Buon giorno, il 7 luglio. Pur ancora a letto, i miei pensieri volano a te, mia Immortale Amata, ora lieti, ora tristi, aspettando di sapere se il destino esaudirà i nostri voti - posso vivere soltanto e unicamente con te, oppure non vivere più - Sì, sono deciso ad andare errando lontano da te finché non potrò far volare la mia anima avvinta alla tua nel regno dello spirito - Sì, purtroppo dev’essere così - Sarai più tranquilla, poiché sai bene quanto ti sia fedele. Nessun’altra potrà mai possedere il mio cuore - mai - mai - oh Dio, perché si dev’essere lontani da chi si ama tanto. E la mia vita a Vienna è ora così infelice - Il tuo amore mi rende il più felice e insieme il più infelice degli uomini - alla mia età ho bisogno di una vita tranquilla e regolare - ma può forse esser così nelle nostre condizioni? Angelo mio, mi hanno appena detto che la posta parte tutti i giorni - debbo quindi terminare in fretta cosicché tu possa ricevere subito la lettera. - Sii calma, solo considerando con calma la nostra esistenza riusciremo a raggiungere la nostra meta, vivere insieme - Sii calma - amami - oggi - ieri - che desiderio struggente di te - te - te - vita mia - mio tutto - addio. - Oh continua ad amarmi - non giudicare mai male il cuore fedelissimo del tuo amato. Eternamente tuo Eternamente mia Eternamente nostri.

Ludwig Van Beethoven, 7 luglio 1812

Immortale Amata…

Saperti ovunque, altrove. Saperti e non averti: quale strazio e, al contempo, quale sublime dolcezza la consapevolezza che tu, così lontano sei legato a me in un nodo più forte di ogni distanza.

La mia anima canta ogni momento le tue note senza emettere alcun suono e ricorda ogni parola, ogni istante, ogni promessa vana eppur così sincera da farmi sanguinare, a tratti, il cuore.

Vivremo insieme un giorno, così come mi hai promesso, giurato e spergiurato tu, di cui attendo avida una parola, uno sguardo, un furtivo gesto. Che non arriva.

E aspetto la posta ogni giorno, ansiosa siedo alla finestra e guardo. Coltivo, ostinata come un fiore di montagna, la speranza di scorgere il tuo viso imbronciato svoltare l’angolo per arrivare da me. Da me. Arriverai e busserai all’uscio, entrerai come uno scroscio di pioggia ignorando domestici, ospiti e famiglia e  mi prenderai per mano. Andremo via senza bagagli, solo con il cappotto addosso, andremo lontani a vivere di noi.

Non importa dove. E non m’importa se sarà in questo mondo o un altro, verrà un giorno in cui potremo essere incuranti di obblighi e di lacci, delle voci malevole che si alzeranno guidati da corifei tonanti, peccatori impenitenti e nobili censori che ci guarderanno con gli occhi colmi di scherno e di disprezzo.

Andremo dove i suoni saranno forti e puri, dove sorriderai fin dal mattino, dove potrò scompigliarti i capelli scompigliati, dove la musica possente avrà in sé quella dolcezza aspra e lieve del sogno che, dopo mille lacrime ed addii, si è fatto vero.

Ambisco e tremo in attesa del momento che mi hai promesso. Sì, che mi hai promesso e spergiurato, credendoci davvero, e dunque lo farai. A dispetto di ogni cosa, tu verrai ruggendo per portarmi via con te, davanti al mondo intero, senza tema alcuna dei venti contrari e delle onde di vergogna che ci colpiranno come una tempesta in mare aperto, senza difese e senza scuse. Tu verrai, ricorda, lo hai giurato. E io  verrò con te come in una danza, mi lascerò tutto alle spalle, anche il rimpianto, per correre con te in un’altra vita. Me lo hai giurato,  lo ripeti in ogni lettera, Mio Immenso Amore, Mia Anima, Mio Unico Scopo e io ti credo, ti credo come credo ai fili d’erba e all’acqua che scorre nei torrenti, ti credo come credo al profumo delle lenzuola pulite e fresche di sole e di sapone, allo scricchiolio delle foglie d’autunno sotto le suole delle scarpe.

Ti credo come credo alle mie mani e alle mie gambe, alle spalle e alla peluria lieve che mi copre gli avambracci. Ti credo come credo in tutto ciò che si può dire, toccare, guardare e assaporare. Ti credo come il vero, come è vero che son qui adesso, china allo scrittoio, a grattare con la penna e con l’inchiostro la carta più sottile.  Ti credo come credo al paradiso e all’inferno che tu solo sai creare in ogni nota.

Ti credo e sparirò dimenticata, sepolta dal dovere e dalla storia, sotto cumuli di lana da ricamo e verdure da mondare una volta ritornata dal mercato. Ti credo e lascerò che tutto resti così come lo abbiamo conosciuto, sapendo in fondo che credo alle parole, consapevole che, alla fine della fiera, i fatti le non seguiranno mai: troppi sono i muri, gli ostacoli, i fossati che ci impediscono di volare, come cardellini dalle ali rotte che non possono far altro che cadere.

E dunque resto qui, seduta alla finestra sospirando, aspettando che la sagoma che amo compaia all’improvviso dall’angolo di strada come le vecchie pazze attendono i fantasmi dei cari ormai andati. Resto seduta e attendo, ricamando l’ennesimo bavaglio per ripulire il latte dalle labbra di quel futuro figlio che sto tenendo in grembo, che avrà di certo la giusta madre e il padre, invece, no.

Avresti dovuto essere tu.

 


Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.