Il volto dell’ira

Il racconto quarto classificato di Ricettacolo – L’Ira
di Carlotta Moscardi

C’era una volta, in un luogo dove tutto può accadere, una bambina di nome Evangeline. Era una bimba intelligente e molto bella, ma portava su di sé una maledizione che certi giorni rendeva la sua vita davvero difficile. Ogni volta che si arrabbiava, infatti, il suo aspetto mutava, assumendo le sembianze dell’ira che viveva nel suo cuore. Uno spettacolo ben strano da immaginare se non si è visto. Quando aveva un anno, per esempio, e tentava di camminare nel modo goffo e pericolante dei bambini, il cane dei vicini l’aveva urtata svariate volte facendola cadere, per ragioni che solo la bestia poteva sapere. Aveva finito per far arrabbiare la piccola, che per reazione aveva aperto la bocca e lanciato un breve getto di fuoco, che aveva portato l’animale a non avvicinarsi mai più a lei.

A cinque anni invece la nonna aveva dato l’ultimo pezzo di torta alla cugina, invece di dividerlo fra entrambe, e la stizza di Evangeline era cresciuta a tal punto, da farle uscire dalla bocca un grido agghiacciante e farle esplodere decine di fuochi d’artificio dalle codine che aveva in testa.

Ne aveva dieci invece, quando aveva scoperto che il suo fratellino aveva giocato con le sue cose e ne aveva danneggiate molte di esse, senza che nessuno avesse detto niente. La reazione era stata sconvolgente. Le erano cresciute altre tre braccia per ogni lato del corpo, e aveva iniziato a lanciare ogni giocattolo del fratello, somigliando a un micidiale spara palline.

Un altro evento sorprendente si era verificato quando aveva ormai quindici anni e la sua professoressa continuava a sgridarla per cose che non aveva fatto, come parlare con la compagna, lanciare una pallina di carta o distrarsi guardando fuori dalla finestra. La rabbia di Evangeline era cresciuta lenta e silenziosa, ma inesorabile, manifestandosi con api che le uscivano dai capelli e dai vestiti e le sciamavano intorno in un ronzante e pericoloso mulinello.

Era stata sua madre a placarla ogni volta che non ci era riuscita da sola. Lei che conosceva bene il cuore della figlia, quando i fuochi d’artificio avevano invaso la cucina della nonna, aveva preso per mano le bimbe e le aveva fatte sdraiare a terra per guardare lo spettacolo pirotecnico. Presa dalla meraviglia dei colori, la rabbia della bambina era passata in fretta, così come i fuochi artificiali.

Quando aveva iniziato a lanciare oggetti per casa con le sue otto braccia, la madre le aveva gridato «Canestro! Canestro!», con un tale entusiasmo da farla ridere a crepapelle e far svanire nel nulla quegli arti in sovrappiù. Anche quel giorno a scuola, sua madre era comparsa e aveva risolto la situazione.

Le aveva gridato terrorizzata di stare attenta, che le api l’avrebbero punta, e contagiata dal genitore, Evangeline aveva ceduto il posto dell’ira, alla paura, e ogni ape era caduta in terra e si era trasformata in uno sbuffo di fumo.

Solo sua madre capiva quegli scoppi d’ira. Le altre persone, come il padre, i parenti o gli insegnanti, le avevano sempre ripetuto di stare calma, di fare la brava e di non essere cattiva, ma non avevano mai capito nulla. La rabbia di Evangeline nasceva dalla sua sconfinata bontà. Era la sua reazione di fronte alle vere cattiverie, alle ingiustizie, ai prepotenti e ai maleducati. Era sempre stata la rabbia di un cuore puro.

Col tempo, le reazioni della ragazza erano state sempre piuttosto contenute, o quantomeno Evangeline aveva sempre saputo placarsi da sola.

Era stato così almeno, fino ad un giorno in cui sua madre sentì un terribile trambusto nel cortile condominiale. Si affacciò fuori e vide la figlia, ormai grande, litigare con una delle sue più care amiche. Visto il modo in cui gridavano, il motivo della lite divenne chiaro in fretta. L’amica aveva tradito la fiducia di Evangeline nel peggiore dei modi possibili, e nonostante fosse stata totalmente scoperta, continuava a mentire alla ragazza dando la colpa ad altri, per evitare di assumersene la colpa. In breve, la rabbia che Evangeline tratteneva, esplose. I suoi occhi diventarono completamente neri, i suoi denti si affilarono come zanne, le sue mani si irrigidirono e le sue unghie divennero artigli letali, poi i suoi capelli iniziarono a fluttuare, mossi da un vento invisibile, fin quando anche i suoi piedi si staccarono da terra.

In quel preciso istante, sua madre seppe che non sarebbe bastato farla ridere o spaventarla, perché quell’ira così profonda abbandonasse il suo cuore, così si precipitò in cucina, e mise in piedi un piano alternativo.

Prese tre uova, divise albumi e tuorli e montò questi ultimi con duecento grammi di zucchero. Quando il composto fu ben amalgamato, aggiunse cento grammi di burro e cento grammi di cioccolato fondente, che aveva precedentemente fatto fondere separatamente. Mescolò con amore tutto l’impasto con le fruste elettriche, assicurandosi che fosse omogeneo, e lentamente aggiunse trenta grammi di cacao amaro e trenta grammi di fecola di patate, assicurandosi che non vi fosse nemmeno un grumo. Montò poi gli albumi a neve, con un pizzico di sale, fino ad ottenere una meravigliosa e solida spuma bianca, che incorporò con delicatezza al resto del composto. Infine, lo versò in una teglia e la mise in forno, a centosettanta gradi. Attese per circa venti, forse venticinque minuti, coprendo ad un certo punto la torta con della carta di alluminio, così da permetterle di cuocere senza che il sopra si bruciasse. Alla fine la sfornò e la tolse dalla teglia.

In quel preciso istante, quella torta era come Evangeline, nera ed incandescente, ma morbida e dolce al suo interno. Attese che si freddasse e poi la coprì di candido zucchero a velo. Nel frattempo nel cortile, Evangeline aveva continuato a litigare con l’amica, fluttuando, gridando, rompendo oggetti e lanciando insulti, fino a quando l’aveva cacciata in malo modo dalla sua casa e dalla sua vita.

Fu a quel punto che la madre la chiamò nella propria cucina. Senza che la sua rabbia calasse di una tacca, Evangeline la raggiunse, si sedette, e si lasciò offrire un pezzo di torta. Un boccone dopo l’altro, i capelli smisero di fluttuare, i piedi toccarono di nuovo terra, i denti tornarono normali, così come le mani, e i suoi occhi tornarono del loro consueto colore. E poi esplose il dolore, in terribili ma normalissimi singhiozzi, la ragazza accusò quel terribile tradimento, e pianse ogni lacrime fra le braccia di sua madre. Molte lacrime e qualche pezzo di torta dopo, Evangeline si era calmata.

«Mi dispiace per tutto questo trambusto. Dovrei cercare di non arrabbiarmi più, così da non combinare tutti questi disastri», disse infine la ragazza asciugandosi gli occhi.

«Non essere sciocca, Evangeline. Non è necessario smettere di arrabbiarsi e non è giusto. La rabbia è degli uomini, fa parte della loro natura. È una forza gigantesca che cresce nei loro cuori e li spinge in una direzione. Sta a loro scegliere poi cosa farne, se usarla per distruggere, o per costruire».

La ragazza tirò in su col naso, e chiese un po’ dubbiosa.

«Evidentemente so come distruggere con la rabbia, ma come faccio a costruire?».

«Usala per raddrizzare i torti, usala contro le ingiustizie, usala come un megafono quando ti sembra che la tua voce si perda fra quelle di chi è più potente e in alto di te. Usala per allontanare chi cerca di farti del male o chi non è ciò che sembra, usala per difendere gli altri e te stessa. Questo mondo è strano e complicato, Evangeline, non molto semplice, ma di certo spettacolare. Lascia che certi giorni la rabbia spinga i tuoi passi all’interno di esso, ma usa sempre il cervello per darti la direzione, perché una rabbia senza mente, è solo un uragano in libertà, ma una rabbia guidata dal cervello, può essere come una scarica elettrica attraverso i fili, che illumina un intero mondo».


Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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