– E puoi saltare un grosso edificio in un solo balzo? – Perché diavolo dovrei fare una cosa simile? Non c'è molta richiesta per quello! – Superman lo fa. – Tsk... Esibizionista! Poteva evitare tutto quel casino e girare attorno a quella cazzo di roba! [...] – Allora che ne dici di questo, ti cambi in una cabina telefonica come Superman? – ...Cosa? – Superman fa pure questo. – Ha un bel po' di problemi, vero?

cit. - Jeff Dunham, Spark of Insanity.

Ho salvato il mondo

Oh, insomma, ho salvato il mondo così tante volte che non le conto nemmeno più. È anche grazie a me se l’umanità è sopravvissuta senza che nemmeno si accorgesse di essere in mortale pericolo: se non ci fossi stata io, chissà cosa sarebbe successo!

Crimini indicibili, guerre, distruzione, catastrofi, morti. Per non parlare di tutti quei gattini miagolanti troppo avventurosi impigliati tra i rami alti degli alberi al parco, che si sarebbero spiaccicati sui marciapiedi tra urla di orrore e brandelli di budella schizzate sulle calzette bianche dei bimbi, sui loro visetti rigati di lacrime e sangue di micio.

Ma vi rendete conto di quante persone ho contribuito a salvare? E questo, questo è il loro ringraziamento, ingrati!

Guardate come sono ridotta: piegata, ammaccata, incrinata, inzaccherata di fango e di polvere, mescolata a rottami qualsiasi… scusate, nulla di personale, ma obiettivamente è un dato di fatto. Tu, ad esempio. Sì, proprio tu, lì in fondo a destra, dimmi: quante persone hai salvato, tu?

In tutti i tuoi anni di onesto lavoro, di cui non dubito – per carità, non sia mai -, quante volte sei stata parte di un’azione eroica? Dai, su, contali e dimmi. Cosa hai mai fatto, tu, di così straordinario?

Vedi? Vedi? Non sai nemeno rispondermi, mi guardi con quell’aria svanita e taci. Hai semplicemente compiuto infinite volte ciò per cui sei stata progettata e, se ci pensi, anche tu non avresti meritato questo destino, così triste e privo di qualsiasi accenno di gratitudine, di pietà.

Ci hanno presi e buttati qui, in questo campo sterminato circondato da reticolati, in attesa di qualcosa. Forse, di sgretolarci e sparire in silenzio. In silenzio, miserabili! In silenzio, per non turbare le loro coscienze immacolate. In silenzio…

Ma io? Come hanno potuto pensare di fare una cosa simile a me? A me, che se non fossi stata tra quei palazzi alti, all’imboccatura di quel vicolo un po’ defilato, lontano dalla folla che passeggiava in centro, chissà cosa sarebbe successo, chissà se saremmo ancora qui a parlare.

Io stavo lì, ricordo – ah, che tempi erano quelli! -, un giorno come gli altri. Le porte a soffietto erano socchiuse come sempre, i vetri passabilmente puliti, il librone appeso alla catenella con solo qualche pagina spiegazzata e strappata. Qualche scritta all’interno, le ricordo ancora, che belle,  pura poesia… «Sophia, ogni buco una garanzia»; «558-7834: chiamami e mi chino come vuoi tu»; «Gesù ti ascolta: attento a come parli!».

A un certo punto, un cliente. Alto, gli occhiali spessi, l’aria perbene. Un bel ragazzetto, direi – posso ben giudicare, ne ho visti così tanti entrare, parlare un po’ e uscire -, che entra di corsa e si chiude il soffietto alle spalle, toglie la giacca grigia, allenta la cravatta, inizia a slacciare la camicia… ne ho visti anche altri fare come lui, ma di solito uscivano nudi come bruchi e tornavano dopo qualche minuto, accompagnati da due poliziotti e dalle grida lontane delle signore a passeggio sui loro tacchetti che intonavano in coro «Maiale, maiale…».

Il giovanotto no, lui era diverso. Sotto la camicia e i calzoni con le pinces e la riga ben stirata indossava una tuta attillata, blu con una scritta sul petto, una specie di paio di mutande rosse sopra la tuta – credevo si indossassero sotto, le mutande, ma magari mi sbaglio -, e non ho mai capito come facesse con quel lungo mantello rosso cucito alle spalle: mica aveva la gobba, sotto la giacca.

Piegava velocemente i vestiti e li appoggiava sulla mia mensolina di legno (li ho sempre tenuti da conto, anche gli occhiali. Mai un graffietto), usciva veloce e si voltava un secondo, un solo istante a guardarmi. Le mie porte, quando mi guardava, si sigillavano ermeticamente, nessuno riusciva ad aprirle. Nessuno, solo lui, il giovanotto dall’aria a modo.

Poi mi dava le spalle e, ve lo giuro su ciò che ho di più caro, sui cavi e la cornetta che ora penzola triste, sulla vetreria e sulle presse che mi hanno forgiata, sulla scritta bianca e blu che dominava i miei quattro lati, volava via. Letteralmente, volava. Più veloce di un piccione.

Alzava un braccio, stringeva il pugno, un lieve piegamento di gambe e via in uno swooooooosh! Spostava perfino le cartacce per terra e una volta che aveva più fretta del solito, ha spostato anche tutte le cicche appiccicate sul marciapiede. Un vero portento, ve lo dico io!

Quante volte è tornato, quante volte insieme abbiamo raddrizzato i destini storti dell’umanità. Senza di me, dove si sarebbe cambiato?

Ci ha mai pensato qualcuno, a quanto io, un’anonima cabina del telefono, sia stata importante? Certo che no, è ovvio, altrimenti non sarei qui in mezzo alle maniglie penzolanti dagli sportelli dei frigoriferi rotti, a bulloni senza più identità e a lavatrici sghembe con lo smalto tutto scrostato.

Sarei esposta nel salone grande del Municipio, lucida e pulita, su un pavimento ricoperto di moquette rosso scuro, con cordoni di velluto legati a colonnine di ottone a delimitare il mio spazio. Io e le poesie scritte sui vetri.

Non guardatemi con quelle manopole incredule, vi giuro che è tutto vero!

Vecchi rottami arrugginiti e rimbambiti, vi dico che è vero!

Tutta la città parlava dell’eroe volante con il mantello rosso e la forza di mille camion. Ma che dico, tutta la città? Ne parlava tutto il Paese, anzi, tutto il pianeta!

Solo perché voi siete ignoranti, perché avete trascorso la vostra esistenza a lavare panni, a cuocere torte chiusi in cucina, o a scorrazzare i lattai senza curarvi di niente che non fosse il colore dei semafori, non significa che stia mentendo!

Smettete di ridere, immediatamente! Si deve rispetto a chi ha contribuito alla vostra esistenza. Perché senza di me sareste stati disintegrati insieme al resto del Pianeta Terra! Voi non sapete, non avete idea dei rischi che avete corso!

Malfidenti e malfidati… e tu, stupido uccello, non osare! Non ti permettere!

Merda.

Il fumetto…

 

  • Titolo: Nembo Kid, poi Superman
  • Editore: Dc Comics
  • Prima edizione: 1938

 

 

 

 

Chiara Menardo ha pubblicato La mareggiata in un barattolo per Harper Collins Italia, collana eLit, 2019

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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