“Si trattava di un testimone che avevo per il Tribunale per l’Ex Jugoslavia” cominciò Goos dopo un lungo silenzio, “una donna che si chiamava Abasa Mensur. Musulmana. Viveva a Sarajevo, al di là del fiume, in quella che all’improvviso era diventata la parte serba. I cětnik prendono d’assalto casa sua, e questo avviene pochi giorni dopo che suo marito è stato ucciso al fronte, a pochi isolati di distanza. Trattandosi di serbi, non ho bisogno di riferirti il resto. L’hanno violentata, violentata, mentre i suoi bambini stavano a guardare. Tutta la squadra. Poi, quando hanno finito con lei, hanno cominciato a violentare la figlia di undici anni. Poi, tanto per divertirsi, hanno preso il figlio di tre mesi, Boom, e lo hanno messo nel forno, accendendo la griglia mentre tenevano i fucili puntati addosso alla madre. E il bambino non smetteva di urlare mentre l’uno o l’altro soldato si scopava la figlia undicenne. Alla fine gli urli erano cessati e, quando avevano tirato fuori quel povero cosino dal forno, lo avevano messo ridendo in braccio alla madre commentando `Ecco com’è un maiale al forno’. Una donna musulmana.”

Scott Turow – La testimonianza

La testimone

Non mi hanno lasciato il tempo di smettere di piangere.

Il fazzoletto è ancora umido per il corpo smembrato e ricomposto alla bell’e meglio su un tavolaccio, che ho dovuto guardare in viso prima pronunciare il mio ultimo sì. “Sì, è lui” ha preso il posto di quel “Sì, lo voglio” che ho detto tanti anni fa.

Quel volto che una volta conoscevo a memoria, ricomposto come una maschera di fango crepata e rimessa insieme dalla mano maldestra di un burattinaio distratto, così sbadato da scordarsi chissà dove un pezzo del cranio di quello che una volta era mio marito. Ho detto sì, è lui e sono tornata a casa schivando proiettili e muri sforacchiati come dei puntaspilli, con l’immagine fredda e macellata del mio compagno davanti.

Sono tornata dai miei figli, cuccioli senza padre: non ci fossero stati loro, forse non avrei corso da un muro a un altro, a zig – zag, per evitare gli spari dalla collina. Sarei andata dritta in mezzo alla strada aspettando quel colpo che avrebbe ridotto la mia testa come la sua, una palla disfatta e umida di capelli scomposti e cervello spalmato sopra il cemento. Ma non ho potuto e allora ho pianto, ogni giorno e ogni notte. Ho pianto mentre cercavo del cibo, mentre allattavo il mio piccolo, mentre facevo le trecce alla grande, mentre guardavo i bagliori degli assassini nascosti al sicuro con i loro fucili, vigliacchi bastardi nascosti come ratti al sicuro, in attesa di un movimento per uccidere ancora.

Il fazzoletto era ancora bagnato, come una bandiera fradicia di pioggia su un pennone, quando sono arrivati prendendo a calci la porta.

Il mio fazzoletto non si asciugherà più.

Troppe urla, troppo dolore.

Non il mio, quello riuscirò a sopportarlo, a dimenticare. Passerà, insieme al senso di schifo e all’odore di bestie sporche e inumane sopra il mio corpo, dentro la pelle. Col tempo forse riuscirà a sbiadire fino a diventare un’ombra di notte dietro le tende, spazzata via da una lacrima e un colpo di vento.

Ma gli urli, i visi, la pelle graffiata e bruciata, le mani che non potevano muoversi per andare a salvarli, le mie suppliche inutili e morte, i singhiozzi. La mia carne straziata per interposta persona, attraverso loro che nulla potevano, che non avevano colpe, che non cresceranno mai più… torturati, violati, uccisi davanti ai miei occhi, e poi lo scherno, gli sputi, le risa dopo aver fatto tutto quello che avevano fatto.

Non c’è animale più crudele di un uomo nel branco, in mezzo alle macerie dell’umanità fatta a pezzetti e poi sparsa come il sale sopra Cartagine, e io ne ho fatto le spese, io e loro, i miei cuccioli d’uomo che avevo cercato di proteggere da tutto quel buio. Senza riuscirci.

Quanto tempo dovrà passare prima che la mano che mi afferra lo stomaco lasci la presa, che io dimentichi gli occhi e i pianti, che in sogno la smetta di guardare la bocca rovente del forno e quello che sta bruciando, dimenandosi e urlando: nessuno mai aveva gridato in quel modo, dall’inizio dei tempi, da quando l’uomo ha messo piede su questa terra malefica e dolorosa. Il grido innocente di chi non capisce e non ha scampo, che non sa perché deve soffrire senza speranza e che non avrà ricordo di nulla se non del terribile dolore bruciante e lo so, io lo so che si chiedeva, negli ultimi istanti, dove fossi, perché non sia andata a tirarlo fuori da lì, da quell’inferno in cucina che lo stava uccidendo.

E lei, oltraggiata e ferita, a cui hanno rubato ogni cosa, ogni sogno, ogni gioia, che strascica i piedi e si trascina come una bambola rotta, svuotata di tutto quello che di bello riusciva ancora a trovare in questo pezzetto di mondo distrutto da pallottole e odio, dal sangue che disegnava le sue scie rosse e violente sulle strade: di lei, cosa sarà?

La notte si sveglia gridando. Ogni notte. Ogni volta che chiude i suoi occhi grandi e scuri li vede di nuovo, vede tutto come in un brutto film in cui lei è protagonista e allora mi supplica di farli smettere, di fare qualcosa. Qualcosa. Quello che non sono riuscita a fare, mentre li imploravo di lasciar stare loro e uccidere me, martoriarmi di più, di farmi a pezzi e spargerli in giro: qualsiasi cosa purché non toccassero loro, li lasciassero a me, vivi ed integri.

Non è servito a nulla. Niente serve a qualcosa. Nemmeno le lacrime nel mio fazzoletto bagnato.

Il libro…

  • Titolo: La testimonianza
  • Autore: Scott Turow
  • Editore italiano, traduttore, anno: Mondadori, Sara Crimi e Laura Tasso, 2017

 

 

 

Chiara Menardo ha pubblicato La mareggiata in un barattolo per Harper Collins Italia, collana eLit, 2019

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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