Le due metà del mondo

Tra iperrealismo e vita parallela

Il 26 gennaio 2017 esce in seconda battuta il romanzo d’esordio della ventinovenne Marta Morotti: Le due metà del mondo. Pubblicato già nel 2015 per la collana Harlequin Mondadori, dopo la definitiva acquisizione di questa da parte del colosso editoriale Harper Collins, la sezione italiana della casa editrice decide di dare al romanzo un più ampio respiro attraverso la collana dedicata alle novità editoriali italiani, la HC. Il contenuto rimane invariato, la promozione comincia daccapo.

La protagonista del romanzo, Maria, è anche la principale narratrice della vicenda. Percorre la sua vita dai cinque ai diciannove anni, momento in cui le vicende si fanno più dense e decisive. Si racconta prevalentemente attraverso gli occhi dei genitori, Lucia e Alfio, che rappresentano per lei la solidità, l’amore indissolubile tra uomo e donna. Leggiamo di una famiglia operaia trasferita a Torino negli anni Ottanta per scappare alla mafia siciliana che chiede il “pizzo”, nostalgica di una terra sempre nel cuore. Sbirciamo negli androni tristi delle case popolari, in una periferia fatta di nomi non proprio torinesi, e dentro gli appartamenti dal profumo di torte di pere e cioccolato, o di maccheroni al sugo. Lo spaccato di un’Italia umile continua nelle scuole statali, dove Maria, seppur dotata di un’intelligenza brillante e di una maturità accentuata, si sente perennemente un pesce fuor d’acqua e trova un’unica ancora di salvezza alla solitudine: Salvatore, nomen omen. Il compagno di banco e l’amico della vita è figlio di un tabaccaio: «Lui, un destino diverso dal mio. Lui era ricco. Era il figlio del Colonia che aveva il negozio di tabacchi in Corso Giulio».

L’infanzia di Maria viene stravolta dalla nascita di Omar, il fratellino, cui è diagnosticato un ritardo mentale. Questa vive il clima di angoscia verso il futuro della famiglia. Da qui in poi le verità saranno lineette traballanti, in bilico tra patologie, fantasia, vite parallele, iperrealismo alla Paolo Giordano ne’ La solitudine dei numeri primi.

Intanto il lettore  assiste a una vicenda a senso unico, che narra di una bambina che porge le sue cure a un fratellino con strani occhiali graduati e che rimprovera il vicino in sua difesa; di una preadolescente che scarta i pacchi di Natale nel 1993 insieme a Omar e stimola in lui la passione per la danza facendogli ascoltare la musica dei Take That; di un’adolescente che percepisce la gelosia del fratello per la sua “normalità”. Il tutto condito da un’ingiusta fissazione del padre nel volerla operaia, alla fine del liceo, e nel privarle quindi la formazione universitaria.

Sarà la voce di Lucia, la madre, a svelare solo alla fine la verità. Il lettore ne sarà messo al corrente quando Maria comincia a rendersi conto che esiste un mondo inesplorato oltre Salvatore e alla propria famiglia. Un mondo fatto di ragazzi che fanno battere il cuore, di amiche che consigliano l’abbigliamento giusto, di jeans e t-shirt sopra l’ombelico, di ceretta alle gambe e smalto alle unghie, di telefoni cellulare, di serate al bowling e pizzeria.

Morotti ha osato, e ha vinto. Le recensioni positive non lasciano dubbi sul valore di questo romanzo per il proprio pubblico, considerato «qualcosa di diverso ma estremamente reale». L’opinione sul realismo insito nel romanzo è condivisibile. Morotti ci mostra uno scorcio sull’Italia guardata con gli occhi degli allora “immigrati”, come venivano chiamate le persone del Sud trasferite nelle città del triangolo industriale. Ci presenta la fabbrica italiana per eccellenza, la FIAT, in un tardo taylorismo che vede l’operaio meno acefalo e addirittura contento di andare in fabbrica profumato di acqua di colonia, perché i veri uomini devono avere rispetto verso i colleghi. Salvo poi scoprire che ciò che abbiamo scorso con gli occhi di Maria erano parti del suo personale mondo. E in quello reale l’operaio spera che la figlia studi e ribalti quel destino miserevole.

L’effetto realistico è dato anche dalle inquietudini adolescenziali, su cui per la verità vengono spese da sempre parole e pagine; dal mancato dialogo con i genitori, che però sono il modello da seguire.

La città invece ha una bellezza medusea, è come ovattata:

Torino […] stendeva le sue mani grandi dietro le colline e si sdraiava sulle case, tra le vie, sui cimiteri. Il fiume la cullava. Anche lei era stanca. Meritava di essere lasciata in pace, almeno per un po’. Veniva chiamata la città della magia, concentrava in sé il bene e il male, il nero e il bianco. Era fatta di palazzi in cui avevano abitato madame egoiste e assassine, di piazze in cui parevano esserci porte dell’Inferno, di portoni che nascondevano tra le intarsiature del legno significati esoterici.

L’estratto sopracitato è forse il più ricco di subordinate. Nel resto del libro infatti la sintassi prevalente è di tipo paratattico. È proprio quest’ultima tecnica, appresa – afferma Morotti – alla Scuola Holden di Torino («Mi hanno insegnato a calibrare l’uso delle parole, a cercare di creare armonia, a non utilizzare periodi troppo lunghi») a consegnare al lettore un clima di realismo, un ritmo dal breve respiro, dal tempo presente che incede, nonostante l’uso del passato remoto. Un esempio:

Dovevo cambiare. O sarei rimasta sola. Chiusa tra le poche persone che ormai avevano poco ancora da darmi. Nella mia solitudine non ero così diversa da Omar. Tra noi, però, c’era una differenza. Una sola, ma enorme. Io sarei potuta esistere davvero, se solo avessi voluto. Lui no.

Tutto questo realismo, così decantato dai lettori (o meglio, lettrici) di Morotti, si spezza nel vero centro del romanzo, al capitolo 35. E per la lettrice-tipo Harper Collins, che cerca solitamente una letteratura con funzione consolatoria data dalla trama prevedibile e sicura, questo capitolo potrebbe rappresentare un pericolo.

Mi concedo una piccola digressione. Nel 1984 Janice A. Radway con Reading the Romance. Women, Patriarchy and Popular Literature indaga a livello sociologico sulle lettrici di romanzi rosa negli U.S.A.. Ne emerge proprio la funzione definita “tranquillante” della letteratura femminile. I soggetti considerati con indagine sul campo hanno confessato di tornare a leggere lo stesso libro più volte per essere sicuri dell’effetto consolante della storia.

Ed ecco che, nonostante le sopracitate premesse, Morotti decide di confessare che la protagonista, ormai entrata nella pelle della lettrice dopo due terzi abbondanti di libro (tornando alla ricerca di Radway, possiamo immaginare che la lettrice modello abbia stimolato una forte empatia nei confronti del personaggio femminile principale) ha apparecchiato un mondo alternativo nel quale la lettrice è stata trascinata. Da quel punto sarà qualcun altro a riscrivere la storia.

L’effetto realistico del romanzo ha il suo epilogo al trentacinquesimo capitolo, e viene trascinato un po’ sbrigativamente dalla madre per altri dodici. Rimaniamo nell’ambito del romance, dove la fiction non deve essere prevaricata da un realismo «da manuale diagnostico e psichiatrico», pieno di «etichette, paroloni o diagnosi che magari stonano», come mi spiega la dottoressa Laura Francioli, PhD in Medicina del Lavoro e Igiene Industriale, Università di Copenhagen.

Le due metà del mondo presenta, seppure inizialmente sotto mentite spoglie, ha in sé gli elementi della fiaba moderna. Mancando, al trentacinquesimo capitolo, il senso di realismo atteso sin dal principio, Maria fa addirittura pensare a una Cenerentola del terzo millennio per la vita umile, la tragedia familiare, il salvatore maschile (qui con la lettera maiuscola), l’inadeguatezza verso un mondo da cui prima o poi riceverà un riscatto («“La felicità è un lusso che non ci possiamo permettere. […]”» è stata la sentenza emessa dalla mente di Maria, salvo poi scoprire che «Si è laureata con il massimo dei voti e ora è psicologa. Quello che ha sempre voluto essere»).

Non per ultima la copertina richiama elementi di fiaba immediati. Lo specchio ovale è simbolo ormai canonizzato della competizione tra Biancaneve e la Strega, sua matrigna. Specchio qui che è tenuto con forte presa da una mano di donna, e che riflette una foresta. Torna ancora la fiaba: la foresta ne è lo scenario classico, perché luogo di introspezione con significato di esperienza iniziatica.

L’elemento di rottura è affidato alla morte. Ha esattamente la funzione di punto di non ritorno. Ho il sospetto che questo tipo di narrazione sia di facile presa per il lettore, voglio dire: che trascini un carattere di opsis, e che venga quindi usato come elemento scioccante per restituire in modo sempre efficace le emozioni forti che i romanzi sono destinati a suscitare. La morte sfrutta quindi, senza troppi sforzi per l’autore (perché è la materia in sé a essere tragica e basta solo saperla collocare al momento giusto per riuscire a creare pathos), quella spettacolarità criticata da Aristotele, ma anche – come sottolinea Leonardo Terzo (Sublimità contemporanee, 2007) – da Denis Diderot, che critica a sua volta l’arte eccessivamente teatrale, e da Clive Bell, che in Art (1914), «si esprime contro il teatro che ispira al pubblico una sorta di autocompiacimento per la propria capacità di commuoversi».

La novità, rispetto alle fiabe moderne che sono insite nei romanzi contemporanei, riguarda il lieto fine, che qui conclude il romanzo e chiude il cerchio di sofferenze: Maria diventa psicologa, benestante e felice.

Note: Le due metà del mondo è un romanzo di Marta Morotti, edito da Harper Collins Italia nel 2017. ISBN 9788869051739.

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Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

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