L’erba del vicino

Peppe ‘A Giamaica è, da sempre, un sostenitore della legalizzazione della cannabis. Da molti anni, stanco di dover finanziare i traffici illegali delle mafie mondiali, aveva deciso di mettersi in proprio, creando la sua personale coltivazione di marijuana nella cantina dei nonni. Di notte, senza farsi vedere da nessuno, aveva trasportato decine di sacchi di terreno in quello scantinato troppo umido per far crescere qualsiasi tipo di pianta. Per riscaldare l’ambiente, illuminarlo a dovere e garantirgli la giusta ventilazione, il consumo di elettricità dei due poveri vecchietti era, però, cresciuto a dismisura. Peppe convinse tutti che la causa dell’aumento delle bollette fosse dovuto all’utilizzo sfrenato di due stufette elettriche e i due poveri anziani passarono gli ultimi anni della loro vita al freddo e al gelo. E’ ancora viva nei miei ricordi l’immagine di quei due poveri vecchietti seduti sul divano a vedere la televisione, nelle loro tenute da sci che Peppe gli aveva procurato.

«E’ per una giusta causa» ripeteva sempre ‘A Giamaica, «se tutti facessero come me, la mafia sarebbe già fallita», completando la frase con il solito grido di battaglia: «Uagliù c’ ha faccimm na cannetta?»

Peppe aveva convertito alle droghe almeno quattro generazioni esortando tutti a non andare a comprare la merce per strada ma di rivolgersi a lui. «Quelli vendono solo immondizia. Questa è roba buona, viene dalla Giamaica» ripeteva ogni volta che tornava dai suoi viaggi oltreoceano, perché Peppe in Giamaica ci andava ogni anno. I racconti di come eludeva i controlli al ritorno dai suoi viaggi sono diventati leggende che si tramandano da padre in figlio. La tecnica più usata era quella di nascondere i semi nelle tutine dei neonati.

«E’ per una giusta causa» ripeteva sempre ‘A Giamaica, «se lo stato la legalizzasse, la mafia sarebbe già fallita», completando la frase con il solito grido di battaglia: «Uagliù c’ ha faccimm na cannetta?»

Quando un inverno troppo freddo si portò via i suoi nonni, Peppe pianse tre notti e tre giorni. Nessuno riuscì a consolarlo. «Era molto attaccato ai suoi nonni» diceva la mamma di Peppe, ignorando che il figlio, con la messa in vendita dell’appartamento, aveva ben altre preoccupazioni.

Fu allora che Peppe ci chiamò tutti a rapporto: aveva bisogno di un’altra cantina.

«Io so che i tuoi nonni vivono al Rione Olivetti e lì tutte le case hanno la cantina» mi disse cogliendomi di sorpresa.  «Bene, stanotte facciamo un sopralluogo» esclamò mentre aveva già rullato un’altra canna. Mentre tutti si godevano lo sballo io, pensavo ai miei poveri nonni costretti a vivere il resto dei loro giorni in un igloo.

Il piano di Peppe ‘A Giamaica prevedeva che quel giorno stesso, rubassi le chiavi della cantina e, dopo averne fatto un duplicato, li rimettessi al proprio posto, così quel pomeriggio, dopo scuola, andai a pranzo a casa loro. La casa dei nonni era un cantiere aperto.

«Non faremo la fine dei Caputo» proclamò mio nonno, appena mi vide e, senza darmi il tempo di rispondere, mi portò fuori al balcone.

«Non ci faremo rubare la pensione da quegli imbroglioni dell’Enel» gli fece eco mia nonna emozionandosi come una bambina davanti a quel capolavoro d’ingegneria e, mentre il marito elencava le caratteristiche tecniche della nuova caldaia, lei si faceva continuamente il segno della croce, in memoria dei coniugi Caputo, i nonni del mio amico Peppe ‘A Giamaica.

«Stanno montando i termosifoni» dissi quella sera a Peppe cercando di dissuaderlo dal trasformare in una serra la cantina dei miei nonni.

«Ho parlato con Armando, quello lavora all’Enel. Ci sistema il contatore e i tuoi nonni non avranno sorprese sulla bolletta.»

«Ma è illegale. Vuoi farli andare in galera?»

«In galera a settant’anni?» e, senza aspettare la mia risposta, chiuse il discorso con «C’ha facimme na cannetta?»

Le successive notti le passammo a trasferire tutto l’occorrente da una cantina all’altra. La cosa più difficile fu eludere la sorveglianza di Vicidomini, il vicino dei miei nonni, che soffriva d’insonnia e passava tutte le notti a fumare fuori al balcone.

«Che state combinando?» mi chiese una mattina il vicino invadente.

«La casa dei nonni di Peppe è stata venduta e lui ci tiene a conservare alcune cose. »

«Mi ricordo com’era sconvolto al funerale. Se volete, potete usare pure la mia cantina.»

«No grazie, c’è abbastanza spazio nella nostra» dissi sperando che non parlasse mai di questa cosa con i miei nonni.

Il cambio di sede non ebbe nessun contraccolpo nella produzione di marijuana che continuò alla grande senza conseguenze sul consumo elettrico dei miei nonni.

«’O pezzotto di Armando funziona alla grande» diceva Peppe trascurando volutamente un particolare agghiacciante: se avesse pensato prima a questa truffa, i suoi nonni, forse, sarebbero stati ancora vivi.

L’arrivo dei termosifoni portò giovamento all’intero condominio. Vicidomini, vedendo l’effetto del calore sull’artrite della nonna, volle subito farseli installare pure lui. Effettivamente mia nonna aveva ripreso a uscire e in compagnia del marito faceva delle lunghissime passeggiate.  Il calore ebbe subito effetto anche sull’insonnia di Vicidomini che, grazie alle lunghe dormite, riprese tutte le sue attività a pieno regime.

Tutti erano felici e quando scoprii che Peppe ‘A Giamaica aveva trasformato in una serra anche la cantina di Vicidomini, non mi arrabbiai più di tanto.

«E’ per una giusta causa» mi disse Peppe ‘A Giamaica, «ci sono troppe cantine abbandonate in questo rione» aggiunse, senza aver paura di svelare le sue mire di espansione.

L’arresto di Peppe fu un fulmine a ciel sereno. Al ritorno di uno dei suoi viaggi in Giamaica, non avendo trovato nessun neonato da usare come trolley per i semi, aveva deciso di adottare il suo famoso piano B: inseriva i semi in ovuli che ingoiava poco prima dell’atterraggio. Quella volta, però, la cucina giamaicana gli aveva giocato un brutto scherzo e la scorpacciata di Patty di manzo della sera prima, gli costò caro. Dopo aver ingoiato gli ovuli, il ripieno di carne, cipolle e peperoncini, di quella specie di calzoni giamaicani, cominciò a ribollirgli nello stomaco.  Quando scese dall’aereo, la nausea era ai massimi livelli.  Un  finanziere, insospettito dalla sua faccia bianco cadavere, lo fermò e gli chiese di aprire la sua valigia. Tutto sarebbe filato liscio se Peppe non avesse vomitato tutto quello che aveva nello stomaco, sugli stivali luccicanti del giovane doganiere.

Quando il fratello di Peppe ci comunicò la triste notizia, caddi nel panico più totale. Corsi a casa dei nonni e, dopo aver spento tutte le macchine che le tenevano in vita, strappai tutte le piante di marijuana che c’erano nella cantina nostra e in quella di Vicidomini. Per fortuna pensai bene di scassinare anche le altre due cantine dove trovai altre serre da distruggere. Sia la coppia di sposini, sia i due cinquantenni con il figlio adolescente avevano, a loro insaputa, finanziato il piano illegale di Peppe ‘A Giamaica. Quando uscii da quel palazzo con quattro buste giganti per la spazzatura, pieni di erba, sperai che Peppe non avesse trasformato anche le altre cantine del rione.

Mi servirono altre tre notti per liberarmi dei deumidificatori, le stufe, gli essiccatori, gli estrattori d’aria e le lampade ad alto voltaggio che Peppe aveva installato nelle quattro cantine del palazzo dove vivano altrettante famiglie all’oscuro di tutto. Dopo aver portato tutto in una cava di tufo abbandonata, chiesi ad Armando di modificare di nuovo i quattro contatori dell’energia elettrica. «Qui c’è gente che farebbe carte false per avere ‘o pezzotto e tu mi chiedi di toglierlo?» mi domandò Armando come se stesse parlando con un pazzo. «Si grazie Armando» gli risposi. Non potevo lasciare nessuna traccia che collegasse Peppe ‘A Giamaica con il palazzo dei miei nonni.

«Il tuo amico Giuseppe come sta? E’ molto tempo che non si fa vedere» mi chiese un paio di giorni dopo, mia nonna che un riacutizzarsi dell’artrite aveva costretto a letto.

«Perché non lo fai venire un poco qua?» aggiunse il nonno con un tono supplichevole che mi diede molto fastidio.

«Noi abbiamo bisogno delle sue sigarette» s’intromise Vicidomini che vedendomi arrivare dal balcone, si era precipitato di corsa nell’appartamento dei miei nonni. «A me fanno dormire» erano le ultime parole che avevo sentito prima di scappare via da quell’incubo.

Avevo fatto le scale di corsa e mi accorsi di Luigi, il ragazzo adolescente che abitava al pian terreno, solo quando gli sbattei addosso. Era in piedi davanti al portone deciso, a non farmi passare a nessun costo.

«Il dottore ha detto che da adulto tutto passerà» mi disse Luigi accompagnando la frase con molteplici movimenti involontari del corpo, «è facile parlare. Vorrei vedere lui, uscire da casa con tutti questi tic. Peppe dice che quella roba non fa male, anzi, può curare molte cose. E ha ragione. Io con le sue sigarette sono un ragazzo normale. Perché non viene più?» e scoppiò in lacrime.

Approfittando del suo momento di debolezza uscii dal palazzo di corsa, dovevo andare alla cava a recuperare i bustoni pieni di erba. L’effetto terapeutico, che Peppe tanto decantava, era realtà. Lui aveva ragione, tra qualche anno i governi di tutto il mondo avrebbero legalizzato la cannabis e usato la marijuana a scopo terapeutico.

«Tra vent’anni, nel 2000, andremo a comprare le foglie di marijuana nelle erboristerie» diceva sempre Peppe ‘A Giamaica e noi eravamo convinti che fossero i deliri di un povero drogato.

Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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