Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d'argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!».  Ed egli, gettate le monete d'argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi.  Ma i sommi sacerdoti, raccolto quel denaro, dissero: «Non è lecito metterlo nel tesoro, perché è prezzo di sangue». E tenuto consiglio, comprarono con esso il Campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri.  Perciò quel campo fu denominato "Campo di sangue” fino al giorno d'oggi.  Allora si adempì quanto era stato detto dal profeta Geremia: E presero trenta denari d'argento, il prezzo del venduto, che i figli di Israele avevano mercanteggiato, e li diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore.

Vangelo di Matteo, 27, 3 – 10

L’ultima notte di Giuda

Cantano come ogni notte. Mentre mi trascino verso la collina sento le loro voci sempre uguali, infinite. Non vedo, inciampo sui sassi che sporgono, mi trascino e mi rialzo.

Quello che doveva essere è stato: oltre, non c’è nulla.

Stringo le fibre intrecciate e ruvide, le sento premere contro il mio palmo, ed è buio. Ho fatto ciò che andava fatto e adesso sono vuoto come un orcio pieno d’olio rovesciato con un calcio sulla sabbia calda. Sto scorrendo fuori di me. Non ho più nulla, non c’è più posto per le mie crepe, nessuno mai potrà riaggiustarle. Nemmeno io.

Ti ho tradito. Ma tu hai tradito me, e nonostante questo non siamo pari.

Le aspettative, la mia amicizia, la sorte gloriosa in cui confidavo, tutti i miei sogni calpestati scrollando la polvere dal fondo dei sandali, senza rimpianto. Perché hai deciso che avresti dovuto morire, specchio delle Scritture, mano della profezia.

Ti ho aiutato a diventare eterno, la tua vita e la mia trascinate dalla corrente che scorre impetuosa come le acque del Giordano durante le piene. Ho buttato un uomo innocente in pasto al potere che volevo abbattere. Ho fatto quello che dovevo, sapendo che sarei stato per sempre reietto.

Non avevo scelta, senza di me tu non saresti mai stato nessuno.

Ti avrebbero dimenticato, uno fra i tanti cenciosi profeti dalla parola sciolta e veloce che vagano per i villaggi di polvere a promettere una tra le tante salvezze: dagli invasori, dalla propria miseria, dal sole cocente e dalle fucine polverose in cui ci si spacca la schiena per una piastra di bronzo, dai calci dei soldati, dalle case imbiancate di fresco dei sacerdoti saccenti e avari…

Uno tra i tanti profeti cenciosi che incantano, come poeti di strada, raccontando di un regno bellissimo di gioia, ricchezza, di pace e benessere che però non è qui ma altrove, oltre le nuvole, dopo la morte. Una speranza consegnata tra le mani degli ultimi, da consumarsi al posto del pane quando non hai nulla da mettere in tavola.

Quanto erano belle le tue parole, tutto quell’amore e le beatitudini, quanto era esaltante sedere ai tuoi piedi, in prima fila, e guardarti ammaliare le genti ricoperte di stracci e di sogni che arrivavano da tutte le parti per ascoltarti.

Per ascoltare te e invidiare me, seduto ai tuoi piedi, uno dei dodici, gli eletti… hai promesso un mondo nuovo che non arriverà mai. Non lo avresti visto tu, non io, non quelle schiere di gente adorante, né i loro figli, e neppure i figli dei figli.

Quanto è facile promettere l’eternità dopo morti. Tanto, chi tornerà mai indietro ad accusarti di avergli mentito?

E l’oggi? Il pane e il pesce, la voglia di dire e cambiare le regole? Dove lo metti, Maestro, l’adesso? Il tuo ora è uguale a ieri, e al giorno prima. Sperate, credete, amatevi e comportatevi bene, secondo le regole del Padre Mio che è nei Cieli e la ricompensa arriverà, nel momento in cui su di voi si chiuderà la pietra pesante del vostro sepolcro. Facile, così, non è vero?

Invece, adesso sarai eterno.

Sarò stato io a consacrarti Immortale, a rendere vere tutte le tue parole, a farti martire e simbolo. E sei innocente, ti hanno usato così come hanno usato me. Ma, ormai, tutto è compiuto.

Cammino accecato dal buio, attorniato dal canto incessante e monotono che si alza dalla terra, dai sassi, dai rami degli alberi neri e scheletrici che cercano di prendermi e mi graffiano il volto, le braccia, le gambe.

Uno di voi mi tradirà; con un bacio dunque mi tradisci?

Ma io ti ho amato e cercato, Maestro. Ho rubato e mentito, ho creduto e gioito, ho tanto voluto e sperato e poi, niente. Non c’era null’altro da fare, non c’era una scelta, un vicolo improvviso nel quale infilarsi per sfuggire al destino, all’ordine immenso di un evento già scritto che aspettava soltanto l’ultimo pezzo di pietra per incastrare tutto il mosaico: me.

Loro cantano nel buio che scolora mentre stringo la corda tra le mani e comincio a intrecciare un capo in un nodo. Domani tu sarai morto e io sarò da qualche parte al tuo fianco: condivideremo ancora una volta lo stesso destino. Domani, tra poco, saprò se hai sempre avuto ragione o se erano solo racconti per tener buoni i bambini. Sempre che qualcuno abbia il coraggio di perdonarmi, lassù, nel Regno dei Cieli di cui tanto hai parlato.

Grido “Silenzio”, lancio un sasso verso l’albero secco dai rami pesanti. Per un istante, le cicale tacciono, il mondo intero sta zitto. Per un lungo, magico istante, tutto tace.

 

Chiara Menardo ha pubblicato La mareggiata in un barattolo per Harper Collins Italia, collana eLit, 2019

 

 

 

 

 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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