Le foglie autunnali sfioravano il selciato nel chiaro di luna così da far sembrare la ragazza che lì si muoveva come inchiodata a un piano mobile, come se lasciasse che il vento e le foglie la spingessero innanzi. La sua testa era parzialmente china per osservare le scarpe che agitavano le foglie intorno, la faccia era sottile e bianca come il latte, ed era una specie di fame gentile quella che si chinava su ogni cosa con instancabile curiosità. Un’espressione, quasi, di pallida sorpresa; i neri occhi erano così intenti al mondo, che non sfuggiva loro alcuna mossa. La sua veste era bianca e sussurrava. Gli parve quasi di udire il movimento delle sue mani, mentre la ragazza camminava, e il suono infinitamente piccolo, ora, il bianco tremolare della faccia che si volgeva, quand’ella si accorse di essere vicinissima a un uomo ritto in mezzo alla strada.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

La ragazzina che danza

A volte toglie le scarpe e balla a piedi nudi, segue la musica degli aerei a reazione che sfrecciano alti e si lasciano dietro due code di fumo grigio, nel nero del cielo di notte.

Chiude gli occhi allargando le braccia, solleva il mento verso le stelle – che non si vedono, c’è troppa luce e caligine, ma sono lassù, da qualche parte – e fa piccoli passi in punta di piedi; e non guarda, lo so che non sta guardando dove la porta la musica, lenta o veloce, che ha in testa; lo so che tiene chiuse le palpebre e ascolta il rombo lontano e continuo che viene dalla superstrada. Quei colpi feroci agli acceleratori sono per lei  altra musica, strumenti e note sconosciute a chiunque sulle quali lei danza, con gli occhi chiusi e i capelli sciolti che sembrano alghe pigre trasportate dal moto delle onde.

Io la conosco ma, beninteso, solo di vista: non ci ho mai parlato. Né con lei né con quella famiglia un po’ losca che si ritrova, lo giuro. La guardo soltanto, rimango ben nascosta dietro la finestra. La guardo ballare, ma dentro di me lo so che lei sogna ogni giorno, ogni notte, ogni ora. Non le importano le pareti animate e la guerra, non le importano i libri perduti e le dosi massicce di fumo e di piombo che ammorbano l’aria.

Guarda a destra, a sinistra, e poi l’alto e il basso, ha gli occhi scuri socchiusi mentre sente e non vede, o non vuole vedere quanto sia semplice e gretto quest’oggi sommerso di pece e di nulla. Vuole essere cieca, anche se osserva ogni cosa come se avesse mille occhi che scrutano ovunque. Chi sei, cosa fai, dove vai, cosa pensi – se pensi.

L’ho incrociata a volte per strada e le ho sentite tutte, quelle domande importune fatte senza profferire parola. Chi sei, cosa fai, dove vai, cosa pensi – se pensi.

Già, perché pensi? Che bisogno c’è di riflettere quando tutto quello di cui ho bisogno è qui, sotto il naso, a portata di mano, semplice e ben confezionato? Non ho mica bisogno di sapere, toccare, curiosare, guardare, io… Non c’è bisogno di cercare, non c’è bisogno del vero, della verità: la realtà ce la servono sugli schermi di casa, già bella pulita come un’arancia pelata e appoggiata con cura in spicchi sul piatto. Ho a portata di mano una realtà lustra che non fa una grinza, che bisogno ho di uscire e guardare le foglie, i tombini, le nuvole in cielo?

Invece a lei sembra non bastare. Non si accontenta degli schermi sulle pareti, degli annunci scanditi con voce sicura: la guerra va avanti, la vinceremo, è solo questione di tempo, di poco, di un nulla, basta ancora un’azione, un piccolo passo e sarà tutto finito, gli aerei smetteranno di alzarsi ogni giorno, ora, minuto, smetteranno di riempire il cielo già grigio con le loro scie nere, smetterà questa puzza di gas e petrolio sottile che si intrufola ovunque: nel cibo, nell’acqua, negli abiti, nei desideri…

Cammina per strada, si guarda intorno e si sente fino da qui, dall’altra parte del marciapiede, che le crescono dentro mille domande, proprio come l’erba cattiva che si infila tra le crepe del cemento sul marciapiede. Tu lo sai che non dovrebbe essere lì, quel filo d’erba: che non c’è un solo motivo, uno al mondo per cui abbia deciso di venir fuori in quel punto, tra un blocco di pietra e un altro, eppure lui cresce, senza aver avuto lo spazio per fare radici.  Lui c’è comunque: verde e spavaldo, a dispetto del diserbante, di altro cemento, lui c’è: strappatelo pure, ma prima o poi troverà un’altra strada per intrufolarsi e uscire alla luce del sole.

Così è quel suo cervello nascosto dalla pelle bianca come un bicchiere di latte e dai capelli neri come gli schermi appesi alle pareti di notte, quando sono spenti e non li guarda nessuno. Il cervello della ragazzina è come un tubo che perde, come l’acqua che scivola in rivoli sottili fuori dalla vasca quando ho preso per sbaglio troppe pastiglie e mi sono addormentata facendo il bagno.

Perché cammina sola di notte, perché volteggia nel prato, perché si avvicina e parla a chi non vuol essere disturbato?

L’ho vista accostarsi all’uomo del lanciafiamme, camminargli a fianco e chiacchierare con lui, ridendo e chiedendo, accennando altri piccoli passi di danza, leggera come la piuma di un tordo che vola nel vento. Insopportabile.

Insopportabile vederla correre e saltare, fare la ruota. Insopportabile sentirli parlare a voce alta la sera quando la gente perbene vuole solo dormire o guardare gli schermi sulle pareti e dimenticare la guerra che gli schermi sulle pareti ricordano ogni due ore, mentre io voglio solo ridere con le persone che vengono a farmi visita negli schermi sulle pareti.

E i libri li ha, ne sono sicura, nascosti in una buca in giardino o sotto una piastrella staccata e riattaccata con cura dietro il suo letto: ha troppi sogni sotto quei capelli neri, per non averli tirati fuori da qualcosa di sporco e proibito che puzza di muffa, di carta e di vecchie parole cenciose ed inutili.

Quella corrode, come la ruggine. È un cancro sottile che semina passi di danza, sorrisi e domande che non hanno, non devono avere risposta perché, in fondo, nessuna domanda ormai ha più senso. È un così bell’oggi, questo, nonostante la guerra… un oggi di macchine e corse, di muri – televisori, di storie e di beghe. Io sono al centro del mondo anche quando rimango ferma in salotto, io non ho bisogno di andare fuori a ballare sotto la luna e le nuvole spesse. Io non ho bisogno di niente, perché mi danno già tutto, anche le dirette dai roghi e i colpevoli e gli innocenti e hanno cucito dei sogni su misura, apposta per me. E allora perché guardo fuori dalla finestra, perché mi danno noia tutti quei salti e quei passi di danza sconnessi, le piroette e i capelli sciolti che si aprono come la corolla di un fiore al mattino?

Perché? Cosa mi manca quando sono il centro del mondo proprio qui, sulla poltrona girevole in mezzo al salotto di casa?

Che poi non importa. Prima o poi alla gente come lei accade sempre qualcosa. Un guizzo di fiamma un po’ troppo vicino, un Segugio meccanico, un’auto un po’ troppo veloce che sbanda lungo la superstrada e si porta via le sue piroette… di che mi preoccupo? A me basta chiudere le tende, e andarmi a sedere: la realtà, quella vera, è tutta qui. Mi basta un telecomando.


Il libro…

  • Titolo: Farenheit 451
  • Autore: Ray Bradbury
  • Prima edizione: 1953

 

 

 

 



 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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