Il prezzo di un francobollo

Non devo risponderti e non lo farò.

Non avrai mie notizie, non mi vedrai, non saprai dove sono e con chi. I bambini stanno bene, te lo dirà il mio avvocato, ma non avrai più notizie di noi. È quello che meriti. A costo di scappare via, lontano da tutto e da tutti, imparare un’altra lingua e altri usi, a costo di scappare per tutta la vita, tra un treno, un autobus e un passaggio in autostop.

Tu non ci avrai mai.

Rimanere viva: a un certo punto si è trattato solo di questo, di restare in questo mondo camminando sulle mie gambe, intere. Con la mia faccia, intera. E con i bambini: poterli tenere ancora per mano, guardarli crescere, vivere, giocare, senza quell’ombra di paura negli occhi che avevano, ogni volta che tu…

Un cane. Mi hai trattata come un cane da addomesticare, anche a costo di usare  calci e bastoni. Ogni volta che alzavi una mano, anche solo per prendere la bottiglia dell’olio nella credenza, mi ritraevo in un angolo. Proprio come un cane che ne ha prese troppe e sa, d’istinto, cosa vuol dire la mano alzata: prima o poi, si chiuderà a pugno e arriverà. Diritta, veloce, potente, sul muso. Ho sentito troppe volte il naso scricchiolare, le orecchie ronzare, la pelle del viso infiammarsi, ho sentito il lento gonfiarsi delle palpebre che lievitavano come una torta nel forno e diventavano rosse, poi blu… quanti giorni di nebbia o di pioggia passati con gli occhiali da sole ho trascorso, a causa tua.

Tu sei mia, con la faccia stravolta dall’ira e dall’odio. Tu sei mia, me lo gridavi avvicinandoti troppo, il viso arrossato e la vena del collo che diventava ogni momento più grande. Quanto volte mi sono augurata che ti scoppiasse: saremmo stati, staremmo tutti meglio. Tutti quanti, anche tu.

Bambolina, mi chiamavi, e i primi tempi lo trovavo carino, dolce… Bambolina… ma poi ho capito: tu questo vuoi, nient’altro. Un pupazzetto da usare quando e come meglio ti va, una cosetta da nulla, non abbastanza preziosa e fragile per maneggiarla con cura, una cosa che ti appartiene e che, dunque, puoi rompere a tuo piacimento; se mai dovessi distruggerla, non ha grande importanza, nessuno si sognerebbe mai di dirti qualcosa se prendi a martellate la tua vecchia bicicletta, no? È tua, ne fai quel che ti pare. Io, noi, siamo la medesima cosa.

Hai sempre detto di amarmi, e in nome di quella schifezza che tieni nell’animo e insudici, chiamandola amore, ti pensi in diritto di usarmi come il tuo pupazzo, uno di quelli comprati alle bancarelle del mercato, dai cinesi. Una robaccia di poco conto, senza valore, di cui disporre come più ti piace, in tutto e per tutto. Tu vuoi solo questo da me.

Cosa mi ha spinto ad andare?

La domanda è mal posta, non è quello a cui devi pensare, perché io, invece, continuo a domandarmi cosa mi ha fatto restare per tutto questo tempo.

Paura. Mi facevi paura, e me ne fai ancora, adesso che sono lontana da te, che mi nego e non voglio vederti, sentirti, annusare quell’odio camuffato da affetto scadente e sincero, ascoltare il tuo respiro marcio di rabbia che mi sfiora la pelle. Se fossi andata via mi avresti uccisa, ricordi quante volte lo hai detto? E quante volte, dopo, ti sei scusato piangendo, implorandomi di perdonare la rabbia, la paura di perdermi che ti invadeva di buio e non ti faceva più capire cosa fosse giusto o sbagliato…. Tu, la paura nemmeno sai cosa sia. Non sai cosa vuol dire aver paura di rovesciare qualche granello sulla tovaglia nel metterti due cucchiaini e mezzo di zucchero nel caffè, di parlare troppo forte o troppo piano, di un voto mediocre dei bambini a scuola, che può capitare ma non a loro, ai tuoi figli che diventavano miei ogni volta che, secondo te, ti facevano fare brutta figura, ma con quella madre imbecille che si ritrovano come può essere diversamente?

Tu non lo sai, non immagini cosa vuol dire sapere di essere a scadenza, che è solo questione di tempo. Prima o poi mi ammazza, non ne esco viva, non so cosa fare, non so dove andare, non sarò mai al sicuro, prima o poi ammazza me e i bambini, ho paura, qualcuno mi aiuti ma chi? Se lo denuncio mi uccide, denunciare non serve a niente, se scopre che sono andata dai carabinieri prende una spranga e mi spacca la testa, lo dico alla mamma, alle amiche, al capo al lavoro, meglio di no poi si impicciano e lui si arrabbia di nuovo e mi batte come un tappeto, i carabinieri non servono a niente, gli fanno una ramanzina e lui torna a casa più incazzato di prima, quello un giorno o l’altro mi massacra, sarà oggi il mio ultimo giorno? devo trovare una via di uscita deve smettere devo farlo smettere un giorno o l’altro lo ammazzo io prendo il mattarello mentre dorme glielo spacco sul cranio voglio vedere il suo sangue schizzare ma poi se si sveglia mi uccide e i bambini come faccio con i bambini hanno visto hanno sentito loro sanno, sanno tutto e non voglio che sappiano vedano respirino quest’aria schifosa che crescano come il loro papà non voglio non posso prima o poi quello mi ammazza è meglio se sto buona e dico sempre di sì non devo farlo arrabbiare così forse cambia ma tanto non cambia ed è un labirinto non vedo l’uscita mi ha incatenata imprigionata io sono già bell’e che morta!

Tu non hai mai vissuto con una giostra di pensieri che girano in testa e parlano solo di botte, di sangue, di parole cattive, del veleno che ti butta addosso la persona che avrebbe dovuto proteggerti.

PORCA PUTTANA, TU DOVEVI PROTEGGERMI!

E invece sono qui, in un posto che non saprai mai, scappata di casa come una ladra una mattina di marzo con quattro cose in valigia e i bambini per mano mentre eri al lavoro. Niente carte di credito, pochi contanti, un rifugio per donne maltrattate, tante storie come la mia, tante storie finite assai peggio. Sai che ti dico, e te lo dico col cuore?

Invece no, bastardo. Tu non vali nemmeno un insulto, patetico ometto a metà, fatto di rabbia, muscoli e paura di perdere un inesistente, assurdo, miserabile, piccolo, insulso potere tra la camera da letto, la cucina e il tinello.

Non vali nemmeno il prezzo di un francobollo. Non vali una parola, un pensiero.

Ci ho messo tanto a capire, ma alla fine ci sono riuscita: tu, miserabile verme, non vali nulla.

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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