Mi porto avanti col lavoro – II

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Un pezzetto di carta sgualcita, con su scritto, a mano libera, in nero di biro, il nostro numero. Cerco in sala un volto di ragazza sul quale valga la pena soffermarsi, perché si dovrà star lì ore e ore. E lo trovo, in un nero di biro, col nasino un po’ pronunciato, come m’è sempre piaciuto, e due pupille dense quanto basta per tirar avanti quanto basta: due orette buone, occhieggiando al suo appostamento. E poi è il suo turno, e s’allontana a costeggiare il suo malato.

Nel frattempo una bimbetta è quasi svenuta e una ragazzotta, coi capelli rossicci, increspati, ha pianto ed è stata consolata, mentre un calciatore dilettante perdeva acqua dal polsino, fumando con le dita sbagliate. E un tris di studentesse a ridacchiare, nel ripercorrere il loro sinistro: pare che qualcuno, da dietro, avesse sbranato il loro cofano, senza riuscir a divorare i loro scherni.

E prendo un caffè e chiedo anche il dolcificante e una bottiglietta per papà, che già viene chiamato: e sì, ha la precedenza! Perché è tutto sgualcito, dalla testa ai piedi! Ma i polpacci sono ancora quelli d’un corridore e corri, corri, corri ancora! \ Così la morte non ti divora!

Ecco Irma, le spiego e se la prende, perché non è servito a nulla, come ogni volta che varcammo i cancelli del Pronto Soccorso e il solito, sguaiato medico di turno azzardò il solito, sdolcinato:

Non è niente di preoccupante!

Confidando nella sua buona sorte.



Alessandro Lanucara

Alessandro Lanucara

Vivo; leggo; scrivo; morirò.

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