Oh, qual nobile mente è qui sconvolta! Occhio di cortigiano, lingua di dotto, spada di soldato; la speranza e la rosa del giardino del nostro regno, specchio della moda, modello d'eleganza, ammirazione del genere umano, tutto, e per tutto, in lui così svanito!... E io, la più infelice e derelitta delle donne, ch'ho assaporato il miele degli armoniosi voti del suo cuore, debbo mirare adesso, desolata, questo sublime, nobile intelletto risuonare d'un suono fesso, stridulo, come una bella campana stonata; l'ineguagliata sua forma, e l'aspetto fiorente di bellezza giovanile guaste da questa specie di delirio!... Me misera, che ho visto quel che ho visto, e vedo quel che seguito a vedere!

William Shakespeare – Amleto, Atto III scena I

Ofelia

Sembra una carezza, forse lo è. Fresca, leggera, trasparente, mi sfiora mentre guardo giù, appoggiata al parapetto di legno ricoperto di rughe. Sotto di me c’è acqua, tanta acqua che scorre senza fermarsi un secondo a pensare. Va via senza guardarmi, arriva senza sapere e non si ferma mai. Una goccia addosso all’altra, si uniscono per un istante e si separano, forse per sempre. E, se mai si ritrovassero da qualche parte – in un altro fiume, nel mare, dentro a nuvole spesse e gonfie di pioggia -, sarebbe comunque inutile: non si riconoscerebbero.

E il vento mi accarezza i capelli e i vestiti, le gambe e il viso, mentre il fiume bisbiglia e le foglie degli alberi intorno cantano la loro canzone all’estate: anche loro voleranno via con l’autunno, andranno a coprire la terra dal freddo e cambieranno colore, cambieranno anche loro come l’acqua mai uguale a sé stessa, come il vento che corre tra i boschi e i capelli, che trascina i cappelli giocando e ridendo di noi e si arrampica lungo i fianchi delle montagne fino alla neve sulle cime per insegnarle a volare, per portarla via e non farla tornare mai più.

E, mentre guardo i mulinelli che si muovono lenti, che girano e vanno portandosi in grembo le foglie, penso che vorrei essere foglia e andare, girando leggera, a unirmi col mare e altre foglie raminghe. Vorrei incontrare orizzonti e rami, spazi e universi, lasciarmi cadere aprendo le braccia e volare nell’abbraccio pesante dell’acqua gelida, avvolta di foglie e di petali caduti dai fiori che dalle rive si specchiano e guardano il movimento eterno e trasparente di un mondo che cambia, che scivola e va.

Mi ha ingannata, io sono pazza. Il dolore e la forza del pianto, la veste stracciata, il sorriso che splende nel nulla senza speranza per il rifiuto del povero piccolo principe orfano che vaga di notte sulle mura sbrecciate, avvolte di nebbia e di inganni.

Povero, il mio principe dal cuore che corre dietro al fantasma che fu, hai permesso che il cuore e la mente si lasciassero abbindolare dall’ebbrezza di una giusta vendetta. Povero, il mio piccolo Amleto che non ho saputo proteggere, che non mi ha amata abbastanza. Non ho saputo coprire con il mio canto le voci del pianto che gridano dall’aldilà.

Mi spiace mio dolcissimo Amleto, mio sposo promesso e negato, ingannato e illuso dai vincoli sciatti e fasulli di una famiglia invadente, da un nome e un onore che altro non sono se non vane parole e forzieri nascosti in stanze ben chiuse, cui non avrai mai accesso.

Conta il tuo onore in punta di spada, mio amato, mentre io corro verso il mare a guardare altri mondi. E non importa se non so nuotare, piccolo principe dolce e imbronciato, perché l’acqua si prenderà cura di me.

Ci sono altri lidi, altri spazi, altri venti da cavalcare, nuovi prati da calpestare con i piedi nudi bagnati dalla rugiada di mille nuove albe. Avresti dovuto scoprirli con me ma hai deciso che ci sono catene di fango e rancore che valgono più di qualsiasi altra cosa. Che valgono certo molto più di me.

Dovremmo volare via insieme, lo sai? Eppure tu, coraggioso mio principe pavido, hai scelto la morte del cuore e dell’anima non chiedendomi nulla, nonostante le nostre promesse. Ti avrei accompagnato lungo ogni strada, per quanto sconnessa e impervia. Ma so che tu verrai presto e mi troverai, sul sentiero di vento e di erba appena tagliata, vestita di petali dei fiori che, con più coraggio di te, hanno lasciato le sponde immobili per andare a scoprire cosa ci sia laggiù, oltre ogni orizzonte. Seduta sul ciglio di una strada che mai ho percorso, appoggiata al tronco dorato dalla luce di tramonti che nulla hanno di terreno, sarò lì a cercarti con gli occhi e la mente e, io te lo giuro, ti riconoscerò, mi riconoscerai.

Puliti, lontani dal buio, intrecceremo le mani nelle acque del fiume, passeremo abbracciati attraverso ogni fiamma, calpesteremo una nuova terra senza memoria o peccato, colmeremo l’aria e ogni altro elemento di risa e parole. Noi, folli ed eterni.

L’acqua fredda mi avvolge e mi stringe tra le sue braccia, piccolo principe stanco e arrabbiato. Non ti preoccupare, preoccupati e pentiti, rimpiangimi e vieni da me. Ti aspetterò per un giorno e un’ora, sarò ovunque ad attenderti, per l’eternità.

L’opera di copertina si intitola Ophelia, di John William Waterhouse, 1889
 Il libro…
  • Titolo: Amleto (originale: The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark)
  • Autore: William Shakespeare
  • Prima edizione: “secondo quarto” da I.R for N.R London, 1604 – Italia: traduzione di Carlo Rusconi, Sonzogno Editore, 1882, Milano

 

 

 

 

 



 

 

Chiara Menardo

Chiara Menardo

Gioca con le parole come fossero un cubo di Rubik. O forse è soltanto alla ricerca della formula magica.

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