Devi augurarti che la strada sia lunga. Che i mattini d’estate siano tanti quando nei porti (finalmente e con che gioia) toccherai terra tu per la prima volta: negli empori fenici indugia e acquista madreperle coralli ebano e ambre tutta merce fina, anche profumi penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, va in molte città egizie impara una quantità di cose dai dotti.

Konstantinos Kavafis, Itaca

L’indovino

Scendono dalle passerelle di legno incrostate di sale con il passo rullante e malfermo di chi è stato troppo tempo per mare. L’andatura ondeggiante come foglie mosse dal vento e quell’aria, che è solo loro, di chi ha visto terre troppo lontane, circondate da acque mai ferme eppure solide, immobili, vuote.

Li vedo aggirarsi tra i banchi e guardare le merci, ascolto bocconi di storie e le loro risate, le voci rauche di chi ha trascorso le notti in coperta a guardare le stelle senza il riparo di un tetto di tegole, tra le assi incatramate che danno un appiglio a teredini mute, che hanno scambiato un viaggio senza fine per immobile scoglio.

Ne osservo le mani bruciate dai raggi del sole inclemente, indurite da giorni trascorsi a stringere i remi o i cordami avvinghiati sui palmi, per non cedere le vele alla lotta col vento.

Le dita callose sfiorano i frutti dorati e le stoffe ammucchiate sui banchi con la delicata paura di non essere in grado di accarezzare tanta fragile, umana bellezza senza distruggerla. Timidi, quasi, come bambini che per la prima volta entrano in un tempio grande e maestoso o che contemplano con meraviglia una tela di ragno, sottile come un filo di rugiada.

Si siedono a terra con le gambe incrociate sul tappeto liso, mi guardano supplici, tendono il palmo sul mio, lasciano quattro monete e aspettano, trepidanti, che legga le ossa e le pietre, la sabbia e le budella di pollo per riferire ciò che per loro hanno in serbo gli dei.

Amore e tempeste, morte e ritorni, risvegli tra i flutti o sotto palmizi dorati che riesco a vedere solo nei segni. Io parlo e racconto loro il futuro mentre fisso con i miei quegli occhi dove è scritto, così limpido e chiaro, che ogni singolo ieri è stato un giorno strappato alle onde.

Siedono davanti a me e sembrano non sentire le voci che, tutto intorno, magnificano la bellezza delle sete più fini e i poteri magici delle essenze di ambra e di sandalo, enormi ricchezze da comprare con pezzi d’oro e portare con sé sulla nave. Siedono davanti a me con le gambe incrociate e le spalle che ondeggiano piano, quasi come se, in fondo, fossero ancora in mezzo a quel mare che li attende a un passo, e mi chiedono come sarà il loro domani, se gliene verrà concesso uno ancora, e poi un altro: tanti domani fino ad arrivare al chissà.

Mi guardano fissi e attendono i responsi del Fato: invece di un indovino dagli abiti laceri che legge il domani seduto in un angolo del mercato, ora hanno  di fronte gli Dei. Lancio i sassi sul telo steso per terra e leggo per loro i miei segni.

Io non ho mai lasciato questa terra di polvere e sterpi.

Io, che non conosco altro cielo che questo e non so cosa darei per un solo giorno per mare a sentire il vento che profuma di sale accarezzarmi la pelle, scrutando con ansia tra i flutti: vorrei tanto vedere quei mostri del mare di cui ascolto le storie, con le ali di squame e i tentacoli che escono come frecce scagliate dal fondo degli abissi, le zanne spalancate, e si cibano delle carni dei marinai.

Vorrei un giorno, uno solo, di burrasca e di lampi tra le onde imbizzarrite come cavalli possenti, vorrei camminare ondeggiando al rientro in un porto, vorrei agognare la terra come un uomo perso nel deserto anela a un sorso d’acqua che lo disseti.

Regalerei volentieri i miei sassi e le ossa, le galline consacrate giù al tempio, già pronte a venire sgozzate per leggere il domani nelle loro interiora; regalerei il mio dono per poter andare via un giorno con loro e volare sull’acqua fissando, estasiato, il nulla che si para davanti.

Raccolgo le monete e il loro rispetto, dopo il responso. Li guardo ondeggiare tra i banchi dorati del mercato, alla luce del giorno che sembra uno specchio; li sento cantare e parlare, mentre vanno via. Entreranno in una taverna ad affondare i giorni passati e futuri nel corpo di qualche giovane donna per poi ritornare, ancora una volta, a planare come gabbiani senz’ali sulle onde mentre io rimarrò qui, ad aspettare la prossima nave, per leggere ancora una volta tutto l’infinito in quegli occhi.

L’immagine di copertina è un’opera di © Gian Carlo Calma, Ritorno a Itaca, Acrilico su cartone
Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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