Il citofono

A Napoli il citofono non lo usiamo mai. Ogni famiglia ha il suo fischio caratteristico e ogni fischio ha due varianti: quello lungo e quello sincopato. Quello lungo significa: “apri il portone”, l’altro, invece, significa: “affacciati”. Se un membro della famiglia non sa fischiare è costretto a urlare dalla strada.

Ci piace rendere partecipi tutti i vicini delle nostre esigenze, sentire i pareri di tutti, condividere i nostri problemi. Ogni napoletano, nel proprio quartiere, non può avere segreti.

Nel mio palazzo, per esempio, tutti sanno che la moglie di Vicidomini ieri mattina si è fatta la TAC e tra qualche giorno avremo i risultati.  E se la figlia avesse usato il citofono, nessuno di noi l’avrebbe mai saputo.

«Mamma, non fare colazione, ché devi fare la TAC», ha urlato Pinuccia dalla strada ieri mattina presto. «Quella si deve fare la TAC», ha aggiunto vedendo che la Signora Petrosini si era subito affacciata con un’espressione preoccupata.

«È per il mal di schiena?», ha chiesto il Cavalier De Tommasi dal sesto piano.

«No, con la schiena per fortuna sta bene», ha risposto Pinuccia. «È solo un controllo di routine».

«Lo sa che deve lasciare a casa tutti gli oggetti metallici?», ha chiesto a quel punto il fruttivendolo che ha il negozio all’angolo. «A mia mamma le fecero togliere pure il busto», e la discussione sugli accorgimenti da seguire in casi come questo è proseguita almeno fino a mezzogiorno.

Sono andato all’ASL ma è stato inutile perché ci sono i terminali rotti è una notizia che, detta al citofono, perderebbe il suo significato sociale.  Invece stamattina Tucci del terzo piano ha avvisato il nostro quartiere di questo ennesimo disservizio del sistema sanitario nazionale.

Per il napoletano, una notizia ha valore quando la sente al balcone: al telegiornale le notizie sono già vecchie di un giorno. Qui abbiamo inventato le notizie in tempo reale, altro che profilo Facebook, stato di WhatsApp e tutte quelle menate ipertecnologiche! A Napoli esci sul balcone e sei aggiornato su tutto.

«Scusate, ma la metropolitana funziona stamattina?», ho chiesto al mio vicino stamattina. Dal suo balcone riesce a vedere la strada dove c’è la stazione.

«Tutto a posto», ha risposto il Ragioniere Casoria e non ho avuto bisogno di consultare l’App dell’Azienda dei trasporti cittadini.

«Oggi mi arriva un pacco da Amazon», ho urlato dopo aver ringraziato con un cenno il mio vicino.

«Che corriere?», mi ha chiesto la signorina Carlucci del piano di sotto.

«Bartolini», ho risposto.

«E quello consegna alle undici. Fatelo lasciare da me che oggi non esco di casa».

«Grazie», ho detto alla single settantenne che abita sotto di me. Nonostante l’età, la signorina Carlucci ricorda a memoria tutti gli orari di consegna dei corrieri e funziona meglio di qualsiasi Amazon Locker.

«Ancora mal di gola?», mi ha chiesto lei, notando che la mia raucedine non è ancora migliorata. Nel palazzo non esiste nessun tipo di privacy.

«Purtroppo sì», ho tagliato corto io, evitando di far scivolare il discorso sul clima pazzo di questi giorni.

«Notizie della moglie del calzolaio?», ha chiesto a quel punto la portinaia del palazzo di fronte con un sibilo. Il gesto delle corna appoggiate sulla fronte compensa il gap audio dovuto al tono basso.

Per le notizie un po’ più delicate, infatti, esiste il telefono senza fili tanto caro a Eduardo De Filippo. Il tono della voce diventa un sussurro e la gestualità, al contrario, è accentuata.

«Lui è andato dall’avvocato», ha risposto prontamente il fruttivendolo dalla strada, con i pugni stretti e i polsi messi uno sull’altro come se avesse le manette. Il segno convenzionale indicava che il marito tradito non ha intenzione di accedere alla separazione consensuale.

Con questo codice criptato anche le notizie più riservate possono viaggiare tranquillamente da un balcone all’altro, una sorta di parental control che tutela eventuali bambini in ascolto.

A me non interessava il gossip e visto che dovevo andare al lavoro mi sono congedato dall’assemblea mattutina.

Mentre prendevo la metro ho ripensato al fatto che a Napoli ci sono solo due categorie di persone alle quali è concesso di usare il citofono: i postini e i Testimoni di Geova. Ma in entrambi i casi quest’offesa alla condivisione delle notizie è limitata solo alle prime ore del mattino, dal lunedì al sabato per i primi, la domenica per i secondi.

Stasera mentre facevo jogging ho pensato che Salvini a Napoli non avrebbe potuto condurre la sua stravagante campagna elettorale che ha tentato con pessimi risultati in Emilia Romagna.

Qui, già da molto tempo, hanno rinunciato a usare il citofono professionisti molto più seri di lui: ho visto addetti al volantinaggio registrare il fischio di un condomino per farsi aprire il portone; agenti immobiliari travestiti da postini che fingono di avere una raccomandata da firmare; venditori di Folletto spacciarsi per devoti della Madonna dell’Arco pur di essere accolti nelle case.

Quando arrivo sotto casa, trovo il palazzo immerso in uno strano silenzio. A quest’ora sono tutti chiusi dentro casa. Il cellulare mi abbandona con un suono spettrale, la batteria ormai non regge più una giornata intera.

Mi fermo vicino al citofono e scopro di aver dimenticato le chiavi a casa. I dieci chilometri di corsa mi hanno completamente seccato la bocca e non riesco a fischiare. Penso con terrore a tutte le volte che ho detto ai miei figli di non rispondere al citofono se non sentono il mio fischio, soprattutto a quest’ora di sera. Provo lo stesso a citofonare ma nessuno risponde. Il vento freddo, che ha asciugato il mio sudore, mi ha tolto pure l’ultimo filo di voce che avevo. Provo a urlare ma il suono che produco è ridicolo. Per fortuna mi ricordo che quando sono passato fuori la chiesa ho sentito la banda del paese che faceva le prove. Con le ultime forze che mi rimangono corro fino a lì. Spiego l’accaduto al mio amico Francesco che suona il clarinetto nella banda e lui accetta di aiutarmi senza batter ciglio. Quando torno sotto casa, accompagnato dalla banda del paese che suona una marcia trionfale, tutti gli inquilini del mio palazzo e di tutti i palazzi limitrofi, si riversano fuori ai balconi.

«Ha dimenticato le chiavi», urla Francesco ai miei figli che prontamente corrono ad aprirmi il portone.

Il napoletano è fatto così: se sente una musica provenire dalla strada subito si affaccia, ma se suoni al citofono non risponderà mai.


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Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

1 commento

  • Giovanni Odino
    Giovanni Odino
    9 Febbraio 2020 a 09:21

    Napoli racchiude tutta la saggezza del mondo. Quella che serve a vivere, non quella che ammuffisce nelle librerie.

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