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L’ultima storia

In 11 Ottobre 2018 da Redazione Seven Blog

Oslo, 5 ottobre 2018, Premio Nobel per la Pace al ginecologo congolese Denis Mukwege e all’attivista yazida Nadia Murad “per i loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerre e conflitti armati. Entrambi i vincitori hanno dato un contributo cruciale a focalizzare l’attenzione e combattere tali crimini di guerra”. Queste, in estrema sintesi, le motivazioni.

Mukwege – medico con la convinzione che “la giustizia è affare di tutti” – insieme al suo staff, nell’ospedale Panzi, a Bukavu, ha dedicato la propria vita ad aiutare le migliaia di vittime di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo durante una lunga guerra civile che è costata la vita a più di sei milioni di congolesi. Murad – vittima in prima persona delle barbarie dell’Isis –  ha rifiutato di accettare quei codici atavici che impongono alle donne di rimanere in silenzio e di vergognarsi per gli abusi ai quali sono state sottoposte e si è fatta portavoce di denuncia per sé e per tutte le altre donne vittime di crimine di guerra.

E mentre i Tg e la stampa tutta proseguono nel racconto di vite e imprese dei premiati, come un lampo, ti appare l’idea di una “quasi rivincita” di tutte quelle donne di tutti i conflitti bellici che sono state oggetto di violenza fisica e morale, per quel calpestio fuori e dentro l’anima rimasto impunito, magro trofeo di uomini che di uomo hanno solo lo striscio nel DNA.

È la rivincita di una storia. La storia di Cesira e sua figlia Rosetta, in fuga da Roma durante la Seconda Guerra Mondiale per tornare nel paese natale in attesa delle forze alleate. Mesi di privazioni, fame, freddo, sporcizia e, finalmente, la Liberazione e la strada verso il ritorno a casa. È la rivincita di chi, pensando di essersi salvata dai bombardamenti e con il peggio ormai alle spalle, incontra in una chiesa, dalla quale anche Dio sembra essersi allontanato, un’orda di soldati  alleati marocchini in servizio nell’esercito francese che, violentandole, le segnerà per sempre:

La guerra sconvolge tutto e, insieme con le cose che si vedono, ne distrugge tante altre che non si vedono eppure ci sono.

È la rivincita della Ciociara di Alberto Moravia edito nel 1957. È il risorgere della Ciociara e di sua figlia  con i volti di Sofia Loren e di Eleonora Brown perché quelli erano i visi scelti nella trasposizione cinematografica del 1960 e l’interpretazione della Loren meritò il Premio Oscar come migliore attrice protagonista e analogo premio al Festival di Cannes consacrando l’attrice a stella del cinema.

È la rivincita di tutte quelle donne che, pur lontane dal set, la scena l’hanno vissuta realmente, in prima persona, senza controfigure, sulla propria pelle e, magari, non erano neanche così belle, ma solo opportunistiche reali prede di scempio e umiliazione a tutti i costi.

È la rivincita, in parte, delle donne di qualunque etnia vittime non solo  del contesto bellico in sé, ma anche di “uno dei peggiori effetti della guerra: di rendere insensibili, di indurire il cuore, di ammazzare la pietà”.

È, in qualche modo, anche se non ancora a sufficienza, la rivincita delle donne, tutte, in cerca di giustizia. È, in parte, la rivincita di Nadia Murad che fu ridotta schiava.

Nadia Murad, di etnia yazida, nasce nel 1993 nel villaggio di Kocho, regione del Sinjar al nord dell’Iraq, da una famiglia contadina e cresce all’interno di una fattoria. Nell’estate del 2014 l’Isis assedia il villaggio, senza balzare agli onori della cronaca e senza evocare l’intervento di contingenti in difesa della popolazione yazida considerata dal Califfato come adoratrice del diavolo.

Nessuno parlava dell’assedio di Kocho. Vivevamo in un altro mondo. La vita a Kocho si era fermata, gli abitanti se ne stavano chiusi in casa per paura di essere visti dall’Isis. Era strano essere così distanti dalle altre famiglie del villaggio. Eravamo abituati a scambiarci visite fino a tarda sera, a dividere la cena con gli amici e a parlare sui tetti prima di dormire. Ora che l’Isis aveva circondato Kocho, anche solo sussurrare alla persona sdraiata accanto a te di notte sembrava pericoloso. Tentavamo di non dare nell’occhio, quasi che l’Isis potesse dimenticarsi della nostra esistenza. Perfino diventare scheletrici sembrava un modo per proteggerci, come se smettendo di mangiare alla fine potessimo diventare invisibili. La gente si avventurava fuori casa solo per controllare i parenti, fare scorte o aiutare qualche malato. E anche allora camminavamo tutti in fretta e sempre verso un rifugio, come insetti in fuga da una scopa.

Photo by Mark Wilson/Getty Images

Nadia è una studentessa di ventuno anni quando, di lì a poco, vedrà sterminare seicento persone della sua comunità, tra le quali sei fratelli, e lei verrà resa schiava, – insieme ad altre migliaia di donne yazide fatte prigioniere in Iraq – e, come tale, portata a Mosul per vivere il suo calvario in un inferno di disumanità. 

Non so perché pensavate che vi avessimo prese. Ma non avete scelta. Siete qui come sabaya e farete esattamente quello che vi diciamo. E se qualcuna di voi dovesse gridare di nuovo, credetemi, sarà tanto peggio per voi.

Le donne yazide, considerate infedeli, diventavano parte integrante del bottino di guerra e, stando ad una interpretazione di comodo di alcuni versetti del Corano – secondo la quale violentare una schiava non era peccato – potevano essere vendute, comprate, passate di mano in mano, regalate come schiave sessuali secondo il volere del proprietario o ripartite come parte della sua proprietà in caso di decesso del padrone. Donne alla stregua di un premio per incentivare l’adesione all’esercito di nuove reclute o per gratificare la fedeltà e la buona condotta dei militanti, il tutto codificato secondo una precisa pianificazione che stabiliva, tra gli altri, i criteri per decidere non solo il valore, il prezzo sul mercato di una ragazza in base a età, verginità, avvenenza, ma anche quali i militanti che potessero “meritare” una schiava e quali, invece, quelli che dovevano pagarsela. Tutto scritto, pattuito, come un decalogo, un quasi Postal Market di comfort women, riportato anche nella rivista patinata Dabiq, la rivista della propaganda, oltre che in un opuscolo pubblicato dal Dipartimento della Ricerca e della Fatwa dell’Isis  che chiunque può leggere.

Tutto scritto, dunque, nero su bianco, da destra a sinistra. Tutto molto chiaro e crudo per quello che viene detto e per come viene detto, ammantato di quel pragmatismo tipico di una qualunque legge di un qualsiasi Stato. Il Corano e le leggi dell’Islam medievale  a garanzia che tutto sia lecito oltre che auspicabile. Lo stupro come arma di guerra, di annientamento di volontà, annullamento del sé e resurrezione a larve avvolte, in pubblico, nel bozzolo nero di niqab e abaya tutti uguali e, in privato, in abiti moderni e succinti sempre pronte all’uso e all’abuso con l’unica parvenza di tregua nel periodo del mestruo, all’erta, mute, a servizio e comando del padrone e dei suoi eventuali ospiti, obbedienti per costrizione perché, alla lunga, le botte, le ustioni con i mozziconi di sigaretta e gli stupri, fiaccano anche le più indomite.

A un certo punto non restano altro che gli stupri. Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio. Non eravamo più esseri umani, eravamo sabaya.

Fu grazie alla sbadataggine di un suo carceriere che Nadia riuscì a fuggire, trovando rifugio presso una famiglia della zona e un aiuto concreto per raggiungere il campo profughi di Duhok, nel nord dell’Iraq e da lì raggiungere la Germania.

Il 16 dicembre 2015 Nadia tenne il suo primo discorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per discutere, per la prima volta dalla sua istituzione, dei conflitti e della tratta degli esseri umani:

Non diventa mai una cosa semplice raccontare la tua storia. Ogni volta che ne parli la rivivi. Quando racconto del posto di blocco dove fui stuprata, delle frustate di Hajjj Salman mentre ero nascosta sotto la trapunta o del cielo di Mosul che scuriva mentre vagavo per il quartiere cercando qualcuno che mi aiutasse, vengo trasportata di nuovo a quei momenti e a tutto il loro orrore.

L’anno successivo, il 16 dicembre 2016, diventa Prima Ambasciatrice Onu per la Dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani e intraprende un’azione legale contro i comandanti dell’Isis portando quindi avanti,  con coraggio e determinazione, nonostante le numerose minacce ricevute, la sua testimonianza e quelle di altre donne che hanno condiviso un analogo destino:

Le donne e le ragazze scappate dall’Isis avevano bisogno di aiuto per ricongiungersi e ricostruire una società, e i loro abusi andavano aggiunti alla lista dei crimini di guerra dello Stato Islamico. Dissi che volevo guardare negli occhi gli uomini che mi avevano violentata e vederli rispondere dei loro crimini.

il 27 ottobre, le viene assegnato il Premio Sakharov per la libertà di pensiero e, nel 2018, ad Oslo, la massima onorificenza, il Premio Nobel per la Pace.

Più di ogni altra cosa, dissi, voglio essere l’ultima ragazza al mondo con una storia come la mia.

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Tags: Alberto Moravia, Denis Mukwege, donne vittime di violenza, guerra, Isis, Nadia Murad, Oslo, Premio Nobel per la Pace, Premio Oscar, Sofia Loren, stupro, violenza sulle donne

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