INVIDIA . Lector In Invidia
Quello che resta
In 6 Febbraio 2020 da Redazione Seven BlogItalia, Anno 2020. Basta avere gli occhi a mandorla. Non importa se cinesi, giapponesi, coreani.
Attenzione se, italianissimi da sempre, si ha la fortuna di avere gli occhi allungati e all’insù: c’è il rischio che, magari un po’ coperti da una sciarpa a riparare dal freddo, nel chiaro scuro della luce mattutina, qualcuno pensi bene di attraversare la strada piuttosto che incrociarvi e anche solo sfiorarvi su un marciapiede stretto. Anzi, prossimamente, truccatevi tirando gli occhi in giù. Naturalmente scherzo. Non troppo, però.
Non troppo perché è innegabile che tiri una brutta aria, che si respiri psicosi da contagio in lungo e in largo nel Paese, che si avvertano aliti di aizzamento della peggior specie. Siamo appena usciti dalla Giornata della Memoria per entrare in una nuova e più moderna caccia alle streghe additando l’untore di turno. Non servono le indicazioni e le rassicurazioni del Ministero della Sanità. Si preferisce correre sulla tangente della discriminazione cercando di alimentare e coinvolgere quanto più possibile in rigurgiti di razzismo dichiarato. Lo raccontano i cartelli col divieto di entrare, i messaggi sui Social, gli avvisi, i murales, le serrande abbassate. Lo raccontano la presenza di acquirenti di mascherine vendute abusivamente davanti alla stazione di Roma a dieci euro cadauna. Lo rimarcano le mascherine sui visi dei pochi gruppi di turisti cinesi ancora in circolazione, a passo spedito e a testa bassa, in città dalle quali si sentono rifiutati. Mascherine a proteggere non tanto dal punto di vista igienico-sanitario quanto dagli sguardi inquisitori. Emerge dal murale di Laika, artista di Street Art, realizzato all’ingresso del Mercato Coperto di Piazza Vittorio a Roma dove, insieme alla figura femminile dai tratti somatici cinesi, si legge un cartello con Je Ne Suis Pas Un Virus e accanto una vignetta che recita: C’è in giro un’epidemia di ignoranza. Dobbiamo proteggerci. Traspira da un manifesto appeso fuori da un ristorante di Torino in Corso Regio Parco e realizzato dall’Ugic,
Unione giovani italo-cinesi, come appello agli italiani affinché non si facciano travolgere dalla psicosi coronavirus. Racchiude tutte le attività delle quali siamo abituati a servirci, dalla ristorazione alla sarta, al parrucchiere, all’estetista, al riparatore di vetri di telefonini, al tabaccaio, al barista e rammenta l’integrazione dei cinesi, ormai di seconda generazione, con il nostro territorio: Quel cinese che non è neanche più un cinese ma un italo-cinese, il solito che fa parte della tua città. Se ne hanno avvisaglie anche nelle classi elementari multietniche tra coloro che predicavano la libertà di mandare a scuola i figli non vaccinati e che ora si ergono a paladini della prevenzione senza se e senza ma. Basta aprire i giornali, farsi un’idea girando per le strade. Questo è, e sta progressivamente dilagando. Abbiamo un untore. Tra delirio e follia.
“Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. […] La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà.” – I Promessi Sposi, cap. XXXII
Alessandro Manzoni. Quanta attualità, quanta odierna rappresentazione. Cambia l’epidemia, le modalità, l’informazione, cambia tutto. Qualcosa resta. Non sempre è il meglio.
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