Figlio, a che tanto affanno? a che tant'ira?  Ché non t'acqueti omai? Questa è la cura che tu prendi di noi? Ché non piú tosto rimiri ov'abbandoni il vecchio Anchise e la cara Creúsa e 'l caro Iulo, cui sono i Greci intorno? E se non fosse che in guardia io gli aggio, in preda al ferro, al foco fôran già tutti. Ah! figlio, non il volto de l'odïata Argiva, non di Pari la biasmata rapina, ma del cielo e de' celesti il voler empio atterra la troiana potenza. Alza su gli occhi, ch'io ne trarrò l'umida nube, e 'l velo che la vista mortal t'appanna e grava: poscia credi a tua madre, e senza indugio tutto fa' che da lei ti si comanda: vedi là quella mole, ove quei sassi son da' sassi disgiunti, e dove il fumo con la polve ondeggiando al ciel si volve, come fiero Nettuno infin da l'imo le mura e i fondamenti e 'l terren tutto col gran tridente suo sveglie e conquassa. Vedi qui su la porta come Giuno infurïata a tutti gli altri avanti si sta cinta di ferro, e da le navi le schiere d'Argo a' nostri danni invita: vedi poi colà su Pallade in cima a l'alta rocca, entro a quel nembo armata, con che lucenti e spaventosi lampi il gran Górgone suo discopre e vibra. Che piú? mira nel ciel, che Giove stesso somministra a gli Argivi animo e forza, e incontro a le vostre armi a l'arme incita gli eterni dèi. Cedi lor, figlio, e fuggi, poi che indarno t'affanni. Io sarò teco ovunque andrai, sí che securamente ti porrò dentro a' tuoi paterni alberghi.

Omero - Iliade, Libro II, 721 ss  

Lasciami qui…

Mettimi giù, lasciami andare, non ti voltare.

Prendi tuo figlio per mano e lasciami qui, seduto su un sasso ad aspettare una punta di freccia che vaga senza sapere dove la porteranno le ire di Marte; o un tizzone pietoso che rotola giù dalle mura infiammato della giocosa furia di Olimpo; o che ceda il mio cuore, schiantato dal ricordo di tutto quello che era e non è più e da quello che i miei occhi velati di bruma riescono a scorgere nei bagliori del sole che sorge. Tutto ciò che era e che amavo ormai non è più. Distrutto, bruciato, annientato.

Mettimi giù, poiché ciò che dovevo vivere ormai l’ho vissuto: ho visto tante albe impugnare le spade lucenti dei raggi del sole e scavalcare, come guerrieri che camminano nella volta del cielo, gli aspri pendii dei monti. Ho visto musiche e tramonti di sangue, ho avuto sulla mia testa molte notti di stelle e cicale.

Io ho avuto tanto, Figlio, tu ancora molto hai davanti, oltre alla gloria, alla lotta, all’amore e al dolore per averlo perduto: mettimi giù, lasciami andare, non ti voltare.

Hai strade da percorrere, avete cento e mille giorni davanti per ascoltare la voce del vento che asciuga il sudore dai capelli e dagli occhi e sussurra favole di terre lontane; cento e mille giorni davanti per scivolare su onde possenti  guardando Nettuno negli occhi; cento e mille giorni per camminare spediti, con il passo di giovani cervi, sui pendii verdi di terre ignote e nascoste.

Non ti voltare, abbandona quest’ospite scomodo e zoppo al banchetto degli avvoltoi: nutrili, e trai la tua forza dal peso che hai lasciato indietro. Senza voltarti.

Sono stato amato da dee e per questo punito. Ho combattuto e preso nelle mie mani le vite di giovani agnelli mentre uscivano dal ventre delle loro madri, ho sofferto e gioito dei piccoli giorni di pace, steso su un prato a masticare una filo d’erba accarezzato dalla brezza profumata di mare. Ho avuto piccoli attimi di felicità e grandi ore di dolore.

Il mio sole è sorto e sta per tramontare. Lascialo qui, seduto su un sasso non troppo aguzzo e vai, con tuo figlio per mano, mondato dal peso di un vecchio coperto di pelle cascante sulle ossa malate, con la vista annebbiata e i denti che cadono, uno per uno, come gocce di pioggia.

Non me la sento di fendere i flutti per assaporare le nuove spiagge. Insieme al mio re, alla mia storia, insieme a tutta la vita che ho conosciuto: è qui, che devo restare, nonostante l’orgoglio di un figlio forte e devoto che mi tiene ben saldo con le braccia possenti, attento a non lasciarsi sfuggire il padre e l’onore, e il figlio bambino per mano.

Prendi il piccolo in braccio e lasciami qui a piangere insieme alle grida che si alzano al cielo. Sono una radice ormai secca, non ho più linfa per attecchire altrove.

Lascia che bruci con in mano una pietra a difendere, anche solo per un istante, un lembo di questa terra dalle belve assetate di sangue che cercano di ucciderla e irrigarla col sangue. Con il nostro sangue.

Avranno il mio, ma sarà versato per una nobile causa. Lasciami qui, appoggiato a un sasso non troppo appuntito e scappate, scappa più lontano che puoi, a  scoprire nuove terre e fondare città, ricordando il mio nome e da dove proviene, il tuo sangue.

Non ti voltare, lasciami andare, mettimi giù.

Ma tu non  ascolti e scappiamo veloci come lepri fuggiasche verso un luogo senza domani,  dove le urla saranno un ricordo e una eco, correndo tra il greto del fiume e le onde del mare.

Non mi hai lasciato, non mi hai messo giù. Mi hai trascinato come una cesta colma di olive, correndo e tirando con forza tuo figlio dalle gambe di gatto, non hai ascoltato i pensieri e la voce di un vecchio che ti chiedeva di essere utile ancora una volta, un’ultima volta, restando indietro a difendere, inerme, la terra dei padri. A rallentare la corsa, anche solo per un brevissimo istante, di chi avrebbe voluto trafiggerti il petto e calpestare, come uno scarafaggio molesto, il corpo minuto e indifeso del piccolo. Ti ho seguito, aggrappato alle carni, perché non potevo fare altrimenti.

Non ho più occhi, né braccia possenti, né voce stentorea per ordinarti, da Padre, «Mettimi giù, lasciami andare, non ti voltare». E, come una cesta piena di olive ormai rinsecchite, mi hai portato con te. Inutile orgoglio, vestigia di un tempo ormai morto. Eppure, per questo ti amo più degli Dei, Figlio.

L’immagine di copertina rappresenta l’opera La fuga di Enea, che sorregge Anchise sulle spalle, di Charles-André van Loo, 1729, Parigi, Musée du Louvre.

 



Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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