Forrester e Amrita: dimenticati dall’Imitatore

Presentare come tutto abbia inizio non sarebbe efficace senza usare le parole di Hari Kunzru.

Un pomeriggio, tre anni dopo il principio del secolo nuovo, polvere rossa che un tempo era ricca terra di montagna offusca in un tremito l’aria. Si posa su un uomo a cavallo, in lenta avanzata in mezzo ai calanchi che incidono la piana meridionale ai piedi dei monti, e gli asciuga la gola, ricopre di un velo i suoi abiti, occlude i pori del suo roseo viso da inglese, imperlato di sudore. L’uomo si chiama Ronald Forrester, e la polvere è il suo mestiere.

Così inizia L’imitatore, un romanzo che va ben oltre quell’inizio. E anzi, non ci tornerà mai più se non in vaghi ricordi, in quelle esili immagini di pelle chiara e viso inglese. Ma c’è un altro pezzo di quell’inizio, che compone la metà della caratterizzazione dell’immagine.

Nel palanchino fa caldo, l’aria ristagna; gli effluvi di cibo e sudore stantio e acqua di rose si mescolano a un altro odore acre e pungente. Ancora una volta le dita di Amrita afferrano il portapasticche in legno di sandalo. Si osserva la mano come se fosse un serpente strisciante, con distacco e una punta di repulsione. Certo, la mano è sua, ma solo per il momento, provvisoriamente. Amrita sa di non essere il proprio corpo.

È così, questi due personaggi danno inizio a tutto. Un inglese in India e una diciannovenne indiana annoiata. L’attimo in cui si incontrano è segnato da un «sole che sta per sprofondare all’orizzonte. Strisce di un rosso furioso si stagliano contro il muro grigio di nuvole fitte». Lui sa che sta per piovere, e ne è sollevato. Lei non ci pensa nemmeno, troppo intenta a fantasticare, rapita dall’oppio che ha appena ingoiato, per non riflettere su quanto è scocciata, o meglio, «irritabile». Quando inizia a piovere li divide solo il palanchino. Lei non vi guarda nemmeno fuori, così lui si chiede se «sia malata o vecchissima». Ma Amrita è giovane e Forrester se ne accorge presto.

Questa storia dovrebbe finire qui. Ma il tessuto di ogni grande evento è disseminato di piccoli miracoli. Forrester si ritrova impigliato in qualcosa. L’acqua bianca mugghia intorno al suo petto, ma la testa rimane fuori, naso e bocca liberi di respirare. Quando due piccole mani lo afferrano per i polsi e lo aiutano a sollevarsi dall’acqua, Forrester smette di capire cosa gli stia succedendo.

Fai attenzione, lettore, perché questa non è lussuria. Non solo. O non così poco. «Il mondo non esiste più», e da qui, da questa affermazione imperativa, non capirai più le dinamiche di questa forza centrifuga. Avrai davanti l’immagine confusa di una ragazzina sola, il cui padre è appena stato assassinato, una ricca ribelle che ha perso tutto tranne l’arroganza. Che sta per essere consegnata a uno zio, che sta per sposarsi con un marito sconosciuto. Che vuole morire senza capire, che sa di sopravvivere perché ne ha sentore. E vedrai la fatica di Forrester che tenta di salvarsi da un diluvio improvviso, a maledire quel posto in cui era andato per trovare una ragione di vita, un riempitivo per un’assenza che non conosce fino in fondo. Il cui nome forse non è altro che solitudine. L’ha trovato, il motivo, eccome. Ma non durerà. Per lui. Per te, lettore, invece, come ho già detto, sarà solo l’inizio.

La dea madre indigena gli sta dinanzi nella luce del fuoco, in tutta la sua primordiale ferocia. Ha il corpo lordo di fango. Una ciocca ribelle le penzola sulla faccia. È completamente nuda. In ginocchio, Forrester arrosisce e distoglie lo sguardo, intimidito dai capezzoli neri, dalla linea del ventre, dal fitto ciuffo di peli pubici. […] Poi lei si avvicina e comincia a sbottonargli la camicia e lui sente il tocco delle sue dita su ogni bottone, e dei capelli bagnati sul viso, e l’odore intenso e buono di donna e di fango e di olio balsamico. […] Fuori, l’uragano infuria, e dentro la grotta le piccole mani di lei si avvolgono intorno al suo pene e lui è sospinto a terra in un groviglio di corpi.

Non ti racconterò cosa succede dopo, quale essere umano nascerà e quanti in lui si creeranno come un imitatore in cerca di identità. Perché questo sarà nella vita, lui, un’abile metamorfosi di se stesso, figlio di Forrester e Amrita. Hari Kunzru li usa e li getta via magistralmente. Non è diplomatico: se non servono più, farli sopravvivere non avrebbe senso. E se il pragmatismo dello scrittore mi ha affascinata ad ogni pagina, mi ha anche, allo stesso tempo, provocato la colpa per averli abbandonati come lettrice. Ho solo voluto dar loro l’attimo di gloria che non hanno mai potuto avere, nemmeno come personaggi di carta. Ho solo raccolto l’invito del loro ideatore.

Fuoco e acqua. Terra e aria. Meditate su questi opposti e riconciliateli. Lasciateli sprofondare su loro stessi, fateli turbinare in un tunnel di tenebre, da cui riemergano uniti, amalgamati nel tutto, meri aspetti di quella grande unità delle cose che si chiama Dio.


Qualche curiosità sul libro?

 

 
  • L’imitatore  è un romanzo del 2002 di Hari Kunzru
  • Il titolo originale è The Impressionist, con cui ha vinto il Somerset Maugham Award
  • Per l’Italia, edizione con traduzione di Susanna Basso, collana Supercoralli, Einaudi, 2003

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

1 commento

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    DeniseBig
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