La chambre des jeux au Château de Béhoust

Era un posto insolito, lo Château de Béhoust. Ambrojo e Carole mi hanno costretta alla visita, manco fossi una che non ha mai visto un castello. «Mia Comtesse, s’il vous plaît, non fate così la ribelle! Venite a vedere il castello di Béhoust», mi dice Ambrojo con quel sorrisetto equivoco che nasconde sempre qualche lieta sorpresa, «ché vorrà pur dire qualcosa se lì vi hanno girato il film L’iniziazione». Bien, penso io, prima di concedergli il piacere della mia compagnia, chiederò spiegazioni a Carole: lei è meno ambigua di Ambrojo, sarà che ha ricevuto meno la mia influenza, per una semplice questione di tempo di servizio presso le mie stanze. Ah, questa servitù! Basta qualche anno di vicinanza e prendono a ragionare come te! È una cosa irritante.

Mando a chiamare Carole. Lei bussa come si faceva ai tempi del Re Sole, la sciocchina, grattando alla porta come fosse un gattino. «Entra, suvvia, non badare a quelle anticaglie che si chiamano etichetta».

Entra che già sorride.

«Dite, Comtesse», pronuncia con un ghigno, e già penso di aver preso un vero abbaglio a credere che fosse meno ammiccante di Ambojo. Del resto è pur sempre una donna. E una splendida amante, penso. Sorrido.

«Mia cara Carole, dimmi tu. Perché ci tenete così tanto, tu e Ambrojo, a portarmi nel villaggio di Béhoust?».

Si mette una mano a coprire le labbra e sogghigna. «Non vi piace Guillaume Apollinaire, Comtesse?».

«Non essere sciocca», dico io, «L’iniziazione è solo vagamente ispirato alla novella Le prodezze di un giovane Don Giovanni», e già ho la conferma che il castello nasconde ben altro che le avventure sessuali di un giovane iniziato all’arte amatoria, tanto più che il regista, Gianfranco Mingozzi, se ne era ben guardato dal concederci la vista degli aspetti erotici più anticonformisti, presi invece in esame da Apollinaire.

Les Exploits d’un Jeune Don Juan, G. Apollinaire, litografia originale

I due mi preparano all’evento, e organizzano il viaggetto di cinquanta chilometri da Paris con grande cura. Chiedono a Victor di preparare la berlina. Tutte e tre stiamo dietro e ci facciamo confidenze. Io sto in mezzo, bien sûr, sia mai che i due trascurino la mia indole ludica. «Comtesse, c’è una stanza, al castello, che pare sia segreta. Io non l’ho mai vista, ma so che la chiamano la chambre des jeux», dice Carole.

«Troppo semplice così», rispondo io un po’ delusa, «di chambres des jeux se ne trovano a bizzeffe, perché mai dovrei percorrere cinquanta chilometri per entrare in un luogo così ordinario?».

«Perché pare che quella stanza profumi di lavanda», dice Ambojo.

«Lavanda?», rispondo io. «Ma non è il profumo che gradisci di più?».

«Oui, Comtesse, proprio così, oggi sarò il protagonista dei giochi».

Non sto a dirvi cosa ho provato alla scoperta della mia imperdonabile mancanza. Proprio quel giorno il mio fedele maggiordomo compiva gli anni: quanti, non so. Io e Carole lo abbiamo festeggiato come si deve, una volta arrivati al castello, o meglio, dopo esserci rincorsi come stupidi tra gli ampi corridoi delle stanze meno frequentate, quelle che una volta erano appartenute al marchese François III de Lastic, quel birichino! Perché altro che Apollinaire, altro che Don Giovanni!, la stanza dei giochi, che davvero sapeva di lavanda, di gioco ne aveva uno soltanto. O forse dovrei dire: “le stanze dei giochi”, giacché la chambre era divisa in due da un muro di cartongesso violetto. Ambrojo, al buio, da una parte, e noi, a lume di candela, dall’altra. Come comunicavamo attraverso il muro, ve lo lascio immaginare: e poi, vous savez, i muri dei castelli sono pieni di buchi… e di storie da raccontare.

 

La Comtesse

La Comtesse

Che è una diva lo sa lei, che è cinica e sottile lo sanno gli altri. Non ha nome ma una stanza di tacchi a spillo. Mystère noir e sang bleu.

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