ACCIDIA . Monológos
Alexandra Xandra R. interpreta la dottoressa del monologo di Persona.
Persona
In 16 Aprile 2018 da Debora BorgognoniPersona (1966) è considerata l’opera più sperimentale di Ingmar Bergman. E non a torto. La Comtesse sarebbe molto felice (e lo sarà) di raccontarvi le scelte stilistiche del regista e del direttore della fotografia, Sven Nykvist: quell’incedere suggestivo sul primo piano, quell’uso delle immagini metacinematografiche, e il bianco e nero, e l’inconscio nelle sequenze dal taglio netto.
E il titolo. Persona. Dramatis personae. L’attore, il suo ruolo privilegiato nella legittimazione della recita di un personaggio. E se questo non parla, bene, vorrà dire che starà zitto. La Comtesse discuterebbe ora del magistrale incipit, nel quale viene messa sul piatto l’essenza della vita.
Persona
Pellicole cinematografiche (siamo spettatori?, siamo registi?), un pene (il sesso, la morbosità?), un ragno, un agnello sacrificale, chiodi nelle mani (fobie che richiamano, anche in forma intertestuale, la rappresentazione di divinità?), un obitorio, un bambino con una coperta troppo corta, che si alza e tocca uno schermo con l’immagine di un volto proiettata (la morte?).
Nel monologo della dottoressa (Margaretha Krook) a Elisabeth (Liv Ullmann) – protagonista della storia, attrice teatrale che durante l’interpretazione dell’Elettra si blocca e smetterà poi di parlare, pur non soffrendo di afasia – c’è tutto questo, in una sorta di operazione senza anestesia, per usare le parole del critico Tullio Kezich. «Persona è svolto come un teorema scientifico che a un certo punto si trasforma nell’operazione senza anestesia svolta in pubblico da un grande chirurgo» (Il Millefilm. Dieci anni al cinema, 1967-1977, Milano, Il formichiere, 1978).
E c’è anche quel rimando a Kiergergaard che Alberto Moravia chiama in causa.
Credi che non ti capisca? Tu insegui un sogno disperato, questo è il tuo tormento. Tu vuoi essere, non sembrare di essere. Essere in ogni istante cosciente di te, e vigile. E nello stesso tempo ti rendi conto dell’abisso che separa ciò che sei per gli altri da ciò che sei per te stessa. Provoca quasi un senso di vertigine il timore di vedersi scoperta, vero?, di vedersi messa a nudo, smascherata, riportata ai suoi giusti limiti, poiché ogni parola è menzogna, ogni gesto è falsità, ogni sorriso una smorfia: qual è il ruolo più difficile?
Il mutismo, l’inutilità della vita, il senso di freddo, la sovrapposizione dei personaggi, dei volti, delle maschere. A proposito di sovrapposizione dei volti, Bergman ne dà un esempio tangibile: crea una sequenza in cui i volti di Elisabeth e di Alma (Bibi Andersson, l’infermiera che cura Elisabeth nella casa di mare della dottoressa, e con la quale si introduce il tema dell’omosessualità e dell’eterno tradimento del genere umano) si fondono in uno.
È un gioco di morte, di ossessione, di eternità, forse, di amore maniacale. Elisabeth – e poi Elisabeth con Alma – recita mille donne, e attraversa mille cunicoli di altrettanti cervelli.
Togliersi la vita? Ma no, sarebbe poco dignitoso, meglio rifugiarsi nell’immobilità, nel mutismo, si evita di dover mentire. Oppure mettersi al riparo dalla vita, così non c’è bisogno di recitare, mostrare un volto finto o fare gesti voluti, non ti pare? Questo è ciò che si crede, ma non basta celarsi perché, vedi, la vita si manifesta in mille modi diversi ed è impossibile non reagire.
Ma se è vero che tutti vogliamo essere, non solo sembrare di essere, come è possibile risolvere l’aporia senza perdere l’uso della parola, principale mezzo di comunicazione tra esseri umani? Bergman ce lo svela?
Non attraverso la dottoressa.
A nessuno importa sapere se le tue reazioni sono vere oppure false, sincere o bugiarde, solo a teatro il problema si rivela importante, e forse neanche lì. Io ti capisco, Elizabeth, capisco il tuo silenzio, questa tua immobilità, e perché tu abbia elevato a sistema di vita la tua assurda apatia. Capisco e quasi t’ammiro. Secondo me devi continuare a recitare la tua parte fino in fondo, finché essa non perda ogni interesse, e abbandonarla così, come sei abituata a fare, passando da un ruolo all’altro.
Alexandra Xandra R. interpreta la dottoressa del monologo di Persona.
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Persona - monologo della dottoressa
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