La mia bambina

A Napoli quando compri un’auto nuova, non firmi il passaggio di proprietà ma la tua condanna a morte. L’amore possessivo per quel mezzo di locomozione, che in tutto il mondo caratterizza il genere maschile, in questa città raggiunge livelli inimmaginabili. Smetti di vivere, non dormi più, hai sempre le orecchie tese a catturare il minimo rumore sospetto. In poche parole, la tua vita diventa un inferno.

Il primo problema che ti toglie il sonno è il parcheggio e non ha niente a che fare con la mancanza di posti auto che affligge tutte le metropoli del mondo. Quando compri l’auto nuova, smetti di cercare un parcheggio qualsiasi. Quando compri l’auto nuova, tu cerchi il rifugio più sicuro del mondo. Manco ti servisse una culla, dove mettere un bambino con poche ore di vita. Cerchi il posto perfetto: lontano da altre auto, che potrebbero urtartela, lontano dagli alberi, la cui resina potrebbe rovinarti la vernice, lontano dai balconi, dai quali potrebbe cadere di tutto, lontano da passaggi pedonali, lontano dalle piste ciclabili, Lontano da tutti i pericoli ma vicinissimo al posto in cui devi andare, così puoi tenerla bene a vista. E siccome un posto del genere non esiste in nessuna città del mondo, quando esco con l’auto nuova, devo trovare soluzioni alternative. Prima di parcheggiare, valuto l’esperienza di guida delle persone in base allo stato in cui versano le auto che occupano i posti adiacenti a quello libero. Se un’auto è piena di graffi, allora cerco un altro posto, se invece è in ottime condizioni, nonostante gli anni di anzianità sbandierati dalla targa, il posto è quello giusto. Ovviamente sto lontano dalle auto riverniciate e, quando trovo un’auto nuova di zecca, con un numero di targa recente, controllo sempre lo stato delle parti nascoste della carrozzeria. L’ispezione della parte interna del parafango può farti capire molte cose dell’auto parcheggiata al tuo fianco. Un guidatore poco attento, dopo aver sfasciato l’auto e averla fatta riverniciare, potrebbe chiedere una nuova targa In una città in cui è già molto difficile trovare un posto dove mettere la propria auto, con l’acquisto dell’auto nuova, parcheggiare, non solo ti porta via il triplo del tempo, ma ti espone al rischio di essere linciato.

«Che cosa sta facendo?» mi chiese un anziano signore mentre con la pila del cellulare ispezionavo l’interno del suo parafango anteriore destro.

«Stavo solo controllando».

«Controllando cosa?» mi chiese la guardia giurata comparsa alle spalle dell’uomo.

«Mi erano cadute le chiavi della mia auto nuova»  risposi mostrando il mazzo di chiavi alla folla di uomini inferociti che erano accorsi da tutto il parcheggio del centro commerciale. La solidarietà tra vittime della stessa sciagura probabilmente mi  salvò la vita. Alla vista delle chiavi, sui loro volti,  vidi la rabbia che lasciava il posto alla compassione.

Con l’acquisto dell’auto nuova scopri una branca della scienza che non avresti mai pensato di poter amare: la botanica. Per difendere la tua bambina, devi per forza essere informato su tutti gli alberi che producono l’incubo di tutti gli automobilisti: la resina. Studi quali sono le stagioni più a rischio, quali sono  le resine più corrosive e hai il telefono pieno di foto di pini, tamerici e larici. Quando hai un’auto nuova, conosci le conifere meglio di Alberto Angela e se devi andare in un bosco a raccogliere le castagne, l’automobile, la prendi a noleggio.

Un altro elemento di forte stress è l’antifurto. A Napoli, la sirena dell’antifurto sonoro ha fatto più danni del colesterolo e dell’ipertensione messi insieme. Nei pochi secondi che servono al tuo cervello per capire se la sirena che senti è quella della tua auto, cominci a sudare freddo, i battiti del cuore aumentano vertiginosamente e hai difficoltà a respirare. Poi, quando il principio d’infarto è passato, lo stesso non riesci a rilassarti perché pensi a quello che sta vivendo il proprietario dell’auto che sta ancora suonando.

Per fortuna la tecnologia ha fatto passi da gigante e l’auto che ho ritirato solo tre giorni fa non ha bisogno di un antifurto sonoro. Grazie a un’App sul mio smartphone la mia auto nuova mi da consigli di guida, mi avvisa quando e dove fare benzina, adatta automaticamente le sospensioni alla strada che sto percorrendo, scansa gli ostacoli, tiene la corsia da sola, mi dice quando ho bisogno di una pausa, mi cerca il parcheggio perfetto e, se voglio, compie la manovra al mio posto.

«3000 a benzina. 6 cilindri a V» dico pavoneggiandomi nello spogliatoio della palestra. Gli altri maschi pendono tutti dalle mie labbra. «Dal cellulare posso accenderla o spegnerla e i sensori mi avvisano se qualcuno si avvicina» ruggisco mostrando orgoglioso il display del mio telefono.

«Ho letto che con la tecnologia che ha a bordo, potrebbe guidare pure da sola» mi dice entusiasta, il dottor Aversano, uno dei miei colleghi di fitness.

«Fatti un giro sull’App» gli dico porgendogli il telefono prima di entrare nella doccia.

Il dottor Aversano elenca, uno a uno, tutte le caratteristiche della mia nuova auto e il benessere che sento non è causato dal calore dell’acqua dopo le due ore di allenamento. Il piacere che provo mi ripaga – parzialmente – di tutti i soldi che ho speso per il mio gioiellino.

«Cavolo! Ti dice pure come avresti potuto consumare di meno nell’ultimo viaggio» proclama ad alta voce il ragioniere Tancredi, sempre attento al risparmio. «E’ ottimo per l’ecologia ambientale» si sente di aggiungere per camuffare la sua tirchieria.

Ormai sono tutti con gli occhi sul mio cellulare e provo un po’ di gelosia ma, se vuoi essere il maschio Alfa, questo è il prezzo da pagare. Del resto ho comprato un’Alfa Stelvio Quadrifoglio proprio per questo.

«Che significa l’auto si è messa in moto?» mi chiede all’improvviso il mio personal trainer.

Schizzo fuori dalla doccia giusto in tempo per rendermi conto che non sta scherzando. Sono nel panico totale, e senza pensarci, esco correndo dallo spogliatoio. A quell’ora di punta, la palestra è affollata e non ce la farò mai a raggiungere le scale in pochissimo tempo. Non ho altra scelta, mi tocca saltare giù dalla finestra aperta. Per fortuna la palestra è al piano ammezzato, e, dopo un volo di un paio di metri, piombo sul marciapiede e inizio a correre per strada tra le auto in corsa. Mi sono iscritto in palestra proprio per questo, non lascerò che un vile ladro di automobili porti via la mia bambina. Mentre le auto che mi scansano, suonano il clacson all’impazzata, mi rendo conto che non vedo la mia Alfa.  Ho il cuore che mi scoppia nel petto e sono costretto a fermarmi. «L’ho persa» penso mentre sto vomitando pure l’anima sul bordo di quella strada. Nella mia mente passano in fretta le immagini dei tre giorni trascorsi con lei: l’emozione del ritiro, il primo pieno, il primo lavaggio con lucidatura, mia moglie che mi chiede le chiavi.

«Stasera devo accompagnare Aida a una festa» mi ha detto mia moglie nel pomeriggio mentre stavo uscendo per venire in palestra. Rivedo la scena con le lacrime agli occhi: ho baciato il portachiavi e gliel’ho consegnato nelle sue mani come se fosse la cosa più preziosa che ho, poi ho preso le chiavi dello scooter, e sono uscito da casa. Adesso rido come un pazzo e non mi accorgo che al mio fianco si è fermata una pattuglia della polizia.

«Immagino che non abbia con sé i documenti» mi dice l’agente, divertito.

«Ero in palestra e credevo che mi stessero rubando l’auto» dico non riuscendo a trattenere le risate mentre l’altro agente mi ammanetta le mani dietro la schiena.

«No, guardi, ci deve essere un errore» cerco di difendermi quando i due mi spingono con forza nella loro auto.

«Sì, certo, adesso andiamo in centrale e chiariamo tutto» mi dice l’agente mentre passiamo davanti alla mia palestra. Sono tutti fuori ma nessuno si accorge dell’auto della polizia che sta passando in quel momento, il dottor Aversano stringe ancora il mio telefono. Batto con forza la testa sul vetro per attirare la loro attenzione ma nessuno mi sente. «Ferma» vorrei urlare ai due agenti ma sono senza forze.  Sento freddo e ho un dolore lancinante alla caviglia destra, forse me la sono slogata nella caduta. Vedo il mio scooter parcheggiato davanti all’ingresso e solo allora mi accorgo di essere nudo e completamente bagnato, dalla testa ai piedi.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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