Il mistero della signora-falena

Eppure qualcosa di mostruoso deve accadere.

Sono in bagno. Sento scorrere l’acqua dal rubinetto della vasca: un applauso dopo l’altro sfumato dal metallico brusio della stufetta elettrica. Senza scopo, solo rumore.

La nebbia artificiosa sale dal piccolo lago bollente, penso che abbia una forma… la forma dell’ingiusto, quasi un plasma cagionevole nel silenzio che diventa attesa, che diventa sera, che diventa sogno, che diventa morte. Che rimarrà morte.

Il mio riflesso dallo specchio appannato. La testa è alla foce del phon e la spina è attaccata alla presa. Dalla superficie mistica sembra che il vortice di calore mi abbia spazzato via il cranio lasciandomi un naso, un solo occhio azzurro e mezza bocca rossa, chissà perché. Forse perché bastano per scoprire e baciare altre forme del normale. Questo pensiero svanisce insieme alla condensa sullo specchio. La mia piccola testa castana è ritornata al suo posto. Il phon è spento ma odora di bruciato.

L’accappatoio slacciato scivola sul tappeto. Eccomi. Due capezzoli attaccati a due seni, due gambe, due braccia, una pancia, una vagina, e ancora, due piedi e due mani.

Lascio al caso l’irriverenza dei particolari: l’odore colloso della mia parte intima che ho appena accarezzato, la peluria che si ostina a crescere sulle cosce opulente e sulle braccia esili, le costole-xilofono, le dita lunghe e affusolate (anche se non ho mai suonato il pianoforte), le unghie mangiucchiate, la pancia appena accennata con l’ombelico strano, quasi sporgente, le piante larghe dei piedi che ramificano sul pavimento. Poi le smagliature: lacci di sangue che mi costringono a stare a testa in giù attaccata alla linea del tempo, come l’appeso dei tarocchi, e mi bruciano, mi bruciano. Le natiche invece le ho affisse a una notte scaduta, ciascuna con un chiodino, così da mirarle quando voglio, in bianco e nero, per farle sembrare vintage.

La stufetta è ancora accesa, il phon è spento da un po’, l’odore di bruciato mi rimane incollato nel naso, gli applausi dell’acqua si sono arrestati e c’è solo il lago, ormai tiepido, nella vasca. Un po’ di vapori hanno la forza di esalare.

Io senza respiro. Mio dio, un baco da seta sta mangiando una foglia di gelso che galleggia sull’acqua! Cosa ci fa un baco da seta nella mia vasca, cosa vuole da me? Chiudo gli occhi, li stropiccio e li riapro, rieccolo di nuovo! Quel corpicino adesso è diventato di un giallastro traslucido e si sta per avvolgere nel suo bozzolo appena spuntato.

Qualcosa deve accadere, qualcosa di orrendo, di minaccioso… sussulto, faccio uno, due, tre, forse quattro passi indietro, arrivo alla porta del bagno. Forse non è vero che c’è, forse sono pazza, eppure è lì, lo vedo, lo vedo benissimo, è lì, quel baco galleggia ormai avvolto del tutto nel suo bozzolo! Io sono nuda. Completamente nuda. La stufetta è andata in blocco. Devo trovare una soluzione! Mi sfrego le mani, mi do dei colpetti sulla fronte… devo riflettere!

Fruscio caduco, seta, pensieri, goccioline di niente, silenzio, paura del vuoto. Il bozzolo è ancora lì.

Ho gli occhi sgranati, le mani tremanti, rimango impalata alla porta del bagno.

Il bozzolo continua a galleggiare nella vasca e non ho il coraggio di afferrarlo. Calcolo a freddo che se lo ignoro, se lo lascio là e mi allontano, magari sparisce… sparisce per sempre.

Percorro in tutta fretta il corridoio lungo e stretto, salgo un gradino e finisco nel salone. L’eternità di sedici passi. Buio, poi luce e sono in cucina. Mi è venuta una gran fame, sento una voragine al posto dello stomaco ma credo che sia per il nervoso. Cerco di non pensare al bozzolo, cerco di allontanarlo dalla mia testa. I muscoli sono troppo tesi e mi muovo come un robot: prendo una padella antiaderente, apro il frigo, afferro un uovo in una confezione di cartone da sei e ne rompo uno.

Crack!

Sembra che nelle mie mani ci sia un sisma, il tremore è incontrollabile. L’uovo rotto è frantumato e il guscio cade nella padella insieme all’albume e al tuorlo. Non riesco proprio a star ferma neanche con il secondo e terzo uovo. Crack, crack, i gusci finiscono in padella. Le dita della mano sinistra rimangono ricoperte di vischioso albume colante.

Adesso però non mi sento per niente bene. Ho dolore alla pancia, un disgustoso odore di fogna mi sale in bocca e mi sta sformando, fremo per una paura viscida e inconsistente. Qualcosa di mostruoso deve accadere, qualcosa di davvero eclatante.

Guardo fuori per distrarmi. Attraverso le tendine della finestra un big baloon giallo rimane appeso a un filo oscuro (ma ritengo che sia più una luna dorata). Sono ancora lucida dunque, ma davvero mi sento sformare. Qualcosa accade, tutto sembra avvisarmi: le tendine che si gonfiano per uno o due spifferi, il frigo che ronza, l’aria che vibra. Sono segnali di allarme!

Ritorno con lo sguardo ai fornelli, mi parte un grido: dentro la padella c’è ancora quel bozzolo attaccato a un piccolo rametto secco, chissà da dove è caduto. I frammenti dei gusci fanno da scogliera intorno a quel coso. Io sussulto ancora, sento un altro crack, ma stavolta credo sia immaginario. Il bozzolo è forato ed escono delle zampette grassottelle e pelose e una testina con le antenne. Una grassa falena bianca mi sta fissando coi suoi occhi grandi e lucidi. Faccio un balzo all’indietro urtando contro lo spigolo del tavolo.

Le tende ballano, il frigo è un trattore, l’aria come il cemento.

Intanto quel sapore di fogna che avevo in gola ora mi è salito al cervello, il dolore allo stomaco è aumentato, la testa mi formicola, il cuore mi martella, sento un crepitio alle orecchie e lame conficcate alla schiena.

Gemito e tremori febbrili.

Mi accorcio mentre mi spuntano sei arti, un torace e un addome allungato. La falena al contrario è saltata dalla padella ai fornelli, ed ora sta davanti ai fornelli: si allunga e si ingrossa, ha due gambe, due braccia, il ventre e tutto il resto.

Io, ormai ridotta a meno di una noce, cado dentro la padella. Sono in mezzo all’albume, in mezzo ai tuorli, in mezzo a frammenti di gusci. Non ho più né bocca, né voce per gridare, e vedo tutto più ampio, più grande. Senza girarmi di un millimetro riesco persino a scrutarmi dietro: ho due ali bianche e pelose attaccate a un corpo che non è certo il mio. Con dei piedini strani, quasi artigliati, avanzo in mezzo al vischioso, filamenti di bianco si appiccicano alle zampette incollandomele. Devo stare attenta a come mi muovo, qui è diventato tutto minaccioso e pronto a risucchiarmi. Guardo dritto, ma dio, cosa vedo! La falena si trova ferma davanti ai fornelli, ma non ha più le sembianze di un insetto, ormai lei è… lei è diventata me. Allora io… io cosa sono? Non voglio crederci, non voglio…

Di colpo la falena-diventata-me s’incurva verso la padella e con l’occhio destro mi analizza. Mi contraggo per difesa e, piccola piccola mi rifletto nella sua iride azzurra. Non c’è dubbio e questo è tremendo, io sono lei!

La falena-diventata-me spalanca con ferocia la bocca mostrandomi gola e bianchi canini, e tuona lanciandomi goccioline ingrassate di saliva che finiscono appiccicate proprio sul pelo del mio torace. Che schifo! Cerco di difendermi più che posso riparandomi con qualche frammento di guscio. Ma la la-falena-diventata-me continua imperterrita con quella grassa risata. Smuove aria che genera onde-giganti-albume.

Perdo l’equilibrio e le mie zampe rimangono invischiate nel tuorlo. Lei continua a tuonare mentre io nel rosso affogo e affogo. Eppure questo potrebbe essere un sogno o forse, forse… sono solo pazza!

Manuela Capotombolo

Manuela Capotombolo

I personaggi che inventa sono essenziali come le tasche di certi pantaloni. In fin dei conti è solo una mamma che scarabocchia.

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