Non esiste cura




Il vento batte forte contro le tapparelle, non ha smesso per tutta la notte.

Ogni volta che il mio sogno si faceva più lontano e sfocato, la realtà mi assorbiva. Sono riuscito a non dargliela vinta, e anche quando sentivo un minimo spiffero entrare dalla finestra durante la notte, tenevo gli occhi chiusi, coccolandomi nel tepore delle coperte calde. La lotta più difficile l’ho combattuta con la vescica, che cercava prepotentemente la mia attenzione. Ma il buio dopo poco mi ha ripreso con sé, rendendomi protagonista del mio mondo, all’interno del sogno.

«Non dovevamo trasferirci, è stata la scelta peggiore che tu abbia mai fatto». Apro gli occhi: è mattino, il fastidio alla vescica è diventato un dolore intenso, non posso più trattenerla. Papà è di sotto e sta litigando di nuovo con mia madre. Ormai non ci faccio più caso, qui nella stanza mia e di Riccardo mi sento al sicuro. Scendo dal letto correndo verso il piccolo bagno che abbiamo in camera, non alzo neanche la tavoletta, so che mamma si arrabbierebbe ma questa è un’urgenza. «Sai, la porta è stata sempre aperta, puoi andartene quando vuoi, nessuno di noi qui ha bisogno di te». La voce di mia madre che risponde all’ennesimo rimprovero di papà mi fa venire i brividi. Ritorno a letto, sono ancora un po’ stanco e non devo andare a scuola, lancio uno sguardo a Riccardo che continua a dormire. Gli voglio così bene, è l’unico con cui posso parlare senza sentirmi uno stupido. Balbettare non mi aiuta a sentirmi più sicuro di me, a scuola è difficile anche solo scambiare due parole con i miei compagni. Preferisco stare zitto e ascoltare. Ma con lui posso parlare di tutto, non fa facce strane e non cerca di trattenere il sorriso, mi ascolta e basta, anche se la maggior parte delle volte non capisce quello che dico perché è ancora troppo piccolo per fare discorsi da grande.

Mi siedo sul bordo del letto e lo osservo, vorrei raccontargli di quanto Sofia, la ragazza che fa la seconda, mi piace. Ma oggi, dieci dicembre, c’è un evento da festeggiare: il suo terzo compleanno. Sono così eccitato e felice. Salgo sul letto e cerco di svegliarlo dandogli dei colpetti sul braccio. Lui spalanca gli occhi azzurri come fa sempre e mi viene da ridere, odia essere svegliato all’improvviso. Ma c’è qualcosa che non va, inizia a respirare in modo affannoso, guarda il soffitto e non si muove. «È un pessimo scherzo!», gli dico. Lui sposta gli occhi verso di me, li vedo pieni di lacrime, il petto continua a fare su e giù sempre più forte, respira a fatica. Corro verso la porta della camera, mi sento svenire, di solito non fa mai scherzi così, apro la porta ma è chiusa. Provo ancora a girare la maniglia, la porta non si apre, inizio ad urlare, più forte che posso. Chiamo mia mamma, mentre spingo la porta verso di me nel tentativo di aprirla. Ho così paura di girarmi che chiudo gli occhi come ho fatto nella notte e urlo con tutta la voce che ho in corpo: «Aiuto!».

«Non dovevamo trasferirci, è stata la scelta peggiore che tu abbia mai fatto». Mi sveglio, sono confuso e mi fa male la testa, gli occhi mi bruciano, cerco di mettermi in posizione con la schiena eretta sul letto, ma la vescica mi sta esplodendo. Il vento batte forte sulle tapparelle, mi stropiccio gli occhi e guardo la sveglia vicino al comodino. Segna le nove in punto del mattino, del dieci dicembre. Il cuore inizia a battermi forte, ricordo tutto quello che è successo, e istintivamente mi giro, Riccardo è con gli occhi spalancati che fissa il soffitto e respira affannosamente, gli stringo il braccio mentre l’ansia inizia a salirmi in corpo. Lui rotea lo sguardo verso di me come a chiedermi aiuto, corro verso la porta, apro la maniglia ma è chiusa. Sto impazzendo, mi tengo la testa tra le mani e continuo ad urlare più forte che posso, non voglio sentire né vedere nulla, voglio che queste dannate quattro mura scompaiano lasciando spazio al mare, voglio andare via per sempre, voglio smettere di essere e di pensare, e nello strazio mi accascio a terra. L’abbraccio da dietro mi arriva all’improvviso, riconosco le braccia calde di mia mamma, mi rilasso e appoggio la schiena al suo petto. «È passato», mi dice. È già accaduto ma continuo a riviverlo, continuo a rivivere il momento in cui Riccardo è morto. Le sue braccia mi lasciano, si alza mentre io rimango a terra, apre la finestra e i raggi di luce illuminando la stanza di un dodicenne, la mia stanza. Non è cambiato nulla da quel giorno. Lo specchio poggiato sopra al comodino riflette il volto di un uomo: con la barba, i capelli grigi, dall’aria stanca e un pigiama a righe simile a quello di un condannato a morte.

Illustrazione a cura di © Laura Aschieri



Samantha Sebastiani

Samantha Sebastiani

Le storie non se le immagina, le vive e le sogna. Semplicemente perché essere la protagonista di una sola vita non le basta.

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