Il regalo riciclato

A Natale ogni essere umano esprime il peggio di se. E non parlo di quella brutale abitudine di fare gli auguri ad amici e parenti che per un anno intero ho finto di non vedere quando li incrociavo per strada. No, io parlo di una cosa davvero squallida che è molto peggio di mangiare per quindici giorni di seguito come se non ci fosse un domani. È una piaga sociale che non ha niente a che vedere con l’ipocrisia che ci spinge a fingere di essere più buoni in quei giorni di festa. È il gesto più disumano che l’homo sapiens abbia mai fatto da quando è sceso dall’albero.  E non c’entra la questione economica, che forse riuscirebbe a conferire dignità a questa infame crudeltà, in questo caso la tirchieria non conta.

Il regalo riciclato è una pugnalata che infliggi contemporaneamente a due persone. L’aggettivo riciclato non ha niente di nobile, anzi, al contrario, è sinonimo di odio, di disprezzo verso il prossimo, tanto più se quel regalo a te non piace e lo ritieni inutile. A dire il vero, il novanta per cento dei regali che riceviamo a Natale fa schifo, non servono a nulla, io, per esempio, ho una collezione di camicie azzurre nell’armadio che manco un capo treno delle Ferrovie dello Stato si sognerebbe di avere. Ci sono uomini che ogni anno ricevono centinaia di paia di calzini e donne che hanno più trousse a casa di tutti i depositi della Victoria’s Secret Italia Spa messi insieme. Ma non è questo il punto. Il vero punto è: se quel maglioncino finto cachemire color cacca di uccello che tua suocera ti ha messo sotto l’albero non ti piace, non hai nessun diritto d’infliggere quell’orrore a un altro essere umano. Buttarlo nel contenitore degli indumenti usati dell’isola ecologica sarebbe un bel gesto: è quello il vero senso della parola “riciclo”.

Per evitare questo scempio, si potrebbe creare l’usanza della letterina a Babbo Natale anche per gli adulti.  Se può sembrare una cosa troppo infantile, creiamo almeno la lista dei regali non graditi, come il meme che sta girando adesso nelle chat di WhatsApp: “No pigiami, no calzettoni, no vestaglia, no mutande, no pantofole, è Natale, mica ci dobbiamo ricoverare”. L’umorismo di quella lista centra in pieno la questione: se devi farmi un regalo tanto per fare, lascia stare. Eviterai a milioni di cravatte blu con i pois bianchi di girare da un albero a un altro.

Il mio amico Raffaele è un riciclatore seriale di regali ed io, che lo conosco da una vita, mi diverto a personalizzare i regali che gli faccio per cercare di complicargli la vita. Ho iniziato la mia lotta personale al regalo riciclato scrivendo dediche sui libri imbarazzanti che gli regalavo.  Quando scoprii che Raffaele tagliava la prima pagina del libro con una lametta, l’anno successivo, gli marchiai tutte le pagine con la scritta “ARafConAff” seguito dalla sigla delle mie iniziali.  Raffaele portò il libro in tipografia e gli fece tagliare tutto il bordo bianco delle pagine. La cosa più allucinante fu che, quando piazzò quel libro a un nostro amico comune, trovò subito la giustificazione per quel titolo brutalmente troncato “100 modi per far- la zuppa di fagiol-”.

«È un’edizione introvabile» disse senza alcun ritegno, «l’ho avuta grazie a un amico che lavora per questa casa editrice. All’interno però, le ricette sono tutte perfettamente leggibili».

L’abilità imprenditoriale di Raffaele mi costrinse a virare su altri oggetti inutili che rovinano le nostre amate festività natalizie. Provai con l’anonima camicia azzurra, spendevo un supplemento per fargli cucire le iniziali sulla pancia ma lui puntualmente pagava una sarta per farle scucire.

Per qualche anno, ho pure provato a regalargli alimenti con scadenza breve. Gli compravo quelle confezioni giganti di salmone affumicato e le tenevo due anni in frigo, poi, quando la scadenza era ormai prossima, glieli facevo trovare sotto l’albero. Credevo di avercela fatta, di aver vinto la mia personale guerra contro i regali riciclati, quando un giorno lo vidi che spiava una signora nel reparto ittico del Carrefour. Lui non mi vide ed io mi nascosi per capire bene le sue intenzioni. La signora sembrava interessata alla stessa confezione di salmone affumicato che io avevo regalato a Raffaele. Lo sentii elencare la bontà di quel prodotto come uno chef davanti al suo cavallo di battaglia e, per un attimo, assaporai il gusto della mia vittoria.  Raffaele seguì quella donna fino alla cassa e poi fino al parcheggio. Attraverso le vetrate dell’ipermercato, vidi quel mostro compiere il suo disegno criminale: con una scusa banale, si fece consegnare lo scontrino, salutò la signora con un ghigno malvagio, andò a prendere il salmone che io gli avevo regalato dalla sua auto e ritornò al box di accoglienza con la faccia di un agnellino davanti al branco di lupi.  Rimasi impietrito davanti alla scena della signorina che si scusò con lui per l’inconveniente e che, dopo avergli sostituito il prodotto, gli consegnò un buono sconto di trenta euro sul prossimo acquisto.

Avevo perso, con Raffaele non c’era nulla da fare. Fu così che decisi almeno di limitare i danni e organizzai una sorta di resistenza alla tirannia del regalo riciclato. Da quel giorno, regalo sempre a Raffaele il libro che piace a Marco, un cd di musica jazz che vorrebbe comprare Rosa, la crema da notte tanto cara a Caterina e così via. Almeno, in questo caso, nel giro di due o tre anni, il regalo riciclato potrebbe finire nelle mani giuste.

Oggi, come tutti i Venerdì prima di Natale, verranno tutti a casa mia per scambiarci i regali. Raffaele è stato il primo ad arrivare con il suo sacco di juta pieno di regali riciclati. Come il solito è calmo e rilassato perché, come ogni anno, non ha vissuto lo stress di andare in giro per negozi a cercare un regalo originale e poco costoso.  Marco e Caterina arrivano insieme con una bottiglia di vino rosso che io apro subito, per reprimere la voglia di spaccarla in testa a Raffaele. Riccardo bussa alla mia porta proprio mentre ho finito di versare il vino a tutti. Gli apro e gli cedo il mio bicchiere per il primo brindisi della serata.

«Non aspettiamo Rosa?» chiede Riccardo quando alzo in alto il mio calice.

«Sarà ancora in giro a compare gli ultimi regali» risponde Raffaele che ha sempre la battuta pronta.

«Agli acquisti dell’ultimo minuto» dico alzando il mio bicchiere e brindo con i miei amici. Mi avvicino a loro uno per volta, li guardo negli occhi e, prima di far urtare i calici, sussurro: «tanti acquisti anche a te».

Raffaele non sembra gradire il mio sarcasmo e rompe quel rituale.  «Tu credi che la gente compri ancora nei negozi? Non lo sai che ormai si fanno acquisti solo su internet?»

«Tu quindi compri i tuoi regali di Natale su Amazon?» chiede Caterina con la giusta malizia.

«No, io preferisco i piccoli negozi, le botteghe, gli artigiani. Sono un tipo all’antica» risponde lui con la sua solita irritante boria.

«E sentiamo. Quali sono questi negozi che prediligi?» lo incalza Marco ed io mi attacco alla bottiglia di vino per calmarmi.

«Quelli ecologici, plastic free, il commercio equo e solidale».

«Quelli che vendono materiale riciclato» urlo sbavando di rabbia.

Marco, per ridere, quasi si strozza con il vino.  La sua risata contagia anche me e Caterina. Riccardo corre in cucina perché il vino gli sta uscendo anche dal naso. Ridiamo talmente forte che non sentiamo il suono del campanello. Raffaele, l’unico rimasto serio, va ad aprire la  porta a Rosa.

«Vedo che vi siete portati avanti con il lavoro. Il vino sta già facendo effetto» dice Rosa notando che la bottiglia tra le mie mani è vuota.

Prendo un’altra bottiglia di vino da sotto l’albero di Natale e, dopo averla aperta con il mio cavatappi elettrico, uno dei pochi regali riciclati di Raffaele che apprezzo veramente, riempio un bicchiere pulito che c’è sul tavolo.

«Questo dove l’hai trovato?» chiede Riccardo indicando il cavatappi elettrico e tutti ricominciano a ridere. Anche Rosa ride di gusto, anche se non ha capito bene di cosa parliamo.

«Ridono di me» dice Raffaele porgendo il bicchiere che avevo riempito a Rosa. «I panettoni, lo spumante, le bottiglie di vino?» aggiunge terribilmente serio. «Caterina, tu hai sempre l’auto piena di queste cose. Le trasporti da un parente all’altro. A tua suocera porti il vino di tuo zio di Torre del Greco, a tua cugina il panettone con i canditi che tua cognata continua imperterrita a regalarti. Lo sanno tutti che i canditi non ti piacciono, ma lei te lo regala apposta. Rosa, lo spumante e il panettone che ti danno in ufficio? Non l’hai sempre regalati al portiere del tuo palazzo? E Riccardo? Il nostro informatore scientifico che ogni anno ci appioppa gli omaggi delle case farmaceutiche? E le penne? Marco, vogliamo parlare delle tue penne? Lui regala penne perché è uno scrittore».

«Non fare il bastardo» gli dice Marco diventato improvvisamente serio.

Raffaele prende il cappotto dall’attaccapanni, lo indossa con calma, poi prende il sacco con i regali che aveva messo sotto il mio albero di Natale e, prima di uscire, si gira verso di noi con un gesto teatrale degno dei grandi attori. «La penna stilografica Montblanc che ogni anno rifila a uno di noi è il regalo di Natale della sua casa editrice».

Nella mia casa scende il silenzio. Caterina raccoglie frettolosamente le sue cose, indossa il cappotto e si ferma vicino alla mia porta. È un chiaro segnale per Marco che s’infila il giubbotto e la segue come un cagnolino.

Mi piazzo davanti alla porta per non farli uscire. «Pezzo di merda, mi hai pure detto che potevo andare al negozio Montblanc a cambiarla» dico a Marco che cerca di farmi spostare per liberare l’uscita. «Che figura di merda facevo?» gli urlo in faccia piantando bene i piedi a terra.

«Facci uscire o mi metto a urlare» s’intromette Caterina e mi pianta le sue unghie nella mano destra con la quale stringo la maniglia della porta. Sento le gocce di sangue bagnarmi il polso della camicia ma non mollo la presa. Marco ha preso il cavatappi elettrico dal tavolo e lo avvicina paurosamente alla mia mano.

«Ragazzi mi sembra che la situazione stia degenerando» dice Rosa con un velo di terrore nella voce. «Lasciali uscire» mi supplica con le lacrime agli occhi.

L’immagine del trucco di Rosa che  si scioglie mi fa perdere un attimo la concentrazione, Marco ne approfitta e con uno spintone mi scaraventa sull’albero di Natale che è posizionato alla destra della porta. Mi aggrappo all’albero ma non riesco a evitare la caduta. Cado rovinosamente sul pavimento trascinandomi dietro pure l’albero e tutto ciò che c’è sopra. Sento i frammenti delle mie palline di vetro bucarmi ogni parte del corpo. Marco, dopo un attimo di esitazione, apre la porta e fugge via  insieme a Caterina.  Riccardo mi soccorre cercando di capire se sono ancora vivo.  Lo spingo via e mi alzo con gli occhi iniettati di sangue. Esco sul mio pianerottolo con le luci dell’albero attorcigliate intorno al collo che mi impediscono di raggiungere l’ascensore. Per poco non mi strozzo ma non riesco a liberarmi di quel cappio lampeggiante.

«Andate pure, così avrete più tempo per scopare.  Lo sanno tutti che avete una relazione da più di vent’anni. Anche i vostri coniugi cornuti!» urlo nella tromba delle scale.  Riccardo mi trascina nel mio appartamento e, dopo aver chiuso la porta, mi aiuta a liberarmi delle luci che continuano imperterrite a lampeggiare. Il mio albero di Natale è distrutto e il vetro delle palline è sparso su tutto il pavimento.  Maledico la mia mania di comprare solo palline di vetro. Rosa arriva con la cassetta del pronto soccorso che ha preso dal mio bagno e inizia a disinfettarmi le ferite. Oltre ai graffi di Caterina sulla mano destra, ho un taglio all’orecchio sinistro, e chissà quante schegge di vetro nella schiena.

«Sono sempre a dieta, le cose dolci non posso mangiarle» si difende Rosa continuando a tamponare le mie ferite con un batuffolo d’ovatta sul quale ha spruzzato il disinfettante.

«Ma smettila. Ti sfondi come un scrofa e vorresti farci credere che adesso è il panettone il vero problema?» le dico cattivo, per ferirla.  Lei prende il flacone del disinfettante che ha in mano e me lo spruzza negli occhi.

Una pioggia di  fuoco si abbatte sulle mie pupille. Urlo accecato dal dolore e  mi dibatto urtando i mobili del mio salotto.  Sono terrorizzato dall’idea di perdere la vista e sputo le peggiori parolacce all’indirizzo di Rosa che come se nulla fosse accaduto, ripone tutte le cose nella cassetta del pronto soccorso con una calma serafica.

«L’hai accecato» dice Riccardo, incredulo, ma Rosa non lo ascolta, prende la sua roba e esce per sempre dal mio appartamento. «Vieni, mettiamoci un po’ di acqua» mi dice Riccardo accompagnandomi nel bagno. Mi sciacquo gli occhi con acqua abbondante ma il bruciore non passa.

«Quei bastardi mi danno i premi a fine anno, che devo fare?» urla Riccardo dal salotto. Sento che sta armeggiando vicino a quello che resta del mio albero.  «Credimi, preferirei che mi dessero i soldi ma devo accontentarmi» continua lui mentre continuo a sciacquare  gli occhi con acqua abbondante.

«La situazione è grave: anche il settore farmaceutico è in crisi» sta dicendo Riccardo quando ritorno in salotto. Sono completamente cieco e gli occhi mi lacrimano copiosamente.

Sento che Riccardo si sta versando un altro bicchiere di vino, il bastardo ha pure il coraggio di bere. Dopo aver finito il bicchiere in un sorso solo, continua a rovistare tra le macerie del mio albero. Penso che stia cercando di mettere le cose in ordine e sono sul punto di dirgli di smettere quando all’improvviso si ferma. «Quest’anno è un portafogli, a mio suocero non posso darlo, sarebbe la terza volta. Il tuo regalo, come sempre, gli piacerà» mi dice beffardo. Ecco cosa stava facendo, stava cercando il suo regalo.

«Lascia quel regalo immediatamente» urlo mentre cerco di dargli un pugno che si perde nell’aria. Mi muovo verso di lui ma inciampo sul vaso porta ombrelli che c’è vicino alla porta. Il vaso si frantuma in mille pezzi ma io riesco lo stesso a trovare un ombrello tra i cocci. Lo fendo nell’aria come un samurai con la sua spada ma Riccardo resta fermo e in silenzio e io non so minimamente dove possa essere.

«Riccardo» dico con un tono gentile sperando che lui parlando riveli la sua posizione ma il bastardo non cade nel mio tranello. Brancolo nel buio e comincio a  far roteare l’ombrello nella speranza di colpirlo ma ogni colpo si perdere nel vuoto. Colpisco alla cieca in tutte le direzioni  e quando  lancio un fendente alle mie spalle centro finalmente qualcosa. Spero di averlo colpito e mi accanisco in quella direzione. Il rumore di terracotta che si frantuma ai miei piedi, però, mi fa capire che ho solamente distrutto il mio presepe di pastori antichi che mi è costato una fortuna. Crollo sulle ginocchia e sento i pezzi di terracotta entrarmi nella carne.

«Buon Natale, Ciccio» è la frase sadica che sento prima del rumore della porta di casa che Riccardo si richiude alle spalle. Dal pianerottolo mi arriva il suono del suo fischiettare: Jingle bells, jingle bells, jingle all the way.

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Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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