“Così adornata, Cenerentola montò in carrozza; ma la comare le raccomandò, sopra ogni cosa, di non passar mezzanotte; un momento di più che rimanesse al ballo, la carrozza sarebbe ridiventata zucca, i cavalli sarebbero ritornati topolini, i lacchè lucertole e gli abiti sfoggiati più cenciosi che mai”.

Tutte le fiabe - Charles Perrault

Mezzanotte, l’alba delle prime volte

Mezzanotte, quando un giorno finisce e un altro comincia.

L’attualità ci porta ad una mezzanotte particolare che chiude un ciclo e ne apre uno nuovo con il suo specifico fagotto di novità. Cenerentola lo sa bene e lo sanno bene anche le donne, tutte, dell’Arabia Saudita.

Mezzanotte del 23 giugno e l’alba del 24 con quel chiarore che buca il buio e che segna una nuova apertura, un diritto finalmente riconosciuto dopo anni di battaglie, di almeno dieci frustate alle disobbedienti, di carcere duro per le più ardite, considerate traditrici dello Stato e attentatrici della sicurezza del Regno, della pubblica gogna dei media più vicini al potere.

Mezzanotte e l’ora dei principi, a volte azzurri come nelle favole della tradizione, a volte arabi come nella realtà, quella realtà che richiede un cambiamento drastico della tradizione stessa per poter allinearsi al resto della società civile.

Mezzanotte è il confine soglia di applicazione di legge che sboccia finalmente in diritto; è il concretizzarsi di promesse elencate in un documento offerto agli occhi del mondo per ufficializzare una presa di coscienza e una volontà di svolta, di cambiamento, verso una modernità che si riteneva  impensabile.

Mezzanotte e la caduta di un divieto storico che annoverava l’Arabia Saudita a ultimo Paese al mondo a non riconoscere alle donne il diritto di guidare e che le costringeva all’affidamento di mariti, fratelli o autisti per compiere operazioni elementari come recarsi al lavoro o accompagnare i figli a scuola.

Un divieto che le aveva relegate ai sedili posteriori.

Trentatré anni, figlio e principe ereditario dell’attuale Re Salman, Mohammad bin Salman Al Sa’ud – MbS, come viene chiamato – è il più giovane Ministro della Difesa nel mondo ed è il Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e di Sviluppo dell’Arabia Saudita.

La sua politica sembrerebbe incarnare l’espressione della nuova generazione che sta per prendere il potere e che sa fare i conti con una popolazione dove il 65% ha meno di trent’anni e spesso ha viaggiato e studiato all’estero, con la crisi del 2014 scatenata dal dimezzamento del prezzo del greggio, con la necessità di far tornare il Paese a quello che era prima del 1979, cioè a prima della diffusione delle idee del cosiddetto risveglio islamico con la rigida applicazione della Sharia, contraria a qualsiasi forma di liberalizzazione e di apertura nei confronti delle donne, intrappolate in leggi e prassi di vera e propria segregazione.

Fa i conti con l’immagine e la reputazione all’estero del proprio Paese e cerca di correre ai ripari, di allontanare l’idea di un Regno chiuso, conservatore, piegato al volere dell’establishment religioso. Fa i conti con il tasso di occupazione femminile fermo al 22% e  in ritardo rispetto ai suoi vicini nel Golfo, dove la partecipazione delle donne all’economia-Paese è in media del 42%. Fa i conti con tutte quelle rigidità che impediscono all’universo femminile l’accesso a ruoli chiave nella società e fa i conti anche con l’Indice delle Pari Opportunità del World Economic Forum del 2017 che colloca in 138esima posizione, su 144, le donne saudite che non possono uscire da sole, ottenere un passaporto, viaggiare o studiare all’estero senza l’autorizzazione di un tutore, non possono autonomamente aprire un conto in banca, decidere di sposarsi o divorziare, scegliere un lavoro, frequentare ambienti; non possono andare al ristorante o a bere un caffè al bar con amici; non possono cambiarsi o provare abiti nei negozi e devono adattarsi a regole molto rigide in fatto di abbigliamento che impongono una totale copertura del corpo; vietato praticare sport alla vista di altri o andare dal medico senza consenso, e limitare qualsiasi tipo di conversazione con un uomo che non sia un parente.

A bloccare la libertà delle donne, l’impedimento più importante, è il sistema di tutela maschile: ogni donna nata e residente nella monarchia deve avere un tutore di sesso maschile che ha il potere di prendere una serie di decisioni sul suo conto. Di solito la figura maschile si concretizza nel padre prima e nel marito poi; in alcuni casi in un fratello, anche se magari ha solo cinque anni, o addirittura in un figlio, anche se minorenne.

Chiunque sia, il guardiano, il wali, limita le libertà della donna, impedendone, di fatto, ogni sua possibile emancipazione e affrancamento.

MbS fa i conti, dunque, con la realtà antiquata, con il futuro e con la necessità di traghettare il proprio Paese in questo futuro possibile – che per il resto del mondo, da tanto, è già il presente – con una serie di riforme intraprese nel 2016 e presentate nel piano di sviluppo Vision 2030 per cercare, tra l’altro, di diventare un partner, in sintonia con i tempi, dell’Occidente e di allinearsi ai valori sociali fondamentali  come quello della parità di genere.

Torneremo a essere ciò che eravamo prima, a un Islam tollerante e moderato, che sia aperto al mondo e a tutte le religioni e alle tradizioni dei suoi popoli. (…) Non sprecheremo i prossimi trent’anni della nostra vita avendo a che fare con idee estremiste. Le aboliremo oggi, immediatamente. Vogliamo vivere una vita normale, una vita che rifletta la nostra religione tollerante e le nostre buone abitudini e tradizioni in modo da convivere con il mondo e contribuire allo sviluppo della nostra nazione e del mondo”, è la sua promessa ufficiale.

A onor del vero, alcuni traguardi sono stati raggiunti e alcuni muri sono stati abbattuti: primi fra tutti la concessione del diritto di voto e di essere elette, e poi dalla possibilità per le donne di assistere alle partite allo stadio Re Fahd di Riad, aperto a loro per la prima volta in occasione della festa nazionale della monarchia, a quella di andare al cinema o di  partecipare ad alcuni sport all’aperto, all’autorizzazione a far parte dell’esercito e dei servizi segreti, naturalmente il tutto condito da mille limitazioni.

Da ultimo, il 24 giugno, la concessione della patente e della guida autonoma in contrapposizione  al clero più conservatore che ritiene le donne non abbastanza intelligenti per poter guidare un veicolo a motore, considera la guida femminile una libertà che “distruggerebbe le basi della famiglia e della moralità” oltre che, sul piano fisiologico, “un danno per le ovaie”.

Una concessione che segna invece una vittoria importante per il movimento femminile dell’associazione Women2Drive che, già nel 2011, aveva fatto scendere per le strade di Riad le donne alla guida di auto come segno di protesta contro le regole del re Abdullah e la carcerazione di una trentaduenne che aveva postato su Internet un video che la ritraeva mentre guidava. Oltre al corteo, una petizione raccoglieva più di tremila firme contro un provvedimento che appariva assurdo e obsoleto mentre sul web, parallelamente, si alzava una controprotesta che invitava i mariti a picchiare le mogli che non rispettavano la legge in vigore.

Una vittoria che lascia dietro di sé, a memoria, gesta e simboli: Aseel Al-Hamad, la prima donna membro della Saudi Arabia Motorsport Federation, ha guidato una monoposto di Formula 1 facendo un giro del circuito di Le Castellet del Gran Premio di Francia,  mentre Vogue Arabia ha dedicato la sua copertina del mese di giugno alle pioniere dell’Arabia Saudita immortalando la principessa Hayfa bint Abdullah Al Saud – con tacchi a spillo, guanti neri, abiti chiari e velo un po’ scostato – alla guida di una decappottabile rossa. La modernità in Arabia e, in generale, in tutti i Paesi dove le donne sono per forza di cose sottomesse, ha il sapore di quella  gestualità che in altri posti è talmente scontata da non farci neppure caso.

La strada da percorrere è lunga. La rivoluzione, per quanto storica, rimane ancora in parte solo simbolica, e sempre sotto l’occhio vigile di un tutore, anche se ha importanti ricadute che investono la vita sociale, il costume e perfino l’economia dell’intero Paese.

Mezzanotte è appena passata ma l’ora dell’alba e del definitivo risveglio nelle pari opportunità è ancora  lontana.

Per l’Occidente che già nel 1888 annoverava una donna, Bertha Benz, come pioniera nella guida di un’automobile, con quel suo percorso di 106 km, da sola, con i figli a bordo, all’insaputa del marito,  cento trent’anni dopo, non possono non far tenerezza, e dare un po’ di brividi, le parole tratte da un’intervista della BBC alle neopatentate saudite: “Mi sono svegliata presto stamani, prima del solito. Ero così emozionata che non sono riuscita a dormire. Oggi sto guidando per andare al lavoro e, per la prima volta, non devo stare seduta dietro”.

 


Attilia Patri DP

Attilia Patri DP

Tagliente e raffinata, attenta e minuziosa, tra l'ironico e il cinico bazzica tra le notizie di attualità rilasciando commenti qua e là

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