L’erba del vicino

Il racconto quarto classificato di Ricettacolo – L’Invidia
di Massimo Coccia

immagine tratta da ©DonnaModerna

«Francy, devo parlarti».

«Che succede, pa’?».

«Senti, ora che hai 12 anni credo sia arrivato il momento…».

«Momento di che?», sollevò un sopracciglio.

«Di aprirti all’arte dei Pinna».

«Abbiamo artisti in famiglia?», sollevò anche l’altro, sorpreso.

«Ma che domanda è?», disse il padre, abbassandogli le sopracciglia con le dita, sorridendo. «su, forza, vieni». Si diresse verso la cucina.

«Ah, l’arte è in cucina! Dovevo capirlo. In effetti panze in famiglia ne abbiamo a perdere».

«Ehi! Questa cosa è sottoposta a vincolo Pinna quattro “x”, il massimo. Quindi…».

«”Non può essere pronunciata in presenza di anche un solo parente fino al sesto grado nemmeno sotto tortura”: lo so pa’, ok. Quindi?».

«Quindi eccoci qui. A 12 anni, è tempo che gli avi ti parlino, attraverso loro».

Indicò verso il tavolo dove due grossi pesci, spellati e con i grandi occhi estroflessi e penduli, lo guardavano grotteschi.

«Ti presento, o meglio nonna ti presenta, sua maestà il gattuccio!».

«Wow! È la ricetta di nonna?».

«Sì, ma della mia di mia nonna, Ada. Oggi ti spiego come fare sa burrira. Sarebbe sa burrida ma sai che i nomi sono simboli arbitrari, e nonna la chiamava così. E tu mi aiuterai, sei grande a sufficienza».

Lo guardò solenne e il ragazzo ebbe un breve fremito di commozione.

«Che c’è?».

«Beh, è la prima volta che mi dici “grande”… di solito sono “troppo piccolo per fare” qualsiasi cosa. Credevo fosse la tua frase preferita».

«Lo è. Non voglio tu cresca. Nessun padre lo vuole. Ma succederà. Dai, vieni che iniziamo».

Aprì lo stipo e prese la moka. Di nuovo un sopracciglio dubitativo ornò il volto del ragazzo. Antonio lo vide.

«Nonna senza caffè non cucinava. Quindi si parte dal caffè. Che tu non berrai perché?».

«Son troppo piccolo per farlo?».

«Giusto!».Risero assieme.

«Non è giusto però. Il caffè è proprio buono. Non vedo l’ora di essere grande».

«Non farlo… essere grandi è sopravvalutato».

«No, pa’. Non lo è. Niente caffè, niente vino, copriti che fa freddo, è ora di andare a letto, non puoi uscire con gli amici, il cellulare no, internet non più di mezz’ora al giorno, niente parolacce… Essere piccoli è una barba».

«Credimi, picc… Francesco, essere grandi è sopravvalutato. Pensa che io vorrei essere piccolo…».

«Che cazzata!».

«Ehi! Niente…».

«…parolacce, già, sono piccolo!».

Francesco si adombrò. Il padre lo guardò, sorridendo mentalmente, dietro la tazzina di caffè che nel frattempo era salito invadendo la cucina del suo aroma borbottante.

«Dai, Francy», gli disse arruffandogli i capelli ricci, «vieni che ti presento».

Prese i due gattucci, e cominciò a manovrarli come marionette, facendo una buffa voce.

«Pa’, guarda che questa è la voce di Buzz Lightyear, non di un gattuccio».

«Hai mai sentito parlare un gattuccio, prima? Verso l’infinito, e oltreeeeeeee», disse slanciando uno dei due pesci verso l’alto. Francesco rise, e alla fine i due pesci planarono sul tagliere, e Antonio prese due coltelli.

«Pronto? Ora tocca a te. Anche a te. Prendi il tuo pesce, ma prima guarda me. Vai, taglia a tocchetti, il più regolare possibile. E attento a non tagliarti».

«Lo so, papà… son 12 anni che me lo ripeti… com’era nonna? mi sarebbe piaciuto tanto conoscerla…».

«Nonna era spettacolare. Era una di quelle donne ubique. C’era sempre, ovunque, prima di tutti. Organizzava, vestiva, cucinava, medicava, consolava, dirigeva… Il capitano della nave. Al profumo di Felce Azzurra».

«E io non c’ero…».

«No, ma tu conoscerai tua nipote, e io probabilmente no… quindi di nuovo, non sopravvalutare la mia anzianità. Ora un passaggio importante. Taglia la testa, e taglia via i fegatini».

«’Sti cosi marroni? Ma fanno schifo!».

«Sì, parecchio, e vedrai dopo! Essere grandi comporta l’affrontare grandi sfide. Come i fegatini del gattuccio! Hai acceso l’acqua?».

«Uhm, no… non me lo hai detto».

«Molto male, mozzo», disse Antonio facendo la voce del vecchio lupo di mare, «occorre iniziativa! Forza, corpo di mille balene, anzi di due gattucci! Si armi una pentola ricolma di acqua e sale!». Francesco accese il fuoco.

«Serve tanta acqua. E sala come per la pasta, anzi, un filo di più».

«Così?».

«Molto bene. Vieni che c’è la cosa più da grandi: sminuzzare i fegatini». La faccia di Francesco si contrasse.

«Mamma che schifezza».

«Vero? Oh questa è roba da grandi davvero».

I fegatini, tagliati, cominciarono a rilasciare la loro sostanza oleosa, fondamentale per la buona riuscita del piatto.

«Ora lasciamoli riposare e sotto con l’aglio. Spela, togli il cuore, sminuzza. 5 spicchi. E quando hai finito dobbiamo aprire 2 etti e mezzo, meglio 3, di noci. E senza schiacciarsi le dita, pensa…». Antonio intanto buttò il pesce a bollire. «E mentre prepari tutto, conta 20 minuti così il pesce è pronto».

«Ehi ma è difficile fare tutto assieme».

«Sì, certo. Si chiamano scadenze, responsabilità. Capirai».

Passò il tempo stabilito, con Antonio che sorseggiava il secondo caffè, Francesco che trafficava con lo schiaccianoci, i gattucci che bollivano.

«20 minuti pa’».

«Molto bene, sous-chef. Scola e lascia nel colapasta».

«Fatto».

«Ottimo, ora facciamo la salsa. Padella!».

Francesco gliela passò. Antonio mise l’olio a coprire il fondo e rosolò prima l’aglio.

«Ora guarda, Francy. Quando il colore vira al biondo (non al nero) butti fegatini e noci. E lasci andare qualche minuto, ok? E poi l’ultimo tocco, l’aceto. Rosso, mi raccomando. Diciamo mezzo bicchiere, ma qui va molto a gusti. Ai Pinna piace così. Mezzo bicchiere, e sfumi finché la salsa si presenta legata.

«Che profumo, pa’!».

«Già, questo, dopo la Felce Azzurra, è il profumo di nonna… Ultimo tocco, spegni il fuoco e ci butti il pesce a legarsi col tutto. Poi prendi tutto quanto, lo butti in un’insalatiera e aspetti».

«Cosa aspetti?».

«Aspetti domani. Quando sarà più freddo va messo in frigo, e domani ce lo mangiamo».

«Domani?».

«Eh sì, caro Francy. Anche questa è una cosa da imparare. L’attesa. In questo caso l’attesa è più importante della preparazione. E questo capita spesso anche nella vita. C’è un tempo per tutto. Non invidiare noi adulti, non ne vale la pena. Ci sono cose molto belle, come la possibilità di scegliere, gli amici, le serate, il caffè, i viaggi… ma la vita poi presenta il conto, con le responsabilità, le notti insonni, i dolori e le scelte difficili… ed è per questo che ti dico che io invidio te, che ancora non sai cosa sono. E sei curioso, e ancora non sai quello che sarai, e sei una meravigliosa vita in potenza, ancora tutta da esprimere. Io invece sono così. Sono contento di esserlo, ma la mia potenza è ormai quasi tutta atto. Cresci con calma, ragazzo mio. E gustati ogni momento. Intanto gustati un po’ di salsa sul pane, che vedrai che ti sentirai trasportato subito al porto a Cagliari, con il vento nei capelli, un clamoroso tramonto negli occhi e un bel bicchiere di vermentino gelato davanti. Ah no! Il vermentino è mio! per te una Cocazero che per il vermentino sei troppo piccolo».

«Uffa, pa’…».

Adelphi -25

Debora Borgognoni

Debora Borgognoni

Non si è ancora del tutto abituata a ossigeno e forza di gravità, ma non demorde. Morbosamente polemica, reagisce male agli sgrammaticati.

Leave a Comment

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.