“Questa sera dirò le mie preghiere. Non più ai piedi del letto, con le ginocchia sul legno duro del pavimento della palestra, Zia Elisabetta in piedi sulla porta, con le braccia conserte, il pungolo da bestiame appeso alla cintura, mentre Zia Lydia percorre a grandi passi le file di donne inginocchiate in camicia da notte, colpendo leggermente schiene, piedi, braccia con dei colpetti della sua stecca di legno quando si accorge che stiamo scomposte o perdiamo fervore. Voleva che tenessimo la testa china, esattamente come ci veniva indicato, le punte dei piedi unite e ben in fuori, i gomiti piegati a formare tutte lo stesso angolo. Parte del suo interesse era di natura estetica: amava l’aspetto esteriore della cerimonia. Voleva che somigliassimo a un’immagine incisa su una tomba di un cimitero anglosassone o agli angeli delle cartoline di Natale, tutte uguali nelle nostre vesti di purezza. Ma conosceva anche il valore spirituale della rigidezza corporea, della sollecitazione muscolare. Un po’ di dolore purifica la mente, diceva.”

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella.

Le zie

The Handmaid’s Tale – Il racconto dell’ancella, zia Lydia (fonte YouTube)

Silenzio, occhi chiusi. Quiete, immobili, docili. Dome.

Passare tra le file di brande e controllare che le palpebre siano serrate, i respiri regolari e non ci siano bisbigli e domande che frullino in quei loro cervelli da educare a essere le più importanti di tutte. Il pomeriggio, il momento del sonnellino come all’asilo infantile: eccolo, il momento più bello della mia giornata.

Ve lo ricordate vero, com’era prima, in quel miscuglio ebbro ed anarchico di corpi e di abiti, senza disciplina, senza distinzioni, senza regole, quando le donne non avevano scopo perché tutte potevano fare di tutto, tutte erano uguali nella difformità bieca del mondo promiscuo di pelli distese a prendere il sole sulle coperte nei parchi, quando le televisioni mostravano brandelli di pelle e femmine che alzavano il mento a sfidare l’ordine delle cose, quello che è sempre stato e che ora, Dio ti ringrazio, è tornato. Grazie anche a me, sta tornando.

La mia bacchetta di legno, lunga ed elastica, è uno strumento della sua Grazia. Beati i poveri di spirito, perché loro è il regno dei cieli. Beati i mansueti, beati i silenziosi, Beate le donne che sanno e conoscono l’arte dell’invisibilità, la testa vuota e il ventre pieno. Umili, quiete, trasparenti, obbedienti.

La libertà era un fardello pesante da portare, era caotica e rumorosa, era qualcosa che non è mai appartenuto al genere umano se non in una breve parentesi empia che, per Grazia di Dio, è terminata.

Sono uno strumento glorioso del ritorno dell’Ordine.

Sono io che vi addestro e addomestico. Un compito a termine: quando ci saranno altre Ancelle, le nuove, quelle nate dai vostri grembi una volta ribelli, non ci sarà più bisogno di me e io potrò riposare.

Non come ora, non come ieri quando osservavo lo scempio, inerme e beffata, e come un coccodrillo che si finge tronco alla deriva nella corrente di un fiume fangoso, aspettavo che arrivasse il momento. Le osservavo, mentre si riempivano la bocca di paroloni insensati – voglio, posso, devo parlare, fare, pensare -, e il ventre di uomini – autobus: scendevano da uno, salivano in un altro come se fossero fermate del tram, senza porsi il problema di sé stesse, di Dio, della gente, di me.

Non mi hanno mai guardata davvero. Mai. Invece adesso mi vedono eccome e chinano il capo e obbediscono, e osservano ogni mio gesto, ogni sospiro e silenzio e mi temono, come dovrebbero temere Lui e la sua ira.

Siamo le mani del Signore e il suo nerbo, umili serve che insegnano la ribellione suprema della nullità. Libere da passioni, sentimento, pensieri, libere da qualunque cosa non sia ordine, così come è sempre stato e sempre sarà. Non è meraviglioso, giovani ricche dei vostri ventri, gli unici che possono ancora generare la Vita?

Non dover pensare più a nulla, non dover più decidere e fare, solo aspettare e aprire, nei giorni propizi, le gambe per accogliere il seme degli Uomini. Senza più altro da fare, o corpi da mostrare, piaceri da provare.

Il piacere, in fondo, è una schiavitù sottile, il minuscolo morso di un ragno velenoso che non lascia scampo. Basta una volta per cadere nella trappola e non averne mai a sufficienza.

Indecenti, impudiche frignone, ecco cos’erano un tempo, cosa sono quando arrivano qui, prima di me, di noi, dell’addestramento feroce alla virtù. Belle o brutte, non importa, il loro problema è che sono donne: devono comprendere e accogliere il posto previsto per loro.  Invece hanno permesso, desiderato, bramato gli sguardi e il contatto quando avrebbero dovuto ubbidire all’ordine naturale del creato, così come è sempre stato. Gioivano degli occhi pieni di voglia che le seguivano, delle mani che le toccavano e li provocavano: stupide e inutili meretrici!

La colpa, quel seme gramo che giace e germoglia in ognuna di noi e che loro, prima di questo, prima di me, accoglievano con soddisfazione maligna e malata, prima che io e le mie sorelle ci accollassimo la missione fatta di scosse con il pungolo per riportare a più miti consigli le vacche, di colpi di nerbo sulle piante dei piedi, di lezioni infinite su cosa sia giusto e cos’era sbagliato in loro un tempo. Mi diranno grazie quando avranno capito il dono che hanno, la fortuna che giace in due piccole ovaie che ancora funzionano.

Non essere viste né udite da alcuno, silenziose come le ombre degli alberi.

Io, invece, ho sempre saputo quale fosse il mio posto, il gradino sul quale avrei dovuto sedermi. Ero così anche allora, anche prima di questo, quando avevo un lavoro e una casa per me e tornavo da sola la sera ad accendere la luce sul tavolo spoglio e sulle piante che si sono sempre ostinate, nonostante le mie cure, a morire.

Le osservavo in silenzio in ufficio, per strada, nei bar, nei cinema, al supermercato: provocavano, ridendo sguaiate con le bocche aperte e le labbra dipinte di rosso, le magliette aderenti e scollate che facevano vedere ogni cosa, ogni singolo lembo di carne mostrata come una carcassa di pollo dal macellaio, per poi lamentarsi di tutto quello che avevano messo in moto, gli apprezzamenti pesanti, le mani schiaffate sui glutei come a tastare un melone, i pianti scomposti quando qualcuno cadeva nella loro trappola e le prendeva nonostante tutto, in una camera da letto o in un angolo buio.

Le disprezzo, l’ho sempre fatto e continuerò anche quando saranno convertite alla verità, alla cruda e meravigliosa realtà del presente.

Che dormano nelle loro brande, che sognino quanto era bella la vita di prima. Tra qualche tempo, toglieremo loro anche quei sogni bastardi.

Vado a prendere un tè, prima di svegliarle e ricominciare.

Quanto è bella la vita, adesso.

 

Chiara Menardo ha pubblicato

La mareggiata in un barattolo

per Harper Collins Italia, collana eLit, 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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