Il sogno di Giustino

Un grande palco era stato allestito nella piazza del mercato, le giovani ballerine, a piedi nudi, ripetevano le coreografie accompagnate dal suono basso dei tamburelli mentre i tecnici ottimizzavano l’audio e i musicisti provavano i loro strumenti.

Molti curiosi si fermavano a guardare, mentre i raggi obliqui del sole segnavano il declino di una afosa giornata di agosto. Un vecchietto, seduto su di una panchina, era intento a seguire il via vai e l’affannarsi dello staff.

Al calar della notte, le luci gialle e azzurrine dei riflettori presero ad attraversare il palco fendendo una leggera nebbiolina artificiale. Giustino non si era spostato di un millimetro dalla sua panchina e, anche se le vecchie ossa erano quasi anchilosate per quel lungo star fermo, non demordeva: aspettava.

Finalmente il concerto ebbe inizio e le note risuonarono vigorose nell’aria diffondendo la musica forte e cadenzata della pizzica. Per Giustino, quella musica era il più bello dei richiami e, saltellando, si mischiò alla folla esultante. Quel suo corpo, apparentemente senza vigore, si muoveva con un’agilità che nessuno avrebbe mai potuto attribuirgli, sembrava ringiovanito.

Poco distante una ragazza bruna, vistosamente tatuata e con una serie di piercing sul sopracciglio destro e sparpagliati un po’ ovunque, ballava solitaria facendo volteggiare un foulard rosso. Rimarcando il ritmo della pizzica con un forte battere di piedi, il vecchietto iniziò ad avanzare verso di lei a mani alte e, quando le fu vicino, simulò un repentino allontanamento a cui seguì un rapidissimo ritorno sui suoi passi. La giovane donna alzò gli occhi, intercettò il suo sguardo e gli sorrise. Giustino continuò a ballare tenendo gli occhi chiari fissi nelle scure pupille della giovane donna e, in quelle pupille, si perse.

In un attimo spazio e tempo smisero di esistere, era in un’aia illuminata dalla luce della focara. Il falò di gennaio riscaldava l’aria e, mentre una piccola e improvvisata orchestrina suonava, Giustino ballava, ballava con gli occhi fissi nello sguardo di Mariuccia.

La prima volta l’aveva vista al mare, stava sempre in acqua nonostante i richiami e i frequenti rimproveri materni. A volte, con un coraggio quasi maschile, si avventurava verso il largo, specie se c’era bonaccia. Poteva capire l’amore di Mariuccia per per quella liquida distesa azzurrina che rifletteva i verdi fondali e racchiudeva in sé i riflessi del sole, perché il mare lo amava anche lui.

Per vederla, aveva preso l’abitudine di recarsi tutti i giorni in quel piccolo tratto di costa, dove lei arrivava al mattino con la madre e i fratelli più piccoli. Tutti i suoi amici lo prendevano in giro, era proprio cotto.

E che ne poteva sapere Giustino che, quando, lui e i suoi compagni, si lanciavano per sfida dall’alta rupe e gareggiavano tuffandosi nell’acqua profonda, gli occhi di Mariuccia erano solo per lui?

Si arrampicavano sullo spuntone di roccia, quasi come scalatori, attaccandosi con mani e piedi agli anfratti e alle sporgenze. Arrivati in cima lo spettacolo era superbo, sotto di loro si apriva uno stretto e profondo canale d’acqua verde smeraldo. Ma ci voleva coraggio. I più si tuffavano di piedi, perché quei quasi cinque metri di vuoto facevano veramente paura. Giustino no, lui si lanciava di testa con eleganza e sicurezza.

Era gente di terra, ma anche gente di mare. Tutto l’anno si stava in campagna, si curava l’olivo per raccoglierne il biondo suo frutto, e nelle giornate torride d’agosto, quando la campagna era assetata e arida, si correva al mare. Specie i giovani cercavano refrigerio nelle acque dell’Adriatico, quell’Adriatico che tra ulivi e palme di fichi d’india lambisce le coste di Santa Maria di Leuca per cambiar nome e diventare Ionio.

Mariuccia trepidava quando vedeva la sagoma di Giustino stagliarsi contro il cielo azzurro, la sua temerarietà le faceva paura e, facendo attenzione che la mamma non la vedesse, si segnava in silenzio.

L’estate finì e in un lampo arrivò Natale e dopo il Natale si attese il falò di Sant’Antonio. Tutto il paese contribuiva all’allestimento della focara grande, qualcuno portava legna grossa, altri arrivavano con fascine di sarmenti, quei tralci ricavati dalla potatura della vite che, in estate, avevano generato le dolci uve usate per produrre il vino primitivo. I grandi insegnavano ai più giovani come disporre la legna e se non erano svelti, di tanto in tanto, volava anche qualche scappellotto. Frasche e legname andavano affastellati con giudizio perché il grande fuoco potesse bruciare bene ed illuminasse i sogni di ognuno. Anche Giustino aveva un sogno, desiderava incontrare Mariuccia.

E venne la sera e si diede fuoco alla pira e, mentre nelle caldaie bollivano i legumi, le note della fisarmonica e il suono dei tamburelli ricordavano a tutti che era giornata di festa.

Giustino si guardava attorno, la cercava e, finalmente, la vide: ballava roteando il suo fazzoletto rosso, a piedi scalzi; saltellando girava su sé stessa, passando con fluidità da una figura all’altra. Il giovane uomo capì che doveva cogliere al volo l’occasione ed iniziò ad andarle incontro. Si muoveva seguendo la musica e riproducendo alla perfezione il tipico andamento dei passi della pizzica. Lei, come attirata da una calamita, avanzava verso di lui, per tornare, poco dopo, sui suoi passi, in un gioco ambiguo e seducente. Era rapida e leggera, una farfalla dalle rosse ali, felice, più che mai, di averlo ritrovato. Le lunghe fiamme del falò guizzavano, faceva caldo, forse era il calore del fuoco a scaldarli o forse era il loro cuore che ardeva? La mamma di Mariuccia, però, non era contenta, ma per quella sera lasciò fare.

Il giorno dopo la portò dalla sarta per farle cucire un vestito nuovo. La ragazza non capiva. A che serviva un abito nuovo dopo la festa di Sant’Antonio Abate?

Dopo aver preso le misure, la mamma le disse che aspettavano la visita di compare Vitino e che il compare portava con sé suo figlio Peppino. Un brutto sospetto si fece strada nella testa di Mariuccia. Era ricco compare Vitino, e che veniva a fare a casa sua con quello stupido del figlio?

Quando le portarono l’abito nuovo, fu il padre a dirle che poco prima del vespro sarebbe arrivato il compare con il figlio. Il sospetto si era fatto realtà. Allora si chiuse in camera con la scusa che voleva provare il vestito e, non sapendo che altro fare, pianse. Il vento di maestrale soffiava forte forte e scuoteva i rami del fico che battevano contro i vetri. Mariuccia d’impulso prese lo scialle pesante e aprì la finestra, si inerpicò tra i rami dell’albero e scivolò in strada.

Che confusione quando forzarono la porta della stanza di Mariuccia e videro che era scappata. Che guaio, con il futuro marito che stava arrivando per chiederle la mano. Chi cercava di qua, chi cercava di là. Tutti in silenzio senza dire nulla a nessuno, perché parlare era vergogna.

Compare Vitino venne, gli offrirono un bicchiere di vino e gli dissero che Mariuccia si era ammalata. Doveva avere pazienza, ma il matrimonio si sarebbe fatto.

Passò un giorno intero e di Mariuccia nessuna notizia. Compare Vitino mandò a chiedere se la ragazza si fosse ristabilita, ma la risposta non arrivò prontamente e il compare cominciò a sentire puzza di bruciato.

Intanto Giustino stava all’erta. In paese si diceva che Mariuccia stava male e che il compare voleva ritirare la promessa di matrimonio. E più le voci circolavano e più il cuore di Giustino faceva tum tum tum. Finché qualcuno gli disse che Mariuccia non si trovava più, che era scappata e che compare Vitino aveva ritirato la promessa. Mamma mia, che disonore!

E Giustino non la poteva permettere una cosa così, e iniziò a cercare, cercò in tutti i vicoli, e non la trovò e corse al mare e, andando di scoglio in scoglio, chiamava Mariuccia. Temeva che un’onda troppo grossa se la fosse presa.  Ad un tratto una pioggia furiosa prese a scrosciare e Giustino cercò riparo nella piccola chiesetta rupestre che affiancava la strada carrabile.

Senza fatica la porta cedette alla pressione della sua mano e Giustino entrò. Lo colpì l’odore di cera e di stantio e, alla fioca luce di due candele accese, vide Mariuccia in ginocchio sotto il busto di Sant’Agata. La chiamò piano per non spaventarla. Lei sussultò, lo vide, si sentì perduta. Stava stretta stretta nel suo scialle nero, era pallida e con la veste tutta impolverata.

Il giovane le si avvicinò, aveva tante domande da farle, ma lei non gliene diede il tempo e dopo il primo smarrimento si sciolse in un mare di parole. Gli raccontò che era scappata, che l’aveva aiutata Rosina, la figlia del campanaro. L’amica sua aveva rubato al padre le chiavi della chiesa, le aveva portato dei tozzi di pane e un paio di manciate di olive. Ma ora aveva freddo, aveva fame e non sapeva più che fare.

Giustino aveva il cuore grosso e riuscì soltanto a chiederle:

  • Ti fidi di me?
  • Sì – fu la risposta secca di Mariuccia
  • E mi vuoi per marito?

Lei lo guardò negli occhi, poi abbassando la testa mormorò:

–      Sì.

Giustino, allora, le prese una mano e, tenendola stretta tra le sue, le sussurrò:

  • Stai tranquilla, ci penso io.

Attesero il mattino e, quando smise di piovere, si avviarono verso il paese. Mano nella mano si presentarono ai genitori di Mariuccia e Giustino raccontò che la ragazza era scappata con lui e che lui la sposava. Aveva salute e forza per mandare avanti una famiglia, non chiedeva dote, voleva solo la loro benedizione.

E fu così che poco tempo dopo, nella piazza del mercato, Giustino festeggiò le sue nozze con Mariuccia ballando la pizzica finché ebbero fiato.

E fu proprio il fiato, che non aveva più, che riportò Giustino alla realtà, fece un inchino alla sua compagna di ballo e recuperò il suo posto sulla panchina. La ragazza lo seguì e si sedette accanto a lui, sul bordo fino della panchina, con il suo cane accucciato ai piedi, persa, anche lei, nei suoi pensieri.

 

Caterina Levato

Caterina Levato

Emotivamente razionale, curiosa per principio, sognatrice per scelta. Ama vagabondare tra le parole raccogliendo gocce di poesia.

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