Il matrimonio è pop. L’amore no

Più che un monologo pare un’intervista. E lo è, perché uno dei due livelli diegetici del film, paralleli e protagonisti allo stesso modo, è rappresentato da una myse en abime degna della migliore Nouvelle Vague.

Non è un caso. Il regista confermò di venerare Jean-Luc Godard, e questo film ne rivela le influenze, facendo un passo in avanti. O meglio, un passo in equilibrio sul filo tra il lecito e l’illecito.

Bernardo Bertolucci nel 1972 firma un capolavoro intimo e maledetto, Ultimo tango a Parigi.

Dicevamo: i livelli diegetici. Da una parte c’è una ragazza di vent’anni, parigina (Maria Schneider); un uomo di quarantacinque, vedovo di moglie suicida, americano a Parigi (Marlon Brando). C’è un appartamento semi fatiscente in Rue Jules Verne, c’è un rapporto disperato eppure incantato tra sconosciuti. L’incanto sta nell’ignoranza, s’intende, nel non sapere chi sia l’altro.

Dall’altra c’è una fidanzata, c’è un fidanzato (Jean-Pierre Léaud), un progetto cinematografico sull’amore, la recita della realtà (e ben più nella realtà). E così le teorie sulla vita mutano nei tre personaggi, il cui centro rimane lei, Jeanne, che si divide nei due rapporti con Paul e Tom, eppure rimane la meno instabile dei tre.

Mutano le teorie sull’adultità (Tom le dice: non possiamo più giocare così, ormai non siamo più bambini, siamo adulti. E Jeanne risponde: Adulti? È terribile), mutano quelle sulla famiglia, sulla propria origine, sul nome che ognuno di noi porta senza averlo scelto. E mutano quelle sull’amore, in un’epoca che si sta avvicinando alla cultura pop, quella di un mondo orizzontale, prêt-à-porter, facile per tutti.

E se da un lato lasciamo la ventenne senza-nome e il quarantacinquenne senza-storia chiusi in un appartamento a compiere le proprie passioni a tratti violente, con una sorta di richiamo alla Bardot e al Piccoli godardiani ne’ Le Mépris (il telefono a terra, il materasso, lei che fa il bagno nella vasca e lui che la guarda, le porte divelte, la nudità della donna), dall’altro scopriamo che la cultura pop è assimilabile alla fiction. Tutto lo è. Anche il matrimonio.

– Allora, come vedi il matrimonio?
– Il matrimonio?
– Sì.
– Lo vedo dappertutto, ogni momento.
– Come dappertutto?
– Ma sì: sui muri, sulle facciate dei palazzi…
– Sui muri? Sulle facciate?
– Sui cartelloni pubblicitari… Di che cosa parla la pubblicità? Che cosa ti offre?

La pubblicità. Gli anni Settanta e il dio “merce” che pervade ogni azione del vivere quotidiano. Quello che Giorgio Falco chiamerebbe l’Uomo di Lenhart: cartelloni pubblicitari sorridenti e felici, in cui la vita è un film, uno scambio di battute.

– Bah… Delle automobili, dell’olio di semi, delle sigarette…
– No. Il tema della pubblicità è la giovane coppia: la coppia prima del matrimonio senza figli, poi la stessa coppia dopo il matrimonio coi bambini. Il matrimonio, insomma: il matrimonio perfetto, ideale, riuscito. Cosa trovavi fra le mura buie delle chiese? Un marito distrutto dalle responsabilità e una moglie musona. Invece adesso il matrimonio della pubblicità è un matrimonio sorridente.
– Sorridente sui manifesti…
– Sì, certo, sui manifesti. Ma insomma, io dico: perché no? Prendiamolo sul serio il matrimonio dei manifesti. Il matrimonio pop.
– Pop… Ed ecco qua la formula: a gioventù pop, matrimonio pop! Ma… se il matrimonio pop non funziona?
– Se non funziona lo si ripara come un’automobile: gli sposi sono due operai in tuta di lavoro che si chinano sul motore e lo riparano.
– E in caso di adulterio? Che ne è del matrimonio pop?
– In caso di adulterio al posto di due operai ce ne sono tre, quattro…

Ma l’amore no. L’amore è ancora reale.

– E l’amore? Anche l’amore è pop?
– Ah no, l’amore no, l’amore non è pop.
– E se l’amore non è pop, allora, che succede?
– Gli operai entrano in un appartamento segreto, si levano le tute, e ridiventano uomini, donne, e fanno l’amore.

Oggi, 26 novembre 2018, muore a Roma, all’età di 77 anni, Bernardo Bertolucci, un regista che ha segnato il Novecento, che è stato voce dell’incredibile secolo cui noi sentiamo di appartenere ancora. Qualcuno, oggi, ha scritto che con la sua morte, quel secolo si è definitivamente concluso. Lo abbiamo ricordato attraverso il suo più controverso film, specchio di due culture che si sono passate il testimone, non senza difficoltà.

I frame del film: fonte YouTube.



 

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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