All’apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiatò più. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e femmine, tremavano tutti come tante foglie.  - Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? - domandò il burattinaio a Pinocchio, con un vocione d’Orco gravemente infreddato di testa. - La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!... - Basta così! Stasera faremo i nostri conti. Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina, dov’egli s’era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato nello spiede. E perché gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro: - Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mi pare un burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul fuoco, mi darà una bellissima fiammata all’arrosto. Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un’occhiataccia del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un’anguilla fuori dell’acqua, strillava disperatamente: - Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire!...

Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio

La più bella di tutte

Il vestito di velluto si sciupa a stare qui così, seduta e ferma in un cantuccio. Il trucco sparisce piano piano, l’incarnato si ingrigisce e anche i capelli da biondi stanno diventando gialli come stoppie, e come le stoppie sono ormai rigidi e secchi. A guardarli bene, anzi, sembrano bianchi e grigi, ma non sono vecchia, io. È stare qui, in quest’angolo buio, che mi riduce così.

Le tarme rosicchiano il corpetto, mentre i tarli si avviano a scavare dei cunicoli nel piede: ne ho già visto uno e ho provato a scacciarlo. Non posso permettere che quelle mandibole piccole e cattive mi attacchino il tallone e lo rosicchino da dentro senza lottare.

Non mi ha più accomodata da quando si è rotta la gamba sottile. Mi ha guardata con disgusto, ha emesso un bleah e mi ha scaraventata qui, in un angolo di polvere e di stracci. Credo volesse buttarmi via ma il troppo vino ha spazzato il proposito. O forse mi tiene per buttarmi al fuoco in qualche notte fredda di pioggia, quando non avrà voglia di uscire dal carrozzone per far legna.

Li sento di là, che cantano e ballano e gridano le parti per farsi sentire lontano, laggiù in mezzo ai prati, fino alle aie lontane, per attirare clienti. Li sento e penso a quando anch’io agitavo la gonna e giravo, giravo come una trottola guidata dal refe di canapa forte, e i capelli di crine mi avvolgevano il capo come una nuvola pazza. Penso a quando cantavo con la voce in falsetto del burattinaio, cantavo canzoni d’amore o di osteria, e mi inchinavo aggraziata agli applausi.

Ero la bella, la più bella di tutte, con il viso di cimbro dipinto a tempera viva e gli occhi di vetro colorati di quell’azzurro che si vede solo nei giorni d’estate più puri. Erano blu come i cieli di montagna, su in alto.

Ora stanno scolorendo anche loro, senza ritocchi e pennelli. Ora sono dimenticata in un cantuccio pieno di polvere, rotta. Io, tutta da una parte e, poco distante, la gamba ormai marcia, dal ginocchio in giù piena di buchi e di muffa.

Mi ha dimenticata senza un rimpianto. Sbattuta malamente per terra una sera, ubriaco mi ha calpestato, la gamba si è rotta. Una bestemmia e un rutto e mi ha scaraventata qui, dove ora siedo scomposta ad ascoltare gli applausi e le risa del pubblico in sala, di là. Non hanno mai chiesto dove fossi finita, dove sia andata la più bella tra tutte, di volta in volta principessa, regina, Cenerentola o affascinante mugnaia attorniata da pretendenti adoranti.

Sotto un tavolo zoppo in un angolo, in compagnia delle mosche e del ragno paziente che aspetta il suo pranzo  e che mi ha avvolto le braccia di fili di seta, e zompetta ogni tanto per venire a vedere se qualche pidocchio imprudente sia rimasto impigliato nella sua trappola. In compagnia di un osso di pollo sbianchito, arrivato qui prima di me, di briciole e trucioli, di tarli voraci privi di rispetto, senza un’anima con cui scambiare due parole o intrecciare un paio di battute sagaci, tratte dai vecchi copioni, per ricordare i bei tempi.

Piuttosto che marcire così, nell’oblio, meglio sarebbe la pira. Il sacrificio del rogo per cuocere a puntino il montone. Cielo, voialtri, miei vecchi compagni, prendete me piuttosto che frignare pietà raccontando lacrimevoli storie, venite e sollevatemi in alto, gettatemi in quel camino sotto lo spiedo e lasciate ch’io muoia circondata di luce e di fiamme che ardono!

Mi è insopportabile la dimenticanza, questo lento declino in un angolo buio scaraventata così, sotto un bancone sporco: non è questo ciò che merito, non è questa la fine degna della più bella di tutte, avvolta da fili di canapa laschi  che si annodano molli intorno a sé stessi, coperta di polvere e di segatura.

Dimenticata, rimpiazzata, lasciata in disparte qui, rotta e inutile: Burattinaio dalla lunga barba e dal cuore così tenero eppur così nero, chinati un attimo a guardare cosa c’è sotto le assi del tuo tavolaccio; prendi una scopa e ramazza le briciole vecchie di anni che si annidano in cumuli qui, intorno a me. Trovami e aggiustami, oppure rendimi cenere. Tutto, ma non questo dialogo eterno con un ragno muto e le mosche. Tutto, ma non questi occhi fatti di fondi di lampadina sempre più opachi e più spenti. Tutto, ma non la dimenticanza.


Il libro…

  • Titolo: Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino
  • Autore: Carlo Collodi
  • Prima edizione: 1881-1883

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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