle Barbara D’Urso di tutto il mondo.

E Miller, col sorrisetto dello scrittore serafico e sottilmente divertito, risponderebbe, ancora:

E anche se è molto bello sapere che la donna ha un cervello, la letteratura che emana dalla carogna di una puttana è l’ultima cosa che conviene servire a letto. Germaine era nel giusto: era ignorante e lussuriosa, metteva nel lavoro il cuore e l’anima. Era puttana dalla testa ai piedi, e questa era la sua virtù!

Il libro…

  • Titolo: Tropico del cancro (originale: Tropic of Cancer)
  • Autore: Henry Miller
  • Prima edizione: Obelisk Press, 1934, cover by Maurice Girodias
  • Edizione utilizzata per le citazioni: Arnoldo Mondadori Editore, 1991, ISBN 8804373814, traduzione di Luciano Bianciardi riveduta da Guido Almansi, saggio introduttivo di George Orwell


 

 

 

 

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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