L’evento

Oggi Facebook mi ricorda che ho venticinque eventi ai quali non posso proprio mancare. Come al solito, li ho divisi per zona e, visto che non piove, a cavallo del mio scooter, raggiungerò in breve tempo tutte le destinazioni. Il tempo di fare una foto, pubblicarla sulla pagina dell’evento e ripartire di corsa.

Sono le 13 e la mia amica Cristina ha già postato 15 foto su altrettanti eventi Facebook. Io invece da stamattina sono riuscito a postare solo otto foto. Sono riuscito a fare un salto solo alla manifestazione di Street Art, alla festa del cioccolato, all’inaugurazione della mostra di Escher e al corso di AcroYoga che erano tutti eventi vicini al mio ufficio. Le altre quattro foto me l’ha inviate mia cugina Mary: la conferenza stampa dell’opera lirica Pagliacci, il convegno sulla Sessualità, l’aperitivo Tunisino e la marcia contro le armi nucleari. Per tenere il passo della nostra amica Cristina ci siamo dovuti dividere il lavoro: scattiamo due foto diverse dell’evento e poi ce li scambiamo su WhatsApp. Cristina è un carro armato, ho Facebook pieno delle notifiche degli eventi ai quali partecipa, la odio! Lei posta soltanto selfie, non come noi che per non farci scoprire dobbiamo per forza scattare foto normali.

Eccone un’altra: il beep del cellulare mi avvisa che c’è un’altra notifica di Facebook. Non ho nemmeno bisogno di aprire l’App per capire di cosa si tratta. La faccia da schiaffi di Cristina, con lo sfondo del seminario sul potere creativo dei numeri, mi provoca una fitta allo stomaco. E mi ha pure taggato, l’infame.

«L’hai vista?» mi scrive mia cugina su WhatsApp. Il seminario sul potere creativo dei numeri è l’evento clou della giornata e nessuno dei due può arrivarci.

«Maledetta!» rispondo a Mary mentre sciolgo una bustina di Biochetasi in un bicchiere d’acqua.

«Sedici a otto» mi scrive Mary «non riusciremo a batterla nemmeno oggi».

«Sedici a nove» rispondo io, aggiungendo la foto dell’evento Firma copie alla Feltrinelli. Non conosco la giovane autrice e non so nemmeno di cosa tratti il libro ma l’importante è aver messo una foto sulla pagina Facebook dell’evento.

«Come hai fatto ad andarci?» mi chiede Mary farcendo il messaggio con le faccine “urlo di Munch”.

«Ho dato il mio cellulare a una collega. La figlia è una fan di questa influencer» rispondo riempiendo la chat di “pollici su”.

Intanto arrivo al Museo Nazionale per l’evento Napulitanata, uno spettacolo multisensoriale molto atteso in città. Sono in anticipo e ci sono solo i tecnici a montare il palco. Se faccio una foto così, Cristina non mi lascerà scampo. Non è la prima volta che commenta con sarcasmo le nostre foto. Odio quando ostenta la sua superiorità. Lei del resto ha rinunciato al lavoro e alla famiglia per dedicarsi a tempo pieno a questo passatempo.

«Sedici a dieci» è il messaggio di Mary che allega una foto dell’evento Escape Room al Museo del Sottosuolo.

«È troppo scura» rispondo con un messaggio vocale.

«Lo sai che soffro di claustrofobia e poi laggiù c’erano solo candele. Nessuna foto verrà bene» mi scrive mia cugina.

Un altro beep mi annuncia un gol della nostra agguerrita avversaria. Manco a dirlo, Cristina ha postato una foto splendida dell’evento che ha procurato attacchi di panico a mia cugina Mary. Si vede lei in primo piano e uno scorcio incantevole della Napoli Sotterranea. L’illuminazione è perfetta e tutte le persone alle sue spalle sono ben visibili. Ognuno di loro reca una candela che dona alla scena un effetto “aura mistica” da premio Pulitzer.

«Hai visto? Cristina è riuscita a fare una foto sublime» grido nel cellulare ingoiando un boccone di bile.

«Strano. Io non ho visto tutta quella luce e non ho visto nemmeno lei» mi risponde stizzita Mary.

«Diciassette a dieci per Cristina» pronuncio ad alta voce mentre posto la foto scurissima della nostra ennesima disfatta.

Intanto al Museo sono ancora in alto mare. Provo a fare qualche foto ma si vede chiaramente che lo spettacolo è ancora in fase di allestimento. «Quanto ci vuole per finire?» chiedo ai tecnici ma nessuno di loro si degna nemmeno di guardarmi. Devo tornare in ufficio altrimenti rischio il posto di lavoro. Da quando sono entrato in fissa con gli eventi Facebook, ho accumulato tanti di quei ritardi che potrei essere licenziato con giusta causa. Mentre sto per uscire dal Museo incrocio Guglielmo, un mio amico fotografo.

«Sei il fotografo ufficiale?» gli chiedo dopo i convenevoli.

«Sì, ma tu non rimani? Guarda che l’allestimento è molto bello».

«Devo tornare in ufficio. Magari passo dopo per scattare qualche foto».

«Non dirmi che anche tu hai la fissa degli eventi Facebook? Soffri anche tu di egocentrismo digitale?»

«No ma che dici? Io adoro la tarantella…»

«Tammurriata, vorrai dire. Ci sono le paranze di Somma Vesuviana. È una tradizione millenaria. Sei un appassionato?»

«Quasi…»

«Ok allora ci vediamo più tardi. Mi fa piacere se partecipi all’evento» dice Guglielmo e poi, mostrandomi la sua reflex, aggiunge: «La foto te la faccio io. Così si capisce che sei venuto veramente, non come quelli che bluffano con i green screen!»

«Green screen?» chiedo curioso.

«C’è un sacco di gente che ruba le mie foto e poi ci attacca sopra la propria immagine. Se non hai un occhio esperto, sembra proprio un selfie autentico» dice Guglielmo, sfogliando Facebook sul suo cellulare. «Eccone una. Sempre lei, appena pubblico qualche foto dell’evento, dopo un po’ lei ci attacca sopra la sua faccia da schiaffi. Questa qui è malata».

Non credo ai miei occhi. Guglielmo mi mostra almeno delle centinaia di foto che hanno sempre la stessa persona in primo piano.

«Come funziona?» riesco a pronunciare con un filo di voce.

«Basta avere un panno verde alle spalle. Scatti una foto e poi con un computer sostituisci lo sfondo verde con una qualsiasi foto».

«Grazie Guglielmo, ora devo proprio andare» ed esco di corsa dal Museo.

«Vieni subito a casa di Cristina. È urgente» è il messaggio vocale che mando a Mary.

«Sono in ospedale perché sono caduto dallo scooter», è quello che scrivo al mio capo.

Quando arrivo sotto casa di Cristina, Mary è già lì ad aspettarmi.

«Di che colore ha dipinto la stanza delle bambine?» chiedo a Mary dopo essermi attaccato al citofono di Cristina.

«Cristina non c’è. È alla fiera del mare a Monte di Procida. Ha postato una foto dieci minuti fa. Siamo diciotto a dieci per lei e tu pensi al colore delle sue pareti?» risponde Mary proprio mentre il portone si apre e una coppia di anziani esce dal palazzo. Lei è terrorizzata dai miei occhi iniettati di sangue ma riesco lo stesso a infilarmi nel palazzo come una furia, Mary non può fare a meno di seguirmi e, dopo essersi scusata con i due vecchietti, si catapulta nell’androne pure lei. Salgo le scale a quattro a quatto mentre Mary prende l’ascensore. Al quarto piano non ho più fiato, mi trascino fino alla porta di Cristina e suono il campanello.

«Te l’ho detto che non c’era» dice Mary uscendo dall’ascensore.

Apro la finestra delle scale e salgo sul davanzale. Mary si aggrappa alla mia gamba e per poco non mi fa cadere nel vuoto da venti metri.

«Scendi da lì, sei impazzito?» urla disperata ma io non la sento. Con un balzo mi lancio verso il balcone di Cristina e mi aggrappo alla ringhiera. Penzolo nel vuoto ma, con uno sforzo sovrumano delle braccia, riesco a mettere tutte e due piedi sulla soglia del balcone. Sono salvo ma una scarpa è caduta nel vuoto provocando un attacco isterico a mia cugina. Mi libero anche dell’altra scarpa e scavalco la ringhiera. Mary deve essere svenuta perché non la sento più urlare. La prima finestra è quella del salotto, all’interno c’è un tavolino con il computer acceso. La seconda finestra è quella della stanza delle bimbe. Tutte le pareti sono tinte di verde e una è completamente sgombra. Davanti alla parete c’è Cristina, in completo da sera, con un’asta da selfie in mano e una lampada a ombrello a illuminare la scena. Prendo un vaso dal balcone e sfondo il vetro della finestra. Quando entro nella stanza Cristina ha un momento di smarrimento. Forse pensa che io sia un ladro perché mi lancia prima l’asta con il telefonino e poi la lampada a ombrello.

«Calmati, Cristina, sono io» le urlo per farla tornare in sé. Ho i piedi sanguinanti per aver camminato scalzo sui vetri rotti della finestra.

«Sei impazzito?» risponde a monosillabi mentre il campanello inizia a suonare.

«E questa deve essere Mary» le dico mentre corro ad aprire.

Mary mi abbraccia come se fossi Lazzaro in persona e, quando riesco a liberarmi dalla sua stretta, la conduco nella cameretta dove Cristina è intenta a rimettere insieme i pezzi del suo studio fotografico.

«Ecco come fa» proclamo davanti alla nostra rivale ma Mary ancora non ha capito. «Cristina si fa un selfie davanti a questa parete verde e poi fa un fotomontaggio al computer.»

«È vero?» chiede Mary incredula.

«Certo che è vero» dico io, mettendomi in posa. Cristina si mette al mio fianco e sono costretto a tirare Mary per un braccio per farla avvicinare a noi. «Adesso ci insegna come si fa» dico e Cristina scatta un selfie con tutti e tre.

«Nessuno deve saperlo, però» dice Cristina uscendo dalla stanza seguita da Mary.

«Concerto a Santa Chiara, inaugurazione della macelleria vegana, flashmob contro la vivisezione, capodanno cinese, carnevale thailandese» urlo alle mie due complici e mi stendo su uno dei due lettini con il piumone delle principesse Disney.

«Festa del tortellino, silent party agrituristico, premio culinario polpo d’oro» urlo ancora e penso che oggi, per la prima volta dopo cinque anni, ho finalmente una serata libera.

«Giro del golfo in gondola, apericena all’afro-sushi-bar, prova d’immersione notturna, sit-in per la riapertura del centro commerciale chiuso» vorrei aggiungere ma non ho più le forze. Per la prima volta, dopo cinque anni, sento che dormirò tutto il week end.



Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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