Lotteria Italia

Da quando sono in pensione, il Bar Italia è diventato la mia casa. Qui dentro ho visto persone anziane giocarsi tutta la pensione al 10 e lotto, badanti ucraine rovinarsi con i gratta e vinci, manager presi a schiaffi da mogli inferocite, ragazzini bruciare le loro paghette con le scommesse sul calcio.   Io sono un uomo fortunato, il gioco d’azzardo non ha mai avuto un fascino particolare su di me.

«In Italia hanno falsificato le perizie strutturali sui viadotti e vi fidate che lo sport sia pulito?» chiedo a due ragazzini che stanno analizzando le ultime due giornate del campionato di calcio. Loro mi guardano come se fossi un alieno e continuano imperterriti a studiare la scommessa da giocare.  Il mio amico Vincenzo, un altro ospite fisso del bar, fa un cenno ai due ragazzi per fargli capire che sono pazzo e mi porta al bancone per farsi offrire il caffè.

«Non erano contenti di un’estrazione la settimana, adesso ce ne sono tre» dico ai tre pensionati che stanno consultando la smorfia per interpretare un sogno.  «E come se non bastasse, si sono pure inventati il 10 e lotto. Un’estrazione ogni cinque minuti, un’organizzazione criminale perfetta!»

«Oggi è tutto computerizzato. Mica come prima che potevano mettere le palline nel congelatore» dice uno dei tre pensionati, offeso dalle mie parole.

«Peggio!» rispondo immediatamente, facendo passare la voglia di giocare ai miei tre coetanei che escono dal bar imprecando a bassa voce. Saranno dei clienti occasionali non i giocatori incalliti che frequentano questo limbo dantesco.

«Sai quanto incassa un posto del genere?» chiedo a Vincenzo che sta sorseggiando soddisfatto il suo caffè. «Ventimila euro al giorno solo in giochi» aggiungo senza dargli il tempo di rispondere.  «E altri ventimila in fumo. Una bella cuccagna per lo stato» dico mentre vado a pagare il caffè che ho spontaneamente offerto al mio amico. In fondo allo scontrino sono stampati sei numeri da giocare al superenalotto.

«Li giochiamo?» mi chiede Vincenzo quando poggio lo scontrino sul bancone.

«Scusa mai tu hai mai visto uno che ha vinto il superenalotto? Una foto su un giornale? Un servizio in televisione?»

«No, ma è normale, vogliono restare anonimi» s’intromette Ciro il barista.

«Anonimi? Oggi? Ma tu dove vivi Cirù? Qui la gente è disposta a uccidere pur di andare in televisione. C’è chi ha ucciso la mamma, il padre, la suocera e la cognata e il giorno dopo stava in prima serata. In giacca e cravatta, senza batter ciglio, con milioni di telespettatori che lo guardano.  Poi, invece, vincono venti milioni al superenalotto, hanno la possibilità di diventare famosi in tv, e cosa fanno? Restano anonimi?»

«Venti milioni fanno paura, dottò» risponde Ciro dandomi le spalle. «Quelli che vincono avranno paura dei parenti, degli amici, dei ladri».

«E quindi tu vinci venti milioni e continui a fare caffè a questa gente?» chiedo indicando con gli occhi i dannati in attesa della prossima estrazione.

«Si» risponde Vincenzo ricevendo il consenso della platea improvvisata.

«Tu, invece, cosa faresti?» mi chiede la signora Maria che, da quando è rimasta vedova, è diventata un’assidua frequentatrice di questo luogo di perdizione.

«Io? La sera stessa vado da Bruno Vespa. Poi vado a Sky, a Domenica in, a Propaganda Live, dalla D’Urso e da Giletti.  Mi faccio intervistare da tutti i quotidiani, da tutti i settimanali e pure dalle radio locali e nazionali. E poi come minimo mi compro una Ferrari, la parcheggio qui fuori e vi faccio morire d’invidia a tutti» rispondo ricevendo l’applauso spontaneo della metà delle persone presenti.

«Come vedete il cinquanta per cento delle persone qui presenti, la pensa come me. Questo significa che i vincitori non esistono. E’ tutto finto!»

Alcune persone che avevano già compilato la schedina, la stracciano ed escono dal bar disgustati. Il proprietario del bar inizia a guardarmi in modo minaccioso.

«Questo però, essere vero!» mi dice una signora con un forte accento russo, sventolando un gratta e vinci sotto il mio naso. «Io gratto e vincere soldi adesso!» aggiunge con tono canzonatorio.

«Scusi, ma lei da quanto tempo è in Italia? Ha letto che il Prefetto di Cosenza si è fatta incastrare per una truffa di settecento euro?» le chiedo cattivo.

«Se è per questo Salvini, ha rubato 49 milioni di euro ed è ancora al suo posto» risponde il Cavalier Pessotto, sempre pronto a far scivolare il discorso sul piano politico.

«Che c’entra questo con gratta e vinci?» chiede la signora, confusa.

«C’entra eccome. In Italia non riusciamo a essere onesti su nulla» cerco di spiegarle.

«Si figuri che a Bibbiano hanno tolto dei bambini alle famiglie d’origine solo per puro interesse economico» incalza il Geometra Baldoni che non è riuscito ancora a metabolizzare quella storia allucinante.

«I soldi che può incassare alla cassa sono solo quelli dei premi minori» dico alla badante ucraina per stroncare sul nascere il dibattito politico. «Lei ha mai visto qualcuno vincere i premi più grossi?»

«No, ma io mi accontento di premi piccoli» risponde lei mestamente e, dopo aver buttato nel cestino dei rifiuti i dieci biglietti che aveva grattato, si mette in fila per comprarne altri.

«Tu però i biglietti della Lotteria Italia li compri sempre» esclama il buon Vincenzo suscitando l’interesse dei presenti. Sento gli occhi di tutti gli scommettitori compulsivi addosso.

«Che c’entra? Quella è una tradizione di famiglia. Mia nonna, ogni anno, mi obbligava a comprarli in tutta Italia».

«Ogni volta mi obbliga a fermarmi all’autogrill» aggiunge ingenuamente il mio amico. L’orda di ludopatici cronici, che affolla il bar a quell’ora di punta,  viene risvegliata dalle parole di Vincenzo. Ora sembrano degli zombie che fissano la loro prossima vittima. Li ho feriti con le mie parole e adesso bramano la loro vendetta.

«Mia nonna era fissata con gli autogrill. Lo faccio per ricordarmi di lei,» cerco di difendermi, «il 6 gennaio non li controllo nemmeno».

«Quanti ne hai comprati, dottò?» mi chiede Ciro, il barista.

«Quattro, cinque, non ricordo» balbetto.

«Ma se solo qui ne hai presi una ventina» esclama all’improvviso il proprietario del bar.  Era stato in silenzio a sentire il mio comizio contro il gioco d’azzardo patologico ma ora vuole prendersi la sua rivincita. «Scommetto che a casa ne hai almeno una cinquantina» urla per aizzare la folla di vampiri assatanati.

«Io scommetto che a casa ne ha cento!» urla Luigi, il meccanico, consegnando dieci euro al proprietario del bar.  Lui incassa i soldi, segna la giocata su un blocchetto duplice copia delle comande e consegna la ricevuta a Luigi.

«Io dico centoventi» è la scommessa della signora Maria, la vedova con il vizio del video poker.

«Ottanta» urla il Cavaliere Pessotto.

«Settanta» gli fa eco il geometra.

Come drogati in crisi di astinenza, tutti i presenti non vedono l’ora di puntare i propri soldi. Sembrano barboni a caccia dell’ultimo goccio d’alcool e il montepremi schizza paurosamente.  Il proprietario del bar incassa tutte le scommesse, tranne quella di Vincenzo.

«Tu potresti sapere davvero quanti ne ha comprati» dice la commessa del parrucchiere all’angolo con l’approvazione di tutto il bar. «Qui non si fanno imbrogli, questa scommessa è pulita».

Guardo la faccia delusa del mio amico Vincenzo e lo odio con tutto il mio cuore. Lui non è un giocatore incallito ma la posta in palio faceva gola pure a lui.

Ciro, uscito dal bancone, mi solleva con l’aiuto di Gennaro, il muratore. Cerco di liberarmi dalla morsa di quelle mani ma non ci riesco. Provo a urlare ma qualcuno mi lega un fazzoletto sulla bocca. Sento una mano che prende il portafogli dalla mia tasca. «Via Toledo 256. È proprio qui dietro» urla l’ingegner Belli che ha lo studio proprio sopra il bar.  La mania  del gioco è un fenomeno democratico che interessa tutte le classi sociali. L’appassionato di corse di cavalli rovista le mie tasche in cerca delle chiavi. Da quando lo stato italiano ha allargato l’offerta con le corse virtuali, l’ingegnere passa più tempo qui che nel suo studio. Il ghigno che si dipinge sul suo volto quando trova le chiavi del mio appartamento, mi terrorizza.

Quando Ciro e Gennaro hanno finito con me, si dedicano a Vincenzo.  Ci legano come dei salami a due sedie unite tra di loro tramite le spalliere. Tento di dare una testata all’indietro a Vincenzo ma non ci riesco. È colpa sua se sono in questa situazione e pure se adesso lui sta piangendo dalla paura, non provo nessuna pietà.  Sento che tutti ora stanno uscendo dal locale e il suono della saracinesca che si chiude è agghiacciante.  «Prendo gli attrezzi dal furgone» urla il geometra Baldoni da fuori e non oso pensare a cosa possano servire gli arnesi della sua impresa di demolizione.

 

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Gianluca Papadia

Gianluca Papadia

A quarant’anni ha sostituito il poster ai piedi del suo letto: al posto di Che Guevara ora c’è Don Matteo.

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