I 90 di Clint

Clint Eastwood, New York, 2010. ©Raffi Asdourian

Avevo scritto per gli 86 e mi trovo a rileggere, riprendere, limare o aggiungere qualcosa per i 90 di un mito del cinema, di un californiano di San Francisco e dei suoi 193 cm di altezza.

Di lui, Sergio Leone dirà che aveva bisogno di una maschera e lo scelse perché aveva due espressioni: una con il cappello e una senza. E a quel “Sergio” a cui riconosce la maggior parte della sua carriera iniziale, Clint Eastwood Jr. dirà di sé che era “un americano, che girava in Spagna con un italiano”. E quel toscanello così detestato e mosso da una parte della bocca diventerà un tratto distintivo del personaggio. Il legame tra Eastwood e l’Italia è davvero profondo ed è apparso logico che fosse proprio lui a consegnare a Ennio Morricone il primo Oscar®, quello alla carriera, nel 2007.

L’Italia la farà pure vedere dallo spazio, quando dirigerà Space Cowboys con un gruppo di attori tutti anziani e grandi maschere di Hollywood in un film messaggio per chi, nella terza età, si fa ancora valere e riscatta magari le occasioni perdute in gioventù.

Amo Clint Eastwood fin da bambino, fin da quando era il Biondo o il Monco, quando quegli occhi azzurri, costante di tutti i suoi film dietro e/o davanti la macchina da presa, sfidavano in solitudine il potere o le ingiustizie del West: la trilogia del dollaro è ovviamente in bella vista nella mia collezione.

Quanto è cambiato il suo personaggio, sempre pronto a confrontarsi con la morte, inevitabile e leggera in gioventù che diviene inevitabile e pesante nella fase matura.

La morte è leggera quando dice a Piripicchio che le bare sono cinque e non quattro, perché i cattivi non solo lo hanno sfidato ma hanno preso in giro il suo mulo. La morte si fa pesante quando ne Gli spietati, per vendicare una prostituta sfigurata, torna per l’ultima volta cacciatore di taglie e mercenario per uccidere chi aveva mancato di rispetto a una donna: “quando togli la vita a un uomo gli togli tutto”. Questo film gli darà tre nomination e due statuette: persa quella come Miglior attore ritira quella di Miglior film e Miglior regia. E la morte diventa senso di colpa ed espiazione in Gran Torino, dove si rivede il pistolero e quella mitica: “Ogni tanto si incontra qualcuno da non fare incazzare” oppure qualcosa di sovranaturale in Hereafter.

E quando i personaggi giovani non sono stati più interpretabili per le rughe, si è affidato ad attori che gli somigliavano, quasi sempre biondi e con gli occhi di ghiaccio, come quel texano degli anni Settanta.

L’elenco di pellicole è davvero lunghissimo, iniziato nel 1955 con l’apparizione non nei crediti in La vendetta del mostro, quindi selezionarle appare difficile. Meritano almeno due citazioni di Gunny Highway: “Io vado a puttane da quando Cristo era ancora a capotavola” e “Io sono il sergente e ho bevuto più birra, pisciato più sangue, chiavato più mignotte e dato più cazzotti di tutti quanti voi frocetti messi assieme!. E non si può dimenticare il dialogo di Frank Morris con Charley Puzo in Fuga da Alcatraz:

C. Quando compi gli anni?
F. Non lo so
C. Cristo, che razza di infanzia hai avuto?
F. Breve…

Personalità complessa, probabilmente molto dura: si dice di una figlia parigina che non ha mai incontrato, forse citata attraverso quelle lettere che tornano indietro in Million Dollar Baby, dove non vuole allenare ragazze ma diventa il vero padre di una figlia a suo modo perduta e che cerca nella boxe un riscatto personale; a Maggie “Mo Cùishlee” toglierà la vita per mantenere una promessa, in una scelta coraggiosa da portare sul grande schermo e così controversa nella società. Il film lo candida a due Oscar® e se sfugge ancora quella come Miglior Attore arriva ancora quello del Miglior film. In Ancora in gioco torna il rapporto complesso con una figlia è inizialmente misterioso ma cela una verità apparentemente superata che si svelerà verso la fine.

Che dire di Callaghan, che rappresenta il poliziotto prima contro il potere e poi contro la criminalità: un giustiziere senza mezze misure e con battute rimaste nella storia: “Coraggio, fatti ammazzare”, “Sei famoso solo nella tua testa” o, ancora, la più caustica “Le opinioni sono come le palle – asshole nella versione originale – ognuno ha le sue“. Sempre con quello sguardo, sempre con quell’espressione, sempre con la Magnum 44.

E Clint nei film sputa per terra, lo fa come gesto di ribellione, come gesto nei confronti di chi è dalla parte del torto o non vuol capire che superare il limite a volte si deve.

E quando si è messo dietro la macchina da presa ha raccontato l’infanzia rubata di Mystic River e di Changeling, girati senza troppi fronzoli e in maniera cruda ed essenziale, oppure si è dedicato alle biografie e agli eventi storici, raccontando la Seconda guerra mondiale sia dalla parte dei giapponesi che da quella degli statunitensi. Oscillante in politica, sicuramente il tipico americano, raramente si è visto in ruoli romantici, anche se ne I ponti di Madison County offre, al fianco di una straordinaria Meryl Streep, “vive” una pellicola sull’amore incompiuto nella testa ma non nel cuore. “I vecchi sogni erano bei sogni…” e la conclusione è il nostalgico “a una certa età è già qualcosa averli avuti“.

Gli ultimi anni sono quelli delle biografie di eroi a stelle strisce, di quelli che hanno cambiato il proprio destino o quello degli altri siano essi in abiti civili o militari: American Sniper, Sully, 15:17: Attacco al treno e l’ultimo Richard Jewell. L’ultima volta davanti alla macchina da presa, seppur in un doppio ruolo, è stato, mi piacerebbe pensare per ora, in Il corriere – The Mule dove la ricerca del perdono personale e il rimediare agli errori del passato passano anche da consapevoli azioni illegali.

Nel cuore e negli occhi forse la prima sequenza che torna in mente è però il Triello e quel carillon che suona, puro genio musicale, a supporto di un memorabile giro di macchina e di primissimi piani da storia del cinema, con un Lee Van Cleef superba spalla e un Gianmaria Volontè straordinario a tenergli testa. E se invece ripenso al Biondo che Tuco chiama urlandogli: “Ehi Bondooooo, sai cosa sei? Sei un gran figlio di…” con l’urlo che prelude la musica di Morricone insieme alla parola fine, mi ricorda che nei Western degli anni Sessanta si usava cagna o cane e forse Leone, per realismo aveva preferito strozzare una parte della parola.

Gli uomini della prateria, 1961

Ho lasciato per strada grandi film, già nel 1995 l’Academy gli aveva consegnato il Premio alla memoria Irving G. Thalberg, assegnato a chi si distingue per produzioni cinematografiche di alto valore artistico, e tralasciato il ruolo di autore di colonne sonore di ben 32 delle sue pellicole.

Che dire, chiudo qui, tanti auguri, grande Clint.

 

 

 

 

 


Fabio Muzzio

Fabio Muzzio

Comunica per passione o per deformazione, professionista in fermento e dj ormai mancato. Ironicamente umanista, mediamente fatalista.

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